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Il carabiniere ‘amico’ dei clan: le relazioni pericolose dell’Appuntato Sannuto

3 Luglio 2015
in CITTA, Reggio Calabria
Tempo di lettura: 3 minuti
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Il carabiniere ‘amico’ dei clan: le relazioni pericolose dell’Appuntato Sannuto

di Stefano Perri – Avrebbe aiutato il boss Giuseppe Pantano durante il periodo della sua latitanza, rivelando notizie sulle indagini delle Forze dell’ordine che lo ricercavano. Con questa accusa è finito stamani agli arresti domiciliari l’appuntato dei carabinieri Pasquale Sannuto. Il suo nome compare nell’inchiesta Eclissi 2, che ha portato alla sbarra, insieme a lui, altri dieci soggetti ritenuti intranei alle potenti ‘ndrine di San Ferdinando dei Cimato, affiliati ai Bellocco e dei Pantano, affiliati ai Pesce.

All’epoca dei fatti Sannuto era in servizio alla stazione dei carabinieri di San Ferdinando con il grado di appuntato. All’esito delle prime indagini, risalenti al novembre del 2013, era stato trasferito a Mesoraca per ‘incompatibilità ambientale’. Ma la sua posizione è stata approfondita dai Magistrati della Dda reggina che hanno accertato, alla luce dei fatti riportati nella nuova indagine, le sue responsabilità nelle dinamiche criminali delle cosche dei San Ferdinando.

In particolare Sannuto avrebbe rivelato notizie di ufficio che dovevano rimanere segrete, violando in questo modo i doveri delle sue funzioni di pubblico ufficiale in servizio, e favorendo la famiglia dei Cimato, alleata del clan Bellocco, uno dei sodalizi più potenti della piana di Gioia Tauro.

I personaggi all’interno della cosca con cui l’uomo aveva intessuto relazioni erano Ferdinando Cimato, Gregorio Malvaso e Giuseppe Gioffrè. Le notizie rivelate da Sannuto, secondo gli inquirenti, avrebbero agevolato l’organizzazione ‘ndranghetista ad eludere le investigazioni nel periodo compreso tra il 29 ottobre 2013 e il 20 dicembre 2013.

In particolare, secondo gli inquirenti, l’uomo avrebbe attestato falsamente di aver appreso da ‘fonte confidenziale’ che il boss Giuseppe Pantano, autore del tentato omicidio di Emilio Mazzeo, avvenuto il 26 luglio del 2014, avesse trovato rifugio presso l’abitazione di una donna con cui aveva una relazione sentimentale extraconiugale. L’abitazione in questione si trovava nel comune di Nicotera Marina, nei pressi di un passaggio a livello. Ed era stata proprio la donna, alla vista di un due auto con a bordo 5-6 uomini ferme al passaggio a livello, ad avvertire il boss Giuseppe Pantano ed in questo modo favorendo la sua fuga.

In realtà, secondo gli inquirenti, Pasquale Sannuto, aveva appreso dell’accaduto direttamente da Danijiela Jakovljevic, anche lei destinataria dell’odierno provvedimento cautelare. Nella relazione di servizio Sannuto scrisse di aver appreso l’episodio da una fonte confidenziale e non dalla diretta interessata, occultandone di fatto la posizione. E questo per tutelare la ragazzo con la quale lo stesso Sannuto, stando alle intercettazioni contenute nel corposo faldone a suo carico, intratteneva una relazione con la stessa donna, continuata anche dopo il suo trasferimento a Mesoraca.

Ma non è tutto. Sempre secondo quanto ricostruito dagli inquirenti in un’altra occasione l’appuntato dei Carabinieri si sarebbe rivolto ad Emilio Mazzeo invitandolo a denunciare l’attentatore, poi scopertosi essere il boss Giuseppe Pantano. ”Ti dovremmo denunciare perché lo sai chi ti ha sparato – ha aggiunto Sannuto – perché io ero da Lamalfa e ho visto chi ti ha sparato”.

Ma il nome di Pasquale Sannuto emerge anche dalle conversazioni captate dalle microspie posizionate dai colleghi sulle auto dei boss della cosca. In un caso in particolare Ferdinando Cimato riferisce ai sodali di aver appreso proprio da Sannuto delle indagini in corso. ”E’ venuto e mi ha detto che stanno facendo uno schifo, ma uno schifo, inimicizie – riferisce Cimato – ha detto che ci attaccano a tutti”. Ed ancora, sempre Cimato: ”Ti posso dire che lui è contro.. non contro che ci va contro.. lui vuole stare fuori da queste cose..”. A quel punto Gioffrè, un altro degli odierni indagati, riferiva di aver saputo che alla caserma di San Ferdinando l’indagine aveva creato dissapori tra i militari: ”Si, si, lavorano insieme e non vanno d’accordo”.

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