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Jòn Kalman Stefànsson autore de ''Le lacrime degli angeli''

20 Dicembre 2012
in strillibri
Tempo di lettura: 3 minuti
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stefansson
di Cristina Marra –
Poeta e narratore, Jòn Kalman Stefànsson è un maestro delle parole, “una delle poche cose di cui disponiamo davvero, quando tutto sembra prendersi gioco di noi,

le parole sono l’unica cosa che il tempo sembra non avere il potere di calpestare” e al potere evocativo delle parole che diventano poesia o prosa lo scrittore islandese dedica “Le lacrime degli angeli” (Iperborea, pag. 371, euro 17,50) il secondo romanzo della trilogia iniziata con “Paradiso e inferno”. Vincitore di prestigiosi riconoscimenti tra i quali il Premio Letterario Islandese nel 2005 e finalista al “Bottari Lattes Grinzane” e al “Gregor Von Rezzori”, Stefànsson arriva alla narrativa dopo tre raccolte poetiche e, dopo aver avuto diverse esperienze lavorative, si dedica esclusivamente alla scrittura.
Jòn, quanto ti hanno influenzato o aiutato le tue precedenti professioni?
“Quando ero più giovane mi guadagnavo da vivere con lavori anche molto pesanti. Fare l’addetto alle pulizie in un hotel, ad esempio, era faticosissimo per il corpo e la mente, ma cercavo sempre di ritagliarmi un po’ di tempo per leggere. Fare l’insegnante, invece, ha avuto una grande influenza sulla mia scrittura perché insegnare e scrivere hanno in comune uno scopo profondo: accendere una luce negli animi delle persone, svegliarle, portarle a pensare, insinuare dei dubbi nelle facili certezze di tutti i giorni che impigriscono il pensiero”.
Hai esordito con la poesia come sei approdato alla narrativa?
“Ho pubblicato tre raccolte di poesia molti anni fa e ancora penso come un poeta, amo la poesia perché è ambigua e allo stesso tempo emozionale, è forse la forma più profonda d’espressione: porta una nuova e diversa complessità di senso, commuove e destabilizza il lettore, lo colpisce nel profondo forse più di ogni altra forma artistica, a parte la musica. Ma oggi non riuscirei più a scrivere in versi, non credo che fosse il genere a me più congeniale. Il bello della narrativa è che non puoi decidere cosa mettere su carta, l’inatteso è il cuore della letteratura. Se un mattino comincio a scrivere e mi trovo davanti all’imprevedibile, sono sulla strada giusta”.
Un lungo percorso per i territori difficili, freddi e a volte ostili dell’Islanda lo compie il ragazzo, senza nome, sopravvissuto alla tempesta in mare del precedente romanzo, che accompagna il postino Jens che “tre, quattro volte l’anno, quando rimpiazza il corriere del sud va a prendere la posta fino a Reykjavik” compiendo il giro di consegne più accidentato del paese. Bufere di neve, paesaggi completamente imbiancati e raffiche del vento del nord caratterizzano il loro difficile viaggio, mentre dal cielo cadono “le lacrime degli angeli, dicono gli indiani de nord del Canada quando cade la neve” e Jens, alto, ruvido e di poche parole affronta le avversità col giovane compagno, un viaggio che diventa introspezione e convivenza tra libertà e costrizione.
Jens e il ragazzo compiono un viaggio-missione. Il tuo può essere considerato un romanzo di formazione?
“La mia intenzione era soprattutto raccontare una storia. Però, e questo per me era molto importante, volevo che si trattasse di un romanzo moderno, qualcosa di nuovo che raccontasse tutto quanto ci circonda: sentimenti, speranze, sogni, tormenti, paure, insomma, dovevo trovare uno strumento familiare a noi contemporanei per raccontare una storia del passato”.
La neve e il vento diventano metafore, sono i veri protagonisti del romanzo?
“Come scrittore cerco di dare voce agli elementi naturali perché per capire l’Islanda bisogna capire la Natura. La storia del mio paese per forza di cose è anche la storia della sua natura, dei suoi vulcani, dei geyser, delle sue coste. La nostra storia è sempre stata di sopravvivenza, una lotta costante contro la natura, molto bella, ma anche molto crudele. Qualcosa di così potente che mi è impossibile non scrivere”.
Dopo Milton, Shakespeare. Ogni romanzo della trilogia è dedicato a un grande scrittore?
“Non è una dedica vera e propria, ma in effetti ogni autore ha un ruolo nei romanzi; nel terzo volume ci sarà Walt Whitman. Non sono sicuro del perché proprio lui, ma so che la traduzione è una delle attività più importanti al mondo. Fa sì che pensieri, sentimenti, idee attraversino le culture di paesi diversi – e in questo senso la traduzione abbatte i pregiudizi, che derivano molto spesso dall’ignoranza. Se, per esempio, gli americani avessero una mentalità più aperta, si procurerebbero un bel po’ di traduttori dall’arabo, invece di spendere un mucchio di soldi nella ricerca di terroristi che loro stessi hanno nutrito con la loro boria e arroganza”.
Perchè la scelta di non dare un nome al ragazzo protagonista? Forse perché in lui può ritrovarsi ogni lettore?
“Per me, nella mia mente, era ovvio. Volevo che qualsiasi lettore, uomo o donna che fosse, scegliesse il nome da dargli. In realtà sono quelle cose che fai senza chiederti il perché, mentre scrivi. Solo a posteriori ti interroghi sul loro significato e la risposta che mi sono dato è questa: il ragazzo non ha nome perché ogni lettore possa scegliere il suo”.

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