Riceviamo e pubblichiamo – in una regione del Nord e non usufruire del nostro Ospedale reggino!
Il motivo è sempre stato chiaro dentro di me ma non avevo ancora avuto motivo di sperimentarlo in concreto fino a quando questa mattina, dopo una breve degenza fatta in questi giorni in un’ospedale della Lombardia , mi sono recata alle ore 11,00 nel nostro ospedale per fare un ecocardiogramma, eco programmato dal DH oncologico reggino dove da tempo sono in cura.
Arrivata , lungo il tragitto fino ad arrivare al reparto preposto, ho posato il mio sguardo un po dappertutto……… quello che vedevano i miei occhi era surreale…eppure sono circa sei mesi che lo frequento costantemente e non mi ero mai accorta dello squallore terribile in cui versa. Corridoi e sale di aspetto sporchi e scrostati , materiale accatastato in ogni angolo delle pareti. Lunghi corridoi e larghe sale di aspetto con intere file di sedie rotte. Gente accovacciata alla meglio che agita le braccia per cercare con i ventagli di spostare un po di aria così da avere un po di frescura. Niente climatizzatori, solo grandi finestre spalancate da cui entrava una calura infernale. Mi sono detta: “probabilmente all’interno del reparto ci sarà un po più di frescura e poi il reparto interessato dove mi devo recare è un reparto sensibile…. Parliamo di un reparto di cardiologia dove per forza la temperatura climatica deve essere adeguata alla patologia dei pazienti che li vengono ricoverati. Sono la stragrande maggioranza degli infartuati, di collassati”.
Non vedo l’ora di arrivarci.
Al secondo piano davanti a me si spalanca la grande porta della cardiologia degli OORR di Reggio Calabria, parliamo di uno degli ospedali più grandi della regione Calabria. Vengo investita subito da una ondata di caldo e cattivo odore proveniente dalla sala d’aspetto anistante il reparto dove li ci sono decine di persone in piedi in attesa di fare un elettro o un eco. Solo due hanno il privilegio di stare seduti… sono due anziani signori sulla sedia a rotelle dotati di sacche per drenaggi. E’ evidente che sono stati operati da poco. Il resto delle persone , me compresa, senza una sedia per la lunga attesa che si paventa . Una signora, l’unica con sottoil sedere una sedia, si accorge che anch’io ho il drenaggio e quindi mi offre la sua sedia che miracolosamente aveva probabilmente recuperato da qualche parte. Mi siedo e aspetto di essere chiamata. Dopo solo dieci minuti due o tre barelle del pronto soccorso fanno ingresso nella saletta d’attesa. Chiedo a un ragazzo accompagnatore tirocinante di un paziente come mai tutta questa gente in barella. Mi spiega che sono pazienti del pronto soccorso che vengono dirottati nel reparto per fare l’eco o l’elettrocardiogramma. Chiedo allora quando toccherà il nostro turno visto che le barelle non smettono di fare ingresso. Mi risponde che quelli provenienti dal pronto soccorso hanno la precedenza su tutti, poi tocca ai pazienti esterni programmati e infine gli interni che come me vengono dai vari reparti dell’ospedale. Scambio uno sguardo con mia figlia che mi accompagna e mi chiedo quando mai ci sbrigheremo. A distanza di circa un’ora nessun paziente programmato ha ancora fatto l’esame. Una dottoressa si alternava tra eco e Elettro Cardio e i pazienti in fila aumentavano vertiginosamente con il passare del tempo. Intanto il caldo torrido fa saltare i nervi ai due signori che si trovavano sulla sedia a rotelle che si ribellavano perchè si trovano li dalle nove di mattina. Cominciavano ad avere fame anche perché, a loro dire, i farmaci che prendevano per la terapia gli provocavano forti dolori allo stomaco. Niente da fare…. proteste inutili. L’unico cardiologo disponibile in ambulatorio , una dottoressa tutta sudaticcia e irritata per il gran numero di pazienti in attesa , corre come una matta da una stanza all’altra per cercare di smaltire la fila senza riuscirci. Alle 13,30 eravamo ancora tutti li… tutti morti di caldo e tutti rigorosamente in piedi , nessuno di quelli programmati era riuscito a fare l’esame, troppi ricoveri urgenti provenienti dal pronto soccorso. Mi sono chiesta se ancora era il caso di aspettare. Non riuscivo più a sopportare il caldo, la puzza, la stanchezza sapevo che stare li si rischiava di fare tarda serata. Decido insieme a mia figlia di tornare a casa. Decido di fare il mio ecocardiogramma in uno studio privato lontano da quell’inferno che è l’ Ospedale Riuniti!!
Da oggi non dovrò più preoccuparmi quale spiegazione dare a un chirurgo reggino sul perché della scelta di operarmi lontano da qui…mi sembra talmente evidente….!!
Sabina Berretta





