di Anna Foti – “Si comunica alla popolazione che la giunta militare ha stabilito che sarà punito con la pena di reclusione a tempo indeterminato, chi con qualsiasi mezzo di diffusione, divulghi, diffonda o propaghi comunicati o immagini provenienti o attribuite ad associazioni illecite o persone e/ o gruppi notoriamente dedicati ad attività sovversive o al terrorismo….” (Diario “La Prensa” Argentina, 24 marzo 1976). Così aveva inizio la dittatura e il declino dei diritti, lo sterminio silenzioso e aberrante dei gruppi di sinistra nell’Argentina degli anni Settanta. Il 24 marzo 1976, quarant’anni fa, una giunta golpista, guidata da Jorge Videla, aveva destituito la “Presidentessa” Maria Estela Martinez, vedova di Juan Domingo Peron e meglio conosciuta come Isabelita, assumendo un potere ed esercitandolo con abusi e violenze al solo scopo di distruggere ogni forma di partecipazione democratica e terrorizzare la popolazione. La giunta intraprendeva il suo Progetto di Riorganizzazione Nazionale e dichiarava alla società civile e ai diritti umani la cosiddetta “Guerra Sporca” che avrebbe mietuto oltre trenta mila persone scomparse. Oltre trenta mila Desaparecidos*, vittime dello strumento atroce e silenzioso della Desaparecion.
Fu allora che la “sparizione”, già posta in essere da gruppi armati governativi, la cattura di ostaggi o rapimento per mano di gruppi armati in situazioni di conflitti e di disordini interni con possibili matrici discriminatorie di carattere razziale ed etnico, ebbero una chiara declinazione tutta sudamericana con il termine “desaparecido” – “scomparso”. La sparizione venne utilizzata per eliminare segretamente gli oppositori politici, non solo in Argentina. Fu allora che la lotta all’impunità ed il diritto alla verità sulla sorte dei desaparecidos divennero obiettivo principale delle ricerche e delle mobilitazioni delle cosiddette Madri (e nonne) di Plaza De Majo(Piazza di Maggio), un gruppo di donne, madri e nonne di bambini e adulti desaparecidos in Argentina, formatosi nel 1977 per chiedere informazioni sui parenti “scomparsi” e protestare contro questo inumano e inaccettabile silenzio.
Finora poche decine di persone sono state rintracciate; allora erano bambini “scomparsi” – ninos desaparecidos – di cui molti vivono con nuove famiglie.
Oggi l’Argentina, di nuovo democrazia dal 1983, è una repubblica guidata dallo scorso novembre dall’imprenditore e ingegnere Mauricio Macrì di origini calabresi (le famiglie dei suoi genitori provenivano da San Giorgio Morgeto e Polistena, comune che lo stesso Macrì, da sindaco di Buenos Aires, visitò nel 2014, occasione nella quale rivide Renata Jemma, prima cugina del padre). Cinquantesettesimo inquilino di Casa Rosada a Buenos Aires, Macrì è un esponente di Destra, primo presidente democraticamente eletto non appartenente all’area di Centro o al partito Peronista. Il nuovo presidente di origini calabresi arriva a governare l’Argentina dopo 12 anni di kirchnerismo, ossia dopo la presidente Cristina Fernandez Kirchner che ha guidato il Paese dal 2007, subentrando al marito Nestor Kirchner, autore della rivoluzione patriottica e membro della Juventud Peronista. La sua storia è legata alla Calabria anche nel segno dell’attività svolta per promuovere la donazione del sangue e dello sviluppo dell’omologa dell’Avis in Argentina.
Oggi in fase di crescita economica, l’Argentina ha una storia buia nelle cui pieghe ancora giacciono volti strappati alla famiglia, alla storia, alla dignità di una vita libera. Ancora giacciono responsabilità rimaste impunite. In queste pieghe ci sono anche le storie di tante famiglie italo-argentine con radici calabresi, cioè di tanti desaparecidos le cui origini erano legate alla Calabria, regione di provenienza di una della comunità italiane maggiormente rappresentative in Argentina.
Un legame forte esiste ancora tra la nostra regione e il paese latino americano, dove vivono 12 milioni di cittadini argentini di origine italiana, prevalentemente meridionali e calabresi; un legame che si alimenta anche attraverso questa comune memoria dolorosa, scandita fino ad oggi da misteri e processi che ancora cercano di fare luce sul destino di tanti calabresi. Quelle storie portano i nomi di Angela Maria Aieta di Fuscaldo (Cosenza) e dei suoi figli Salvador Jorge, Leopoldo e Dante Gullo, tutti attivisti della Juventud peronista, della moglie di Jorge Gullo, Hebe Lorenzo, di Giovanni Pegoraro e sua figlia Susanna, di Andres Bellizzi, nato da famiglia originaria di San Basile (Cosenza), militante studentesco della Resistencia Obrero Estudiantil in Uruguay, sequestrato nell’aprile del 1977 a Buenos Aires, e dei suoi fratelli Hugo Alberto e Francisco Genaro Scutari Bellizzi, scomparsi rispettivamente il 5 agosto 1977 all’età di 28 anni e il 18 ottobre 1978 all’età di 29 anni.
