
di Grazia Gioè* – E’ ormai di quasi quotidiana abitudine l’utilizzo del termine “smart”, in ogni campo e per ogni cosa, laddove potremmo addirittura affermare che esso,
sia già troppo inflazionato, pur se poco e realmente usato, come certamente è nella sfera dell’urbanistica e del territorio. Ma, parlare di “smart city” (città intelligente in italiano) e di e-government fa tendenza, quindi, un po’ tutti, anche politici e professionisti, si sono adeguati.
Infatti, a dire “smart city” non ci vuole molto, più difficile è comprenderne il significato e, ancor di più, costruire il processo, e il progetto, per la sua realizzazione, specie quando, in Italia, è in auge un dibattito così importante sulla costituzione delle Città Metropolitane, ovvero sulla loro futura perimetrazione e governance.
Entrambe i processi non sono percorsi facili, anzi alquanto lunghi e articolati, ove necessariamente richiedono risorse e investimenti, ma soprattutto lungimiranza ed organizzazione, poiché entrambe, sono obbligatoriamente subordinati ad un cambiamento culturale… che purtroppo ancora non si possiede.
Una grande città, specie di rango metropolitano, deve quindi – fra l’altro e non secondariamente – porsi anche il problema di essere “smart”, cioè sostenibile, partecipata, integrata, eccetera. Già altre volte, affrontando la tematica, si è chiaramente evidenziato che, al di là dei decreti legge imposti dall’alto, la futura Città Metropolitana – ora e non dopo – deve porsi i propri obiettivi di carattere strategico, bypassando, oppure includendo, le varie soggettività fin qui espresse dai tanti interessati, con l’unica convinzione possibile che nell’intero processo che la vede coinvolta, è estremamente necessaria la conoscenza della realtà locale, ovvero dei bisogni della collettività, delle criticità e della situazione che deve essere gestita, così come accade anche nel processo di costruzione di una “smart city”.
Gli obiettivi, però, devono essere raggiungibili,quantificabili e condivisi tra tutti gli stakeholders presenti sul territorio.
E, sia per una città metropolitana che per una smart – city, si deve poi passare all’elaborazione di un piano strategico e di una road map come noi Urbanisti amiamo dire, per una quantificazione degli investimenti necessari, dei possibili ritorni e benefici, così come – già da subito – necessita costruire un sistema di indicatori territoriali, atto a “misurare”, prima e dopo, le componenti, le lacune, i progressi, le tendenze positive, quelle negative, e i passi che dovranno ancora compiersi, ovvero, la piena performance, efficacia e sostenibilità di essa/e.
Per fare questo si deve investire anche su professionalità qualificate e competenti, che siano in grado di gestire processi innovativi, che abbiano capacità relazionali e che sappiano guardare lontano con interventi basati su un approccio complessivo e non occasionale.
Una Città Metropolitana, “smart”, è un luogo di governance, orientata ai cittadini a ai loro bisogni, poiché non “risponde” solo a chi amministra e gestisce, ma anche ai soggetti pubblici e privati, che detengono la conoscenza, che condividono processi, che producono innovazione, e che non si rispecchiano in un modello gerarchico. Non solo, il termine governance, che di per sé indica un processo di condivisione, possiede anche un’implicita capacità di previsione e una volontà di favorire l’innovazione, per questo, qui, si è inteso coniugato il termine di Città Metropolitana a quello di “Smart City”.
Entrambe le definizioni, ancora, concorrono a definire un nuovo modello di sostenibilità urbana e territoriale, basato sia su interventi tecnologici, ma anche sulle buone pratiche e le virtuose abitudini di consumo, in cui tutti contribuiscono ad individuare soluzioni per la città, intesa come frutto di partecipazione e intelligenza collettiva.
Progettare una Città Metropolitana e una “Smart City” fa, infatti, parte dello stesso scenario, laddove si richiede alle Pubbliche Amministrazioni coinvolte (Provincia e Comuni in primis) grandi capacità di project management, gestione di nuove tecnologie e nuove modalità di relazione con tutti gli attori coinvolti. L’ente locale deve ridefinire il suo ruolo, non è più infatti committente per beni o prodotti, ma deve saper valutare le soluzioni ai problemi in modo trasversale, deve essere elemento di aggregazione di soggetti differenti e facilitatore nella realizzazione degli interventi, condividendo le scelte con la cittadinanza e instaurando una partnership con i soggetti privati. Insomma sia una Città Metropolitana che una Smart City “da sole non esistono”, come non esiste un modello di pianificazione universale, adattabile a Reggio Calabria come a Roma, o a Milano e così via, deve invece essere elaborato sul territorio e con esso, in maniera trasversale, flessibile ed innovativa, dove è fondamentale bilanciare i due approcci, ormai più che noti di “bottom up” e “top down”, suggeriti da tempo dall’Unione Europea, Insomma, deve fuoriuscire dai tradizionali “sistemi verticali” di programmazione verso quelli cosiddetti trasversali e/o orizzontali, in modo da coinvolgere tutti gli ambiti e i settori esistenti, da quello della pianificazione territoriale a quello sociale, da quello finanziario a quello tecnologicamente avanzato (e-government), al fine di ottimizzare il modello progettuale prescelto ed adottato.
In conclusione, accanto alle definizioni di Città Metropolitana e “Smart City” possiamo anche affiancare indistintamente i termini di “senzienti” e “competitive”. Perché per essere competitive, entrambe, devono essere senzienti, ovvero conoscere quello che hanno, e su questo prendere le dovute decisioni, “facendo sistema” o “rete” che dir si voglia, nella speranza che, nessuno di noi, in un prossimo futuro, possa anche dire che la “Città Metropolitana”, smart, è stata purtroppo solo un sogno.
*Urbanista e Policy-Maker




