“Il male colpisce di più chi crede nel bene”, e il male, specie nel mito in questione, ha così tante declinazioni da racchiudere dentro di sé diverse forme e il volto di tanti personaggi. Parte dall’antica Grecia questa “Lunga notte di Medea” e arriva ai nostri giorni dopo diverse rivisitazioni, da quelle di Euripide e Ovidio fino al testo di Corrado Alvaro, portato in scena in questa produzione tutta calabrese targata Officine Jonike Arti – Globo Teatro Festival. Il palcoscenico è quello del Teatro Francesco Cilea di Reggio Calabria e il pubblico è quello delle grandi occasioni, con un teatro pieno in ogni ordine di posti e una partecipazione emotiva alle vicissitudini di Medea e Giasone, con i convincenti volti di Maria Milasi e Americo Melchionda, che fa trasparire quanto sia stata intensa l’interpretazione di tutto il cast di attori e la scelta del regista, lo stesso Melchionda, di sviluppare la narrazione attraverso la cifra stilistica della doppia commistione. La prima, quella tra prosa e video, con un vero e proprio attore supplementare in scena: lo schermo su cui si sono avvicendati Creonte, magistralmente interpretato da Hal Yamanouchi, i figli di Medea (Marco Marra, Domenico Iaria), le donne ammantellate (Chiaraluce Fiorito e Maria Marino), Creusa (con il volto di Aidai Uranbekova) e il popolo di Corinto. Uno schermo completamente integrato nella scenografia, vivo e mai percepito come elemento estraneo. E la seconda commistione, quella tra palco e platea, con la scelta di far partire spesso gli attori proprio dal pubblico facendo diventare l’intero teatro un unico palcoscenico con tanti momenti coinvolgenti: l’arrivo del Nunzio, interpretato da Francesco Spinelli, il dialogo a distanza tra Nosside ed Egeo (interpretati ottimamente da Anna Maria De Luca e Alessio Laganà), la corsa finale, ansiosa e piena di drammaticità emotiva, di Giasone che piomba sul palco a scoprire l’uccisione dei suoi figli facendo sentire ogni spettatore come se stesse andando lui a urlare il proprio dolore. O ancora la lanterna agitata al suono dei versi grecanici del guardiano di notte (Adriana Eloise). “Lunga notte di Medea” è uno spettacolo che si apre lentamente ma inesorabilmente alla partecipazione dello spettatore, condotto per mano in una vicenda che rivela le sue mille sfaccettature sin dalle prime scene, allorquando si intersecano le figure di Layalè e Perseide, interpretate da Giada Vadalà e Irene Polimeni. La vita, le sue complessità, il male e il bene, non sono confinati dentro un bianco e un nero, dentro questo o quel personaggio, si intersecano più volte attorno a un nodo centrale che è il dramma della condizione dello straniero. La rivisitazione del mito di Medea in Corrado Alvaro parla di razzismo ed emarginazione, dell’incomunicabilità tra diverse culture che spesso genera violenza. E qui il conflitto si sviluppa su un altro piano ancora visto che lo straniero è una donna, tramutandosi nella contrapposizione tra una società patriarcale e la rivendicazione di una condizione femminile. Il gesto ultimo di Medea, l’infanticidio, cambia declinazione rispetto ai classici greci e diventa la drammatica conseguenza dell’odio razziale e dell’intolleranza umana, temi che Corrado Alvaro universalizza attualizzando la tragedia che pur collocata a Corinto, secondo la tradizione, potrebbe svolgersi ovunque e in ogni epoca. Le musiche originali di Aldo Gurnari dei Musicofilia, i costumi di Maria Concetta Riso, le scenografie di Virginia Melis realizzate da Gabriele Lazzaro, Oscar Morabito e Luigi Catanoso, il disegno luci di Gennaro Dolce, gli inserti video della Ram Film completano, assieme al direttore di scena Maurizio Spicuzza, questa produzione che ha concluso la programmazione del Globo Teatro Festival. Un percorso ideale, quello attuato, che inserisce a giusto titolo in una dimensione internazionale, tra le grandi drammaturgie contemporanee viste sul palcoscenico del festival, anche il testo dello scrittore calabrese Corrado Alvaro.