Alla conoscenza di alcune di queste e di altre storie offre un contributo significativo la giornalista del Quotidiano del Sud, Giulia Veltri, insignita, per la sua inchiesta dedicata ai desaparecidos calabresi, del secondo posto al premio giornalistico-letterario Piersanti Mattarella.
Questa storia e questa memoria comuni sono scandite amcje da vicende giudiziarie ancora non conclusasi, nel segno degli orrori del terrorismo di Stato che ha mietuto una cinquantina di desaparecidos calabresi. Il processo Esma per la difesa di Angela Maria Aieta di Fuscaldo (Cosenza) e dei suoi figli Salvador Jorge, Leopoldo e Dante Gullo, della nuora Hebe Lorenzo e il processo Condor (che trae il nome del patto di collaborazione segreta – Plan Condor – tra i militari e i corpi repressivi di sei Paesi dell’America Latina siglato in segreto nel ’75, supportato dalla Cia e dagli Usa con l’obiettivo di reprimere ogni forma di dissenso in Cile, Argentina, Uruguay, Bolivia, Brasile e Paraguay, con la partecipazione sporadica di nazioni come l’Ecuador), in cui lo scorso settembre Maria Bellizzi, la madre di Andrés, “desaparecido” dal 1977, all’età di 91 anni e dopo 38 anni è stata per la prima volta chiamata a testimoniare nel processo incardinato a Roma. Iniziato nel febbraio del 2015 il processo mira ad accertare, in un unico procedimento, le responsabilità di forze armate e organismi repressivi dei vari Paesi latinoamericani (Argentina, Cile, Brasile, Bolivia, Paraguay) che, sotto l’egida degli Stati Uniti e della CIA, hanno posto in essere violazioni dei diritti umani e commesso crimini contro l’umanità per reprimere ogni resistenza e opposizione, nei confronti di venti cittadini di origine italiana. Prezioso anche il ruolo dell’associazione “24marzo onlus”, tramite il referente calabrese Mario Occhinero.
Un ferita anche al centro della trasposizione cinematografica di Davide Lucchetti (“Chiamatemi Francesco”) dedicata alla storia mai raccontata, fino ad allora, di Jorge Bergoglio, al secolo papa Francesco che proprio in vista dei quarant’anni del golpe militare che rovesciò il governo il 24 marzo 1976, ha annunciato la decisione di aprire gli archivi Vaticani dove è anche conservata documentazione relativa agli anni bui della dittatura argentina. Anche la conferenza episcopale argentina ha annunciato l’apertura dei propri archivi.
Ecco alcune storie calabresi che volsero al dramma dopo quel golpe di quarant’anni fa.
5 agosto 1976, Buenos Aires inghiottisce i volti di Angela Maria Aieta, cinquantaseienne, e dei suoi figli Salvador Jorge Gullo, Leopoldo e Dante, tutti attivisti della Gioventù peronista. Fiera e orgogliosa, originaria di Fuscaldo in provincia di Cosenza, emigrata in Argentina con i genitori, Angela Maria Aieta è una desaparecida italiana, di origine calabrese; una delle 5 mila e 500 persone sequestrate e torturate presso l’Esma (Escuela Superior de Mecanica de la Armada), uno dei trecento centri di detenzione clandestina in cui venivano recluse le anime considerate sovversive in Argentina, all’epoca della dittatura militare imposta dopo il golpe del 24 marzo 1976. Furono anni bui che infangarono la storia dell’America Latina come dell’intera Umanità, quelli in 30mila persone furono desaparecidos, 40mila furono arrestate, 50mila furono uccise, quelli in cui Angela Maria Aieta si batteva per la libertà e per i diritti umani, per i prigionieri politici e per la liberazione di suo figlio Juan Carlos Dante Gullo, leader della Juventud Peronista e già deputato del Fonte della Vittoria, erede del partito Giustizialista di Peron, nel Parlamento argentino, componente di una delle principali Ong di tutela dei diritti umani, l’Assemblea Permanente per i Diritti Umani (APDH) ed esponente della “Plataforma Latinoamericana” dove s’impegna nella lotta all’impunità, nella promozione dei diritti economici e sociali, e nella diffusione del “bilancio partecipativo”. A disposizione del Potere Esecutivo Nazionale (Pen), Dante sopravvisse alla prigionia durata otto anni (1975 – 1983) senza che mai fosse celebrato un processo. “Per venirci a trovare – ha raccontato – i