“A Rosarno ci si arriva col treno. E non importa che sia snodo importante anche per l’ autostrada; il suo cuore si sente battere ancora sui binari, dove ha celebrato il ritorno dei propri cari strappati al paese in cerca di dignità e lavoro e dove ha versato lacrime su pacchi e valigie al momento della partenza.
Più di trent’anni fa, quando i mandarini comuni erano ancora i protagonisti del meraviglioso giardino della piana, bastava aprire il finestrino per inebriare d’ essenza un intero scompartimento e, per chi mancava da tempo e non era abituato, quel profumo inebriante faceva girare la testa per qualche ora.
Vagoni che rallentano fino a fermarsi all’ annuncio dell’ arrivo alla stazione. E il vagone è anche l’ unità di misura con cui i commercianti d’ agrumi stimano la quantità di frutta che ha prodotto un terreno.
Terra che ha rappresentato orgoglio e rivolta. Terra che al buio ha disegnato destini atroci. Terra di sangue.
Il sangue versato dalla ndrangheta per comandare, crescere, mettere paura, portare la logica del silenzio sulle dinamiche della comunità. Il sangue di Peppino Valarioti fra la polvere della sua terra che voleva difendere. E ora il sangue degli altri, degli schiavi del terzo millennio, lasciati a Rosarno in balia della retorica e dell’ ipocrisia delle classi dirigenti d’ Europa, veri mandanti materiali del sangue degli accampamenti, del sangue nel Mediterraneo. Mandanti del caos nelle periferie, dove da tempo non vengono dati mezzi alle forze dell’ordine, sostegno alle associazioni, forza alle scuole.
Il sangue che vince è quello dei legami insani delle famiglie che dominano il narco traffico. In un sistema d’ ordine mondiale dove al denaro si sta subordinando ogni valore etico, ogni morale pubblica, ogni sogno e ogni vita, la criminalità organizzata con la sua liquidità si siede allo stesso tavolo di potere, partecipa agli stessi affari, si plasma senza tanto più bisogno di nascondersi.
La storia ci sta letteralmente attraversando. Ma come spesso accade, gli strumenti critici per la comprensione degli accadimenti, li trovi sui libri qualche decennio dopo e noi rimaniamo in balia.
La lotta di classe esiste ancora e l’ hanno vinta i miliardari della finanza e delle multinazionali, acuendo disuguaglianze, distruggendo la classe media europea e con essa la sua libertà d’ opinione, le sue strutture politiche e quindi il suo potere di rappresentanza.
E allora il sangue di Rosarno, di Lampedusa, di Lesbo, di Calais, è lo stesso. È il nostro.
Sono le parole l’ unico strumento di libertà che ci è rimasto? Forse ancora si, ma lasciamone traccia su carta, portiamola nella vita di tutti i giorni al di fuori dell’ evanescenza sterile e nella subdola disinformazione dei social e della televisione, che lavorano per consolare la nostra ignoranza e tenerci buoni. Poco possiamo fare e tanto ancora subire, ma almeno un presidio di resistenza verrà disegnato per la prima generazione che sarà pronta a raccoglierlo, una generazione di figli del mediterraneo che sarà colma di rabbia, estremamente numerosa e consapevole. Le nostre parole come eredità di consapevolezza.
La libertà comincia a nascere come germoglio fra gli schiavi. È uno di quei valori universali che manifesta la sua importanza vitale quando ne avverti l’ assenza. Prima o poi accetteremo di trattenere il dolore senza estraniarci da esso, senza farlo scivolare in attesa della prossima notizia. L’ anelito di libertà si avverte nell’ afflizione e nel tormento; di godersela anche i coglioni son capaci diceva Erofeev.
Lasciamo quindi che le parole di sofferenza rimangano dentro di noi, facciamoci ferire come solco di memoria indelebile.
Le parole prodotte prima o poi faranno attecchire il seme di un sogno nuovo e magari a Rosarno, arrivando col treno, torneremo a sentire il profumo dei mandarini comuni, perché la libertà porta sempre con se un profumo e chi l’ ha guadagnata per la propria Terra, donando il proprio Sangue e le proprie Parole, lo sa benissimo“.
Nunzio Belcaro




