
di Damiano Praticò – ‘’Era bello essere single a Roma negli Anni Ottanta. Io, a differenza dei miei amici, uscivo sempre da solo per andare a ‘cuccare’ e tornavo molto spesso
‘accompagnato’. Gli altri uscivano in gruppo…e tornavano a casa sempre da soli”.
E’ un Sergio Caputo ironico e baldanzoso colui che trascina, tra musica e parole, il grandissimo pubblico ‘nostalgico’ della nona serata di ‘Tabularasa – La Frontiera’ all’interno della magnifica cornice estetica fornita dallo Sport Village di Catona, Reggio Calabria. Immerso in un contesto significativamente glamour in netta sintonia con il verde della natura, il sabato italiano di Caputo è tornato prepotentemente alla ribalta, ripartendo proprio da Reggio Calabria: evergreen come Citrosodina, Merci Beaucoup, Spicchio di Luna, Garibaldi innamorato, Tequila, Hemingway Cafè Latino, Ma che amico sei, l’insuperabile Sabato Italiano, sono stati riproposti in chiave acustica dal cantautore romano intervallati dai ricordi (presenti anche nel suo libro “Disperatamente (e in ritardo cane)” edito Mondadori), dei gloriosi, per Caputo, Anni Ottanta. “Si usciva a gozzovigliare e, soprattutto, per tentare di rimorchiare. Addirittura c’erano alcuni di noi che non mangiavano nemmeno in giro pur di non sporcarsi i denti. Si viveva in una sorta di ‘stato vampiresco’: avevamo il terrore di andare a dormire quando ancora, invece, c’era qualcosa da fare”. Una Roma d’altri tempi, burlona, strafottente, divertente. E che ha lasciato il segno in Caputo: tant’è vero che, dopo aver ricordato i vecchi amici, il cantautore nomina Max Tortora. Ma non si ferma qui: lo chiama al telefono direttamente dal palco di Tabularasa, tra una canzone e l’altra. Un curioso fuori scena alimentato alla grande dal destinatario della chiamata, mai privo di ironia e sempre pronto a strappare (via cellulare!) gli applausi compiaciuti del pubblico reggino.
Gli Anni Ottanta: l’età d’oro della canzone di Caputo. “Nel 1978 iniziai a scrivere canzoni. Mi piaceva suonare la chitarra ma non sapevo esprimere le canzoni altrui. Così cominciai a scriverne per conto mio. La musica mi fece abbandonare, da lì a pochi anni, il lavoro di art director che avevo”. Ma non erano tutte rose e fiori. “Molti dei miei dischi, a quell’epoca, erano legati alle costrizioni temporali imposte dalle major: dovevo sfornare un disco l’anno per contratto. E tra lavoro di produzione, registrazione, pubblicità e tour, era tutto molto faticoso”.
Le richieste musicali del pubblico di Tabularasa verso Caputo si susseguono tra un intervallo talk e una canzone lontana che lui, mentendo, dice di non ricordare più.
E tra pochi mesi il ‘Sabato Italiano’ soffierà sulle sue trenta candeline. “Un anniversario” – dice Caputo – “che verrà festeggiato con nuove uscite discografiche e un Tour che, spero, passi per Reggio Calabria”.
Ecco, Reggio Calabria: la prossima frontiera per Sergio Caputo.
(foto Antonio Sollazzo)




