di Stefano Perri – Ad unire le famiglie di ‘ndrangheta erano i soldi. Fiumi di denaro che arrivavano dalla vendita della cocaina ordinata dal Sud America. L’obiettivo era quello di abbassare al massimo il prezzo della droga, aumentando i quantitativi ordinati e contando su un numero enorme di fiancheggiatori che garantivano la sponda in diversi Paesi per l’arrivo degli stupefacenti in Europa.
Per farlo le ‘ndrine avevano concepito una aggregazione, un po’ come avviene per l’associazione di imprese che puntano ad un grosso appalto, una sorta di cartello tra i principali esponenti delle cosche del mandamento tirrenico e ionico: è questo il salto di qualità evidenziato dagli investigatori nell’ambito dell’inchiesta Santa Fè che ha sgominato il sistema messo in piedi dalla ‘ndrangheta per gestire il narcotraffico internazionale dal Sud America verso i porti italiani ed europei.
A capo dell’organizzazione c’erano Antonio Femia, Antonio Campanella, Francesco Di Marte, Nicodemo Fuda, i fratelli Vincenzo e Giuseppe Alvaro e Angelo Romeo. Il gruppo si preoccupava di gestire direttamente le operazioni di importazione della cocaina dalla Colombia, sfruttando la rete internazionale di fiancheggiatori. Per comunicare venivano spesso utilizzate le chat degli smartphone, attraverso linguaggi criptici per sfuggire alle intercettazioni.
L’organigramma ricostruito dagli investigatori parla chiaro: i sodali erano andati oltre le tradizionali appartenenze familiari e si erano consociati in nome del dio denaro.

A gestire le operazioni c’era Antonio Femia, 34anni, considerato un esponente di spicco delle ‘ndrangheta di Locri. In qualità di promotore ed organizzatore era lui a dettare gli ordini all’associazione, tenendo rapporti con i finanziatori, decidendo i canali di approvvigionamento, recandosi in più occasioni in America Latina per perfezionare gli accordi con i fornitori e decidendo il sistema di copertura da adottare per eludere i controlli e commissionando anche per sé una parte degli stupefacenti da acquistare. Al suo fianco operava Antonio Campanella, 28 anni nato a Reggio Calabria, che sostituiva Femia durante i suoi soggiorni all’estero. Anche lui interloquiva con finanziatori e fornitori e si preoccupava di aprire nuove strade per diversificare le importazioni dal Sud America.

Insieme a Femia lavorava anche Nicodemo Fuda, 46 anni, anche lui di Locri, accompagnava il capo nelle contrattazioni principali con i narcos colombiani, partecipava attivamente agli incontri con gli emissari per intavolare le trattative, consegnando loro i soldi per finanziare i traffici, ricevendo direttamente i riferimenti alfanumerici necessari ad individuare i containers dove si trovavano i carichi di cocaina da ritirare.
L’altra colonna portante del gruppo era costituita dai fratelli Vincenzo e Giuseppe Alvaro, esponenti di spicco dell’omonima ‘ndrina operante a Sinopoli. Anche loro partecipavano attivamente all’organizzazione delle importazioni, definendo le scelte e assicurando il finanziamento per l’acquisto della cocaina. Erano loro a decidere quali broker dovevano essere utilizzati per procurarsi i preziosi carichi in arrivo dal Sud America. Erano sempre loro a supportare gli altri componenti del gruppo per il recupero dei carichi al porto di Gioia Tauro utilizzando il contatto con Giuseppe Tolotta, per tramite di Angelo Romeo, per la gestione degli arrivi dello stupefacente nei porti di Genova, Livorno e Vado Ligure.









