
di Damiano Praticò – “Ferramonti non è Dachau, è un lager di Mussolini” ha scritto un cronista locale dell’epoca per evidenziare le differenze macroscopiche, in termini di condizioni di vita
e di trattamento, tra un lager nazista ed uno fascista durante il secondo conflitto mondiale.
Differenze ancora più grandi se si tratta del campo di internamento di Ferramonti, nel Comune cosentino di Tarsia, il più grande lager italiano costruito dal regime fascista: in media duemila internati sempre presenti durante il periodo di attività.
LA GENESI: LA DITTA PARRINI
La ditta romana Parrini ha iniziato a costruire il campo di concentramento nel maggio 1940. Alla stessa sarebbe stata poi affidata la manutenzione successiva di tutto l’impianto. Esso sorgeva nella Valle del Fiume Crati, poco distante dal paese di Tarsia.
La zona era malarica. Fu comunque scelta affinchè il costruttore Eugenio Parrini, già impegnato a Ferramonti per precedenti lavori di bonifica, utilizzasse i cantieri ed il materiale già sfruttato precedentemente in loco: tant’è vero che i primi gruppi di ebrei arrivati nel campo furono internati nelle baracche prima utilizzate dagli operai della ditta.
3682 ebrei stranieri e 141 ebrei italiani passarono di lì. Le attività del campo iniziarono il 20 giugno del 1940: tra la fine di questo mese e l’inizio di luglio, un centinaio di ebrei (solo uomini) giunsero a Ferramonti dal centro-nord Italia. L’anno seguente, in autunno, affluirono moltissimi slavi dalla Jugoslavia occupata e nuclei di cinesi scappati da Polonia e Germania.
LA STRUTTURA DEL CAMPO: LA DEMOCRAZIA DEGLI INTERNATI (?!)
La struttura a baraccamenti contava 92 capannoni su un’area di 160mila metri quadrati: alcuni, più grandi, arrivavano a contenere 60 posti, altri, più piccoli, circa 40 posti. La recinzione era composta da una staccionata di legno sormontata dal filo spinato.
Gli appelli giornalieri, distanti anni luce dalle tragiche dinamiche narrateci da Aleksandr Solženicyn, erano tre. Il coprifuoco si attivava alle 21 e restava in atto fino alle 7 del giorno
successivo. Non era tollerato l’uso né la detenzione di apparecchi fotografici, radiofonici e carte da gioco. Niente politica né letture non autorizzate.
successivo. Non era tollerato l’uso né la detenzione di apparecchi fotografici, radiofonici e carte da gioco. Niente politica né letture non autorizzate.Nonostante l’ambiente geneticamente oppressivo di un lager, riuscì a sorgere dentro le baracche di Ferramonti una sorta di democrazia dal basso tra gli internati: essi eleggevano un delegato per ogni baracca e quest’ultimo, ogni settimana, prendeva parte ad un’atipica assemblea dei delegati, la quale a sua volta eleggeva un rappresentante generale. Naturalmente ciò non si sarebbe potuto verificare senza il placet, almeno implicito, delle autorità del campo..
La presenza in esso di studenti, insegnanti, medici, rabbini, pittori e musicisti, insieme ad un potere meno soffocante rispetto ad altri campi di concentramento, anche per il fatto che l’Amministrazione di Ferramonti venne sempre gestita dalla Polizia e non dalle Camicie Nere, portò alla creazione di molteplici centri di aggregazione sociale: un asilo, una scuola, un pronto soccorso, un teatro, una biblioteca, addirittura tre sinagoghe.
LA VITA NEL CAMPO: LA SOLIDARIETA’ CON I CITTADINI DI TARSIA
Nessun internato fu mai deportato in Germania, né subì una morte violenta da parte delle autorità italiane. Soltanto nell’estate del 1943, quattro internati caddero vittima di un mitragliamento effettuato da un caccia alleato, quasi sicuramente in ricognizione sulla Calabria, pochi giorni prima dello sbarco a Reggio degli Alleati (operazione “Baytown”).
Un campo di concentramento da cui Steve McQueen e Charles Bronson non sarebbero di certo fuggiti: furono celebrati svariati matrimoni con tanto di bambini, circa venti, nati dietro il filo spinato.
Gli internati strinsero, inoltre, rapporti di amicizia e di solidarietà con gli abitanti di Tarsia: dei primi, ad esempio, a coloro che esercitavano la professione medica, fu data l’autorizzazione per prestare soccorso, in molti casi, ad abitanti di Tarsia e paesi vicini. A questi ultimi, invece, fu concessa la vendita di prodotti agricoli dentro il campo.
14 SETTEMBRE 1943: LA LIBERAZIONE. MA IL CAMPO NON VIENE ABBANDONATO
Il 25 luglio del ’43 il Governo fascista chiese alle autorità del campo il trasferimento degli internati nella Provincia di Bolzano. Ordine disatteso: poche ore dopo, infatti, il Gran Consiglio del Fascismo sfiduciò Mussolini.
Dopo lo sbarco a Reggio Calabria, il 3 settembre, da parte degli anglo-canadesi, l’VIII Armata
Britannica comandata dal Generale Montgomery, iniziando la risalita della penisola, liberò il campo di Ferramonti il 14 dello stesso mese.
Britannica comandata dal Generale Montgomery, iniziando la risalita della penisola, liberò il campo di Ferramonti il 14 dello stesso mese.Ma esso non venne abbandonato: un gruppo di ebrei, coadiuvati dagli inglesi, lo tenne in gestione fino al termine del conflitto. Molti degli ex internati seguirono gli Alleati partendo per gli Stati Uniti o dirigendosi in Palestina. Un numero cospicuo di essi, tuttavia, rimase: si stabilirono a Ferramonti o nella vicina Cosenza.
POSTGUERRA: IL VUOTO DI MEMORIA (STORICA) CANCELLA GRAN PARTE DEL CAMPO
Alla fine del conflitto, a causa della negligenza delle autorità locali, i baraccamenti degli internati furono abbandonati e lasciati a se stessi. Azioni di sciacallaggio e saccheggio furono conseguenti. I lavori della A3, negli anni Sessanta, completarono il quadro disastroso.
Ad oggi, nessuna delle 92 baracche originali in cui vivevano gli internati è rimasta in piedi.
Il resto dell’area è sottoposto a vincolo. Da alcuni anni è attivo un piccolo Museo creato dal Comune di Tarsia.




