di Stefano Perri – ”Siamo gli zingari di Ciccarello”. Si presentavano così i nove soggetti arrestati stanotte nell’operazione condotta dalla Squadra Mobile di Reggio Calabria che ha sgominato il traffico di furti ed estorsioni comandati dai riferimenti della comunità rom residente nel quartiere di Ciccarello a Reggio Calabria.
Un meccanismo collaudato – Le telefonate alle vittime erano sempre le stesse. La procedura seguiva la prassi di un meccanismo assolutamente collaudato. Dopo aver rubato l’auto il ladro consultava documenti e oggetti personali per risalire all’identità della vittima, che veniva contattata da una cabina telefonica pubblica. L’interlocutore indicava il luogo dell’incontro e fissava una prezzo per il riscatto dell’auto, una sorta di ”cavallo di ritorno”, che la vittima doveva pagare per riaverla indietro. Le cifre variavano a secondo del valore dell’auto, ma non erano mai inferiori ai 400 euro. Le auto rubate erano quasi sempre delle utilitarie, spesso Fiat Panda o Fiat Punto, ma anche i ciclomotori erano spesso presi di mira. La vittima doveva poi recarsi al luogo fissato per l’incontro, quasi sempre nel quartiere di Ciccarello, nell’area di influenza dei criminali, e chiedeva della sua auto. A quel punto veniva contattato il ladro che chiedeva il riscatto indicando il luogo dove il malcapitato avrebbe ritrovato la refurtiva.
Niente associazione per delinquere – Le indagini, durate due anni, hanno permesso di ricostruire il sistema messo in piedi dagli indagati. Il metodo era sempre lo stesso, ma poiché tra i soggetti il Gip non ha riscontrato continuità di interessi, non ha ritenuto di estendere l’accusa di associazione per delinquere. I nove soggetti dovranno rispondere, a vario titolo, degli episodi di furto, ricettazione e tentata estorsione. Dopo due anni di intercettazioni telefoniche e pedinamenti, questa notte è scattata l’operazione. I nove sono stati prelevati nelle loro abitazioni nel quartiere di Ciccarello, dove la Mobile reggina si è presentata con più di 200 uomini, anche al fine di scongiurare il pericolo di fuga o possibili disordini.
Le vittime non denunciano – A rendere complesse le indagini due circostanze specifiche. Da una parte l’estrema difficoltà per gli investigatori nel ricostruire il sistema criminale messo in piedi dal gruppo, dovuto al fatto che gli indagati si muovevano nel loro ambiente, una sorta di ghetto, godendo della protezione e della solidarietà di altri membri della comunità rom. Dall’altra l’assoluta omertà delle vittime dei furti, che quasi sempre si sono sottratte alla denuncia di quanto avveniva. Erano poi gli stessi indagati, al momento della restituzione dell’auto, a minacciare le vittime obbligandole a denunciare l’accaduto alla forze dell’ordine con la formula del ”ritrovamento casuale”. Se si esclude un singolo episodio, nessuna delle vittime dei furti ha denunciato l’accaduto. In un caso una delle vittime è stata denunciata per favoreggiamento
Un fenomeno diffuso – Gli inquirenti ne sono certi: l’odierna operazione ha fotografato solo una piccola porzione di un fenomeno che in realtà è largamente diffuso a Reggio Calabria. Centinaia sono gli episodi riscontrati. Rifacendosi al numero delle denunce per ”ritrovamento casuale” di automobili e ciclomotori, gli inquirenti hanno fatto una stima di circa dieci episodi delittuosi a settimana, dunque più di uno al giorno. La sfera di influenza dei nove soggetti arrestati oggi era la zona sud della città, ma le indagini hanno dimostrato che i furti avvenivano secondo una logica di spartizione del territorio, tollerata anche dalle famiglie di ‘ndrangheta, che prevedeva per ogni quartiere un gruppo criminale che deteneva l’egemonia ed era autorizzato ai furti. Un fenomeno che del resto era già stato messo a fuoco nell’ambito di precedenti indagini, a partire dall’operazione Maremonti, negli anni ’90, fino ad Alta Tensione 2, nelle quali si erano riscontrati i punti di tangenza tra i clan della ‘ndrangheta ed alcune delle famiglie appartenenti alle comunità rom cittadine.
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