
di Anna Foti – Decenni di esplorazioni, passione subacquea, indagini, mistero e memoria.
Tra i tanti misteri che i mari calabresi custodiscono, a volte, fortunatamente non sempre,
si nascondono storie di scomode verità taciute. Tante le imbarcazioni, oggi relitti, ancora giacenti sui fondali calabresi e tra questi vi è anche quello della Laura Couselich, detta Laura ‘C’, una imponente nave di trasporto della Marina Militare Italiana salpata dal porto di Venezia il 28 giugno 1941 e affondata il 3 luglio dello stesso anno, al largo di Saline Joniche, sulla costa jonica della provincia di Reggio Calabria.
Nel lontano 1941, inviata a rifornire le truppe italiane che combattevano in Africa, in particolare a Tripoli, il piroscafo Laura C faceva scalo a Taranto per unirsi alle imbarcazioni Mameli e Pugliola e raggiungere in gruppo il porto di Messina. Fiancheggiate dal cacciatorpediniere Altair, lungo la costa jonica calabrese le navi subiscono l’attacco del sommergibile inglese Upholder. E’ il tre luglio del 1941 quando la Laura C cola a picco sul fondale sabbioso di Saline Joniche, frazione del comune di Montebello Jonico. Un episodio che costò la vita di due uomini, Marò R.M. Vittorio Panariello di Michele – 1917 – Napoli e Marò merc. Angelo Duse – 1892 – Venezia, la scomparsa di quattro, 3° Uff. Macc. Pietro Mosetti di Antonio –1889 – Trieste; Segn. R.M. Francesco Diritti di Antonio –1911 – Paola; Fuoch. Merc. Stefano Izzo di Gennaro –1903 – Torre del Greco; Marò Merc. Edoardo Marcuzzi di Edoardo –1906 – Trieste , e il ferimento di cinque, nostromo Luigi Tarabocchia di Andrea –1893 – Trieste e l’ingrassatore Pasquale Moscheni di Matteo –1897 – Paola.
Un affondamento che si colloca durante la seconda guerra mondiale e che negli anni a seguire ha riservato numerosi colpi di scena tra cui quello più eclatante del carico di tritolo che sarebbe stato fornito dalla ndrangheta, che avrebbe avuto accesso al relitto come deposito di esplosivo, successivamente per le stragi di Capaci e via D’Amelio nel 1992 in cui persero la vita i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino con le scorte, e per quel messaggio intimidatorio che, con la consistenza di tre panetti nei bagni di Palazzo San Giorgio, avrebbe inteso colpire l’amministrazione comunale di Reggio nel 2004.
Sempre nel 2004, inoltre, i carabinieri di Melito Porto Salvo e di Reggio Calabria ritrovano panetti di tritolo, plausibilmente estratto dalle stive della Laura C, rispettivamente sotto il ponte Molaro e sul greto del torrente Sant’Elia.
A tracciare le ipotesi di raccordo, in nome di tritolo disponibili e gratuito per le ndrine, tra la ndrangheta e la mafia siciliana, campana e pugliese, alcune dichiarazioni di pentiti (Vincenzino Calcara, Emanuele Di Natale e Carmine Alfieri), ma nessuna prova, nonostante le indagini della Direzione Distrettuale antimafia di Reggio per il tramite della Guardia di Finanza, e la collaborazione del Sisde.
Sono trascorsi settantuno anni dal momento in cui la nave venne colpita da tre siluri, mentre trasportava oltre 5 tonnellate di materiale vario di cui 1500 di tritolo che, più tardi, si sarebbe ipotizzato fossero nella piena disponibilità della mafia. Un’ipotesi mai provata ma nel dubbio il Genio Militare della Marina pensò di liberare le stive, prima, di cementificarle, poi, e non solo per ragioni di sicurezza. Il tutto tra un divieto di immersione l’altro, imposti dalla Capitaneria di Porto e poi sempre revocati fino all’autorizzazione per soli scopi scientifici. Sono anni di incertezza quelli in cui la società napoletana, Cormorano Srl, esegue in 150 giorni al prezzo di oltre tre miliardi di vecchie lire l’operazione di cementificazione iniziati e completati nel 2002. Sono gli anni della tragedia del sub barese, Domenico Racaniello, che secondo il rapporto dei Vigili del fuoco, sarebbe rimasto impigliato nelle cime della nave.
Oggi il relitto, un tempo dimora di florida fauna marina ed affascinante meta per appassionati subacquei, si presenta con lo scafo rivolto con la prua verso terra, in corrispondenza della costa. Rimane ancora oggi da più parti attenzionato per progetti di valorizzazione come il waterfront – recente l’iniziativa dei dell’agenzia dei Borghi Solidali dell’area grecanica calabrese – e di realizzazione di un parco acquatico. Recente è, infatti, anche la proposta di Legambiente di allestire proprio a Saline joniche il Museo del Mediterraneo piuttosto che a Reggio.
Fascino e mistero di un’imbarcazione utilizzata in tempo di guerra e che a lidi di pace, se non nell’apparente immobilità dei fondali calabresi, ancora non riesce ad approdare.