familiari erano costretti a perquisizioni violente, soprattutto per le donne. Ma se non venivano c’era il rischio che ci facessero sparire. Mia madre non mancò mai di starmi vicino. Combatteva in Argentina per la mia liberazione, per i diritti umani e le condizioni dei detenuti. Aiutava i parenti degli altri carcerati”. Il fratello Leopoldo e la cognata Hebe Lorenzo, moglie dell’altro fratello Juan Carlos, anche lui attivista della gioventù peronista, mai più ritrovato e compagna di detenzione di Angela Maria, sarebbero stati sequestrati qualche anno dopo. Sopravvissuti all’orrore, oggi possono testimoniare in nome di tanti che non possono più farlo. “Stavamo tutto il giorno sdraiate per terra – ha raccontato ai giudici Hebe Lorenzo – una accanto all’altra, incappucciate e bendate. Mani ammanettate e piedi legati. Non potevamo parlare né muoverci. Se lo facevamo ci prendevano a calci. Suonavano sempre una musica assordante. Potevamo conoscere solo chi ci stava accanto. Nel primi tempi di detenzione mi trovai con Angela Maria. Era lì da venti giorni. Avevamo il cappuccio, non potevamo vederci, ma ci incoraggiavamo a vicenda. Lei di calci ne ha presi tanti. Ricordo la prima cosa che mi ha detto quando ci siamo conosciute. ‘Ricordati che sono la madre di Dante Gullo’. Tutti noi militanti della gioventù peronista sapevamo chi era”.
Oggi una piazza e la scuola elementare onorano la memoria di Angela Maria rispettivamente nella capitale argentina e nel comune di Fuscaldo.
L’anno dopo nell’aprile del 1977, all’età di venticinque anni, venne sequestrato Andres Humberto Belizzi, Andres Bellizzi – entrambi i genitori originari di San Basile, piccolo paese arbereshe alle falde del Pollino – nato in Uruguay. Faceva il grafico pubblicitario e il sindacalista. Fuggì dalla dittatura per andare incontro ad un destino peggiore. Dopo il suo sequestro, con ogni probabilità, fu portato al Ccd (Centro clandestino de detención) Club atletico, uno dei lager più terribili della dittatura a Buenos Aires. Al processo la regione Calabria prende parte in qualità di “interventore ad audiuvandum” in sostegno della famiglia Bellizzi, la madre Maria e la sorella Silvia, su istanza dell’avvocato Lucio Romualdo.
La regione Calabria si costituiva invece parte civile nel processo dinnanzi alla Corte d’Assise d’Appello di Roma, per il rapimento, le torture e gli omicidi di Angela Maria Aieta, Giovanni Pegoraro e sua figlia Susanna, incinta, sequestrati tra l’agosto del 1976 e il dicembre del 1977. Il processo, in cui si costituì parte civile anche lo Stato Italiano, si è concluso nell’aprile del 2009 con la condanna all’ergastolo di svariati gerarchi argentini. Trentacinque testimoni provenienti da diverse città italiane e straniere e un’inchiesta condotta dal pm Francesco Caporale. Erano imputati per crimini contro l’Umanità, Emilio Eduardo Massera, comandante della Marina militare argentina – uno dei pochi stranieri iscritto alla loggia massonica P2 – e gli ufficiali del “Grupo de Tarea 3.3.2″ Jorges Eduardo Acosta, Ignacio Alfredo Astiz, Raul Jorge Vidoza, Antonio Vanek e Antonio Hector Febres. Tutti contumaci. Latitanti, come la verità. Vivono in Argentina. Astiz, condannato in contumacia dal tribunale di Parigi, è richiesto anche dai magistrati di altri Paesi.
La Calabria ritorna in questa storia dolorosa sotto altre vesti. Giulia Veltri racconta di eroi come Filippo Di Benedetto, il sindacalista nativo di Saracena che rischiò la vita per salvare centinaia di italo-argentini dalle grinfie del regime e di carnefici come Leopoldo Galtieri, il quarto e ultimo dei presidenti, tra i più sanguinari e crudeli, autoproclamatosi durante la dittatura, era infatti originario di Mormanno, in provincia di Cosenza.
Anche la Calabria ha offerto il volto dell’umanità che ha difeso la libertà e resistito ai soprusi e quello dell’umanità che invece quei soprusi li ha perpetrati, convinto di avere avuto la libertà al solo scopo di calpestare quella altrui. Un capitolo di Storia buio fino in fondo, nonostante coraggiosi sprazzi di luce. Si leva ancora quella voce: “No olvidemos!”(Non dimenticateci).
