di Clara Varano – Fortunato La Rosa era il primario del reparto oculistica dell’ospedale di Locri. Lì ha concluso la sua carriera, poi la pensione e l’inizio di una nuova passione: la terra. Quella ricevuta in eredità dal padre. Su a Canolo, un paesino di 800 abitanti sopra Locri e Siderno, nel reggino. Tutti i giorni tra tornanti e strade scoscese andava su per coltivare quelle terre che secondo gli investigatori, almeno fino alla ricostruzione odierna, gli sono costate la vita. Sì perché il dottore La Rosa non cedeva. Non cedeva alla logica delle “vacche sacre”, quelle della ‘ndrangheta che in base ad una legge tutta criminale possono scorrazzare libere anche sui campi altrui, magari distruggendo il lavoro di un anno intero. Eh no. Lui, “il dottore” non ci stava e ha detto “no” tante volte fino a quel tragico giovedì. L’8 settembre 2005, tra le 12.00 e le 13.00, qualcuno gli ha esploso contro 3 colpi di fucile caricato a pallettoni, proprio su quella strada che percorreva ormai dal 1999.
La Rosa, aveva denunciato più volte i soprusi, gli atti intimidatori di “ignoti” che oggi si traducevano in una staccionata divelta, domani in una mucca fatta entrare sulla sua proprietà di prepotenza e lui, la riportava al legittimo proprietario. Questo atteggiamento ligio, onesto, non poteva essere tollerato in terra di ‘ndrangheta ed è stato, secondo loro, fermato all’altezza di quel tornante, in quella auto.
Gli inquirenti che non hanno mai smesso di indagare scrivono: “Fortunato La Rosa uomo di specchiata rettitudine e noto, così come anche i propri familiari, per la propria assoluta intransigenza nei confronti di ogni forma di sopruso, dal 1999 aveva smesso l’attività professionale, per dedicarsi alla passione per l’agricoltura, che esercitava in alcuni possedimenti di famiglia situati nella zona pre aspromontana tra i comuni di Canolo e Gerace, fino a quel momento rimasti in stato di semiabbandono, in preda ad alcuni occupanti abusivi ed a capi di bestiame al pascolo brado”.
La ‘ndrangheta, però non si è liberata di quella rettitudine, no. La moglie, Viviana Balletta, oggi 70enne, anche lei medico, anche lei ex primario, di ortopedia, dell’ospedale di Locri, continua a salire su quella montagna ed a fare esattamente tutto quello che faceva suo marito. Dice no alle angherie della ‘ndrangheta, nell’attesa, dichiarava al Corriere nel 2013, che fosse fatta giustizia. Oggi con l’arresto dei mandanti, da parte dei Carabinieri del gruppo Locri, a lei e i suoi figli, un po’ di verità e di giuatizia sono state finalmente, dopo quasi 10 anni, restituite.






