di Anna Foti – Nato a Reggio Calabria e poi ancora bambino già in viaggio. Trascorre l’infanzia e l’adolescenza tra Forlì, Genova, Padova, Catania (dove si diploma) e, neppure ventenne, arriva a Roma. Ecco la storia del pittore e scultore di cui quest’anno si celebrano i 100 anni dalla morte, Umberto Boccioni, in questi giorni al centro di intense manifestazioni artistiche che ne stanno esaltando il genio futurista. Tra queste l’esposizione “Genio e Memoria”, allestita a Palazzo Reale fino al 10 luglio 2016. Tra i principali esponenti del Futurismo con Filippo Tommaso Marinetti, Umberto Boccioni (Reggio Calabria 1882 – Chievo 1916) muore prematuramente cadendo da cavallo a soli 33 anni, lasciando una impronta, tuttavia, pregnante nel panorama artistico del Novecento, essendosi rivelato gravido di intuizioni e invenzioni e precursore di una nuova estetica.
Da giovane collabora anche con alcuni giornali locali e nel luglio del 1900 scrive il suo primo romanzo “Pene dell’anima” ma la sua vocazione autentica è quella artistica. A Roma in uno studio di cartellonisti si misura per la prima volta con la pittura. Questo è il periodo in cui conosce e frequenta Giulio Severini, Giacomo Balla e, frequentando la scuola di Nudo, Mario Sironi. E’ il periodo della sua opera di esordio Campagna Romana (Meriggio), preludio della sua esperienza estera in Francia e in Russia nel 1906. Al rientro in Italia nell’anno successivo frequenta la scuola libera del Nudo del regio istituto di Belle Arti di Venezia e sperimenta l’arte dell’incisione. La sua vita artistica, tuttavia, sboccia a Milano dove arriva nel 1907, raggiungendo la madre e la sorella dalle quale si era separato da giovane per seguire il padre. Qui conosce Romolo Romani e Gaetano Previati e diviene socio della Permanente che nel 1959, nell’ambito della mostra per i 50 anni d’arte a Milano, avrebbe ospitato tre sue opere, Donna a tavola, Paesaggio e la scultura Forme uniche della continuità nello spazio, per altro opera ripresa nella moneta dei 20 centesimi di conio italiano. Questo è il momento dell’incontro fruttuoso con Filippo Tommaso Marinetti con cui, unitamente a Carlo Carrà, Luigi Russolo, Giacomo Balla e Gino Severini, scrive il Manifesto dei pittori futuristi (1910), antesignano del Manifesto tecnico del movimento futurista (1910). Un vero e proprio inno per gli artisti moderni a liberarsi dalle tradizioni del passato alla ricerca di uno stile contemporaneo nuovo e dinamico, animato da forme in movimento in uno spazio e dalla materia in costante trasformazione. Un’esperienza rivoluzionaria che traduce in arte l’avvento delle macchine e delle tecnologie nella società.
Una impronta che Boccioni sa dare alle opere pittoriche e quelle scultoree (di cui poche sono sopravvissute), prediligendo l’uso di legno, ferro e vetro.
Sempre a Milano, nel 1911, con Ugo Nebbia, Carlo Dalmazzo Carrà, Alessandrina Ravizza e altri allestisce il primo padiglione d’Arte Libera, che avrebbe ospitato la prima collettiva in assoluto di pittori futuristi. E’ sull’dea di guerra che Boccioni traccia una distanza con Marinetti. Dopo essersi arruolato come volontario nel 1915 nel gruppo di artisti nel Corpo nazionale volontari ciclisti automobilisti, non condivide l’idea dell’amico di guerra come igiene del mondo ma la definisce piuttosto come eroismo oscuro.
Tre le sue opere più importanti spiccano Il Lavoro, esposto al MoMA di New York con il titolo The City Rises insieme al Dinamismo di un calciatore (1913), La città che sale (1910), La strada entra nella casa (1911), Visioni simultanee (1911) Von Der Heydt Museum di Wuppertal, La signora Virginia (1905), Ritratto del dottor Gopcevich (1906), Autoritratto (1908), Casolare (1908), Brughiera (1908), Il sogno (1908-1909), Ritratto femminile (1908-1909), Paolo e Francesca (1908-1909), Il mattino (Strada di periferia – Strada di periferia con due carri a cavallo) (1909), Ritratto della sorella che legge (1909), Rissa in galleria (1910), Donna in giardino (1910), Il lutto (1910), Contadino al lavoro (1910), La città che sale (1910), La risata (1911), Idolo Moderno (1911), Notturno (Mezza figura femminile e case) (1911), Visioni simultanee (1911), le due serie di “Stati d’animo” – Gli addii (1911), Quelli che restano (1911), Quelli che vanno (1911), Quelli che vanno (Studio) (1911), Gli addii (1911), Quelli che restano (1911), Quelli che vanno (1911), Scomposizione di figura di donna a tavola (1912), Dimensioni astratte (Ritratto della madre) (1912), Dinamismo di un ciclista (1913) e la serie Dinamismo di un corpo umano (1913), Dinamismo di una testa di donna (1914 circa), Carica di lancieri (1915), Interno con due donne (Interno con due figure femminili) (1915), Natura morta con brocca e scodella (1916), Paesaggio (1916). Di numero inferiore sono le sculture, anche se non meno importanti: Forme uniche della continuità nello spazio (1913), Sviluppo di una bottiglia nello spazio (1913), L’antigrazioso (La madre) (1913), Dinamismo di un cavallo in corsa + case (1914-1915).