*Per “sparizioni” si intendono i rapimenti commessi dalla forze dell’ordine o da forze militari governative allo scopo di eliminare un individuo e neutralizzarne l’azione e il pensiero. Molte volte le persone “scomparse” vengono ritrovate dopo anni e purtroppo non sempre vive. Spesso si crede scomparsa una persona che in realtà è stata vittima di un’esecuzione extra-giudiziale. Entrambe queste gravi misure caratterizzano un contesto segnato prevalentemente dalla presenza di gruppi armati, filo governativi e di opposizione, e da un conseguente clima di violenza politica. Le vittime, oppositori e presunti tali considerati una minaccia, sono perseguitati, sospettati e accusati di cospirare contro l’autorità governativa. Tali abusi, perpetrati da unità speciali istituite dallo Stato che agiscono su suo ordine espresso o da gruppi di civili che agiscono con la complicità delle forze governative, rappresentano il sistema più efficace e rapido, rispetto alla detenzione e alla custodia, per eliminare dallo scenario gli avversari politici e gli individui etichettati come sovversivi e pericolosi per la stabilità dello Stato. Utilizzato, per fare pressione su costoro, anche il rapimento di familiari. Numerosi i casi di bambini “spariti” travolti dalla repressione insieme ai genitori. Troppe le donne in gravidanza, rapite e costrette a partorire pressi centri dove erano detenute e a vedersi tolti i loro figli, cresciuti dalle stesse guardie come propri figli o da famiglie adottive. E’ opportuno distinguere, sotto il profilo del soggetto autore della violazione e del contesto, la “sparizione”, così intesa perché posta in essere da gruppi armati governativi, dalla cattura di ostaggi o rapimento per mano di gruppi armati in situazioni di conflitti e di disordini interni con possibili matrici discriminatorie di carattere razziale ed etnico (vedi scheda sulla Discriminazione con riferimento a quella etnica).
Il termine “desaparecido” – “scomparso” – entrò nel vocabolario delle organizzazione umanitarie negli anni sessanta quando in Guatemala la sparizione venne utilizzata per eliminare segretamente gli oppositori politici. Ciò testimonia l’originaria e orribile finalità di questa pratica, da allora diffusasi rapidamente, che atteneva all’eliminazione fisica di avversari politici. Tuttavia la sua diffusione in altri paesi e in altre realtà ne ha comunque determinato una diversificazione. Nella forma dell’omicidio di massa, ad esempio, ne è stato riscontrato l’uso in situazioni di collasso statale. Uccisioni di minori per strada hanno invece insanguinato alcuni paesi dell’America centro-meridionale in cui tali pratiche sono diventate strumento di riduzione della microcriminalità generata dal degrado sociale e dove gli omicidi di minori vengono tollerati nella prospettiva di risolvere il problema dei bambini di strada.
Tali tattiche di repressione, per altro estremamente rapide e convenienti per gli Stati, poiché favoriscono la loro estraneità ai fatti che riguardano l’individuo “sparito” e la negazione di qualunque responsabilità relativamente alla sua sorte, hanno costituito oggetto di attenzione da parte del movimento fin dagli inizi della sua attività.
Sia le “sparizioni” che le esecuzioni illegittime vengono adoperate per mascherare altri abusi e ingiustizie, quali la mancanza di un regolare arresto, di un equo processo e di una legittima detenzione, derivanti dall’impossibilità di una legale incriminazione che consenta la persecuzione di chi critica il governo. Rapite a volte uccise, altre volte vittime di gravi misure quali abusi fisici, punizioni corporali e trattamenti inumani e degradanti, torture, lunghe detenzioni in celle buie e in isolamento, privazione di cibo e presidi igienici, medici e sanitari, queste persone vengono opportunamente e ufficialmente definite dalle autorità “sparite”, scomparse nel nulla, neanche mai detenute. Non mancano i casi di morte in custodia e le ipotesi di lunghe detenzioni incommunicado, nella totale e prolungata impossibilità di contattare familiari, medici e avvocati. Alla luce di tutto questo appaiono palesi le numerose violazioni di diritti fondamentali che discendono da tali trattenimenti che calpestano la dignità di chi li subisce e a cui si procede senza accusa, né processo nella più fitta e impenetrabile segretezza, senza alcuna protezione da parte della legge.
Nessuna inchiesta imparziale, nessuna operazione investigativa indipendente, un clima di impunità che uccide le vittime due volte rendendo difficoltosa l’affermazione della verità e della giustizia, negate anche a chi sopravvive.





