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Memorie – Strati, ancora vivo nei suoi libri

13 Agosto 2015
in Memorie, RUBRICHE
Tempo di lettura: 4 minuti
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di Anna Foti – Con le sue parole e il suo disincanto in valigia se n’era andato da una Calabria che aveva raccontato senza essere mai riconosciuto da essa stessa come fine e arguto interprete. Saverio Strati ha lasciato la terra di origine per vivere nella provincia fiorentina, Scandicci, dove lo scorso anno è morto all’età di quasi novanta anni

. Proprio a pochi giorni dall’anniversario della sua nascita (16 agosto 1924), il comune natio della provincia reggina, Sant’Agata del Bianco, lo ricorderà anche nella casa museo, una delle poche ad essere stata aperta in onore di uno scrittore ancora vivente. Essa fu inaugurata con il contributo della regione Calabria nel 2014, un mese prima della sua morte, nell’ambito di una manifestazione insignita della medaglia da parte del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Mercoledì 12 agosto, alle 18:30, presso la sala consiliare del palazzo Municipale di Sant’Agata del Bianco, avrà luogo infatti l’incontro con la scrittrice vibonese Giusy Staropoli Calafati, autrice del libro “Saverio Strati. Non un meridionalista ma il Meridione in sé che parla” (Disoblio Edizioni). Dopo i saluti iniziali del sindaco di Sant’Agata del Bianco, Giuseppe Strangio, Domenico Talia, dell’Università della Calabria dialogherà con l’autrice. La casa museo di Saverio Strati sarà la tappa della passeggiata programmata dopo l’incontro.

Tra i più grandi scrittori del Novecento, Saverio Strati viveva in Toscana da cinquanta anni in condizioni di indigenza. Insignito del premio Campiello nel 1977 con “Il Selvaggio di Santa Venere”, fu beneficiario dal 2009, dopo una lunga battaglia del quotidiano calabrese “Il quotidiano” e una lunga trafila burocratica, della legge Bacchelli, che dispone l’erogazione di un vitalizio straordinario per quei cittadini che si siano distinti in un ambito del sapere o del fare, dunque delle eccellenze, che versino in condizioni di difficoltà economiche, venne concesso. Fu un illustre intellettuale e scrittore conterraneo, troppo a lungo ingiustamente dimenticato e colpevolmente ignorato.

Alcuni suoi romanzi hanno fatto il giro del mondo e sono stati tradotti in francese, in inglese, in tedesco, in bulgaro, in slovacco e in spagnolo e alcuni suoi racconti sono apparsi in riviste cinesi e in antologie dedicata alla narrativa contemporanea italiana: in Germania, in Olanda, in Cecoslovacchia e in Cina.

Strati iniziò a riordinare i primi racconti, che avrebbero formato il suo primo volume pubblicato nel 1956, La Marchesina; il suo primo libro sulla ndrangheta in cui di essa raccontava riti, formule, pensieri e azioni dei clan calabresi, in tempi in cui non solo non si conosceva il fenomeno mafioso calabrese al di là dei confini regionali, ma neppure lo si nominava. Furono i personaggi dei romanzi di Saverio Strati come Leo ne “Il Selvaggio di Santa Venere” (Mondatori, Milano) e prima ancora quelli de “La Marchesina” ad introdurla, poco dopo la pubblicazione dell’articolo del poeta-scrittore e giornalista di San Luca Corrado Alvaro, sul Corriere della Sera del 17 settembre 1955. Fu allora che si parlò per la prima volta di ‘ndrangheta fuori dai confini della Calabria. “Per la confusione di idee che regnava fra noi a proposito di giustizia e d’ingiustizia, di torto e di diritto, di legale e di illegale, per gli abusi veri e presunti di chi in qualche modo deteneva il potere, non si trovava sconveniente accompagnarsi con un ‘ndranghitista”.

Scrittore autodidatta, laureatosi a Messina e che per vivere fece anche il muratore, già nel 1958 scriveva di ndrangheta e ndrine. «Per essere affibbiato alla ‘ndrina non basta il coraggio, non basta la fede che il simpatizzante dimostra di avere tramite i contatti che stabilisce con i giovani ‘ndranghetisti. Conta, e parecchio, l’onore della famiglia, nella quale non ci devono essere “cantatori infam”, non ci dev’essere segno di “corna” … Dal giorno dell’iniziazione il ‘ndranghetista si comporta in modo diverso dai “cardoni”: parla in una certa maniera, cammina anche in una certa maniera, è più sicuro di sé; sa che ha alle spalle tutto un gruppo a difenderlo. Insomma a questo punto entrerebbe la scienza del comportamento per spiegare il nuovo modo di pensare e di agire dell’iniziato. Modo di pensare e di agire che è riassunto nel verbo ‘ndranghetiare. Verbo che alla mafia siciliana manca. E questo ‘ndranghetiare consiste in una serie di compiti che l’ “omo senza più coda”, “omo con due battesimi” deve saper assolvere senza “scampanare” o “sgarrare”».

Nel 1956 cominciò a lavorare anche alla stesura del suo primo romanzo “La Teda” che avrebbe visto la luce con gli stessi caratteri nel 1957 e che sarebbe stato seguito da “Tibi e Tascia” nel 1959. Al seguito della moglie Hildegard Fleig, si recò in Svizzera dove scrisse gli altri due romanzi “Mani Vuote” e “Il Nodo” pubblicati rispettivamente nel 1960 e nel 1966. Sempre qui venne concepito e prese forma “Noi Lazzaroni” pubblicato nel 1972.

L’opera di Saverio Strati è stata e rimane un continuo tributo alla sua terra, alla fatica necessaria per lavorarla, pur dovendola un giorno lasciare. Un racconto anche amaro intriso di solitudine, isolamento, rinunce, ingratitudine, dimenticanza; una testimonianza di un distacco dalla Calabria mai completatosi, dell’emigrazione, specchio oggi più di ieri dell’identità di una società in continuo movimento, metafora di quello sradicamento la cui portata si scopre passo dopo passo e mai al momento della partenza.

Ricordo nitidamente la debolezza della sua voce quando suonai al suo citofono a Scandicci e si disse troppo stanco per parlare. Qualche anno dopo ci avrebbe lasciato. E come ebbe modo di dire a Marco Dotti del magazine Vita, egli voleva essere ricordato, ma solo attraverso i suoi libri.«Mi pensi, ma per pensarmi mi legga, così sarò vivo», gli aveva detto, salutandolo.

Tags: memorieSaverio Strati
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