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Reggio – In piedi per l’Officina dell’Arte che chiude la sua stagione al “Cilea”

20 Giugno 2016
in CITTA, Reggio Calabria
Tempo di lettura: 3 minuti
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La banda degli onesti - officina

di Grazia Candido (foto Aldo Fiorenza) – L’Officina dell’arte chiude la sua stagione artistica con la commedia “La banda degli onesti” riuscendo ad intrecciare al divertimento una garbata polemica sociale che segnala la coeva delusione per un’Italia sempre sotto il tallone del profittatore e intercetta l’ansia del benessere economico. Su tutto si impone però quella frase ribadita dal cast “L’onestà prima di tutto” che mette al centro, un’umanità minore vessata dai ricchi e dai prepotenti ma alla fine, si coalizza in una velleitaria rivincita facendo prima propri i metodi scorretti dei suoi persecutori, ma senza riuscirci per eccesso di onestà. Sul palco a rendere omaggio senza volersi assolutamente accostare a Totò e Peppino, in un nuovo riadattamento dell’opera, l’istrionico Peppe Piromalli nei panni del portiere del palazzo Antonio Buonocore, Antonio Malaspina che si è distinto per l’esecuzione pulita e minuziosa del personaggio (il tipografo Giuseppe Lo Turco), Agostino Pitasi (nel decoratore di vetrine Pasquale Cardoni), Mariella Fortugno (Maria, moglie del portiere), Tiziana Romeo (nel doppio ruolo della signora Willoghbi e nel militare nella Guardia di Finanza Michele Bonocore), Patrizia Britti (ragioniere Casoria e integerrimo maresciallo della Finanza) che ha saputo mettere a nudo la sua bravura interiorizzando la complessità del personaggio fino a renderlo simpatico agli occhi del pubblico. Spicca subito l’alchimia della coppia Piromalli – Malaspina che, per oltre due ore intense, sposta l’attenzione dello spettatore al gusto momentaneo della risata liberatoria, del qui pro quo fantasioso, della smorfia surreale, trasformando qua e là l’umorismo in comicità, l’apologo in farsa. Impossibile non apprezzare le curate scenografie che ricreano i luoghi cardine dell’intreccio teatrale: un piccolo universo condominiale, la tabaccheria mobile, la tipografia dove si svolge la sequenza della stampa delle banconote, magistralmente costruita da Carmelo Lo Re, eccellente “artigiano” della scena. L’Officina dell’arte punta a ricreare le atmosfere tipiche del film, vuole riuscire nell’intento di emulare, seppur con grande modestia, le performance di quegli interpreti straordinari che furono Totò e Peppino, pur essendo consapevole dell’impossibilità di sostituirsi a loro. L’attenzione del pubblico viene subito catturata dalle incalzanti battute, alcune delle quali in esplicito riferimento alla commedia originale, altre quali piacevoli esecuzioni di improvvisazione teatrale dettate dalla grande esperienza che contraddistingue gli attori Piromalli, Malaspina, Pitasi mentre stampano il primo biglietto tirando fuori i loro sogni e progetti annessi o quando fanno la conta davanti al bar per lo spaccio dello stesso. Ma chi vive nell’onesta difficilmente riesce a cambiare strada e Antonio Bonocore, sentendosi ormai braccato, matura l’idea, che espone a Lo Turco, di farsi arrestare proprio da Michele: “Un figlio che arresta il padre, non solo non lo cacciano, ma lo promuovono, e diventa un esempio per tutti i suoi colleghi”. Ma appena sente dal maresciallo che l’indagine seguita da Michele si è chiusa con l’arresto di una banda di falsari professionisti (“Abbiamo arrestato il tipografo!” “Lo Turco?” “No, lo Svizzero! Si faceva chiamare così.”…) e che il biglietto da lui spacciato era stato sì identificato, ma non era uno di quelli prodotti dai tre, bensì il campione usato, falso anch’esso e cedutogli dall’usuraio Pizzigoni, sta quasi per svenire. Alla fine, si scopre che nessuno dei soci ha avuto il coraggio di spendere una sola delle banconote fabbricate (Lo Turco si era fatto prestare i soldi da un compare, Cardone aveva usato i soldi che la sua “mammina” teneva sotto il materasso). Questo dimostra che in fondo, non abbiamo bisogno di chissà quali grandi cose o chissà quali grandi uomini. Abbiamo bisogno di più gente onesta, di uomini e donne come gli attori dell’Officina che sanno ancora sognare ma soprattutto, riescono a catapultare nei loro progetti un pubblico che si alza in piedi e con voce ferma, urla un semplice “grazie”.
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