
di Stefano Perri – Luci ed ombre. Una storia che inizia nelle campagne di Reggiolo, borgo di 10mila abitanti all’estremo nord della provincia di Reggio Emilia,
quasi al confine con la ricca Lombardia. Case sparse alla periferia del paese. Le luci sono quelle delle fiamme che nella notte avvolgono ben nove automezzi della Ditta Bonifazio Autotrasporti con sede legale a Cutro (KR) di proprietà di Domenico Bonifazio. Le ombre, come spesso accade in casi come questo, sono quelle della ‘ndrangheta.
Un’intera azienda completamente distrutta, con più di mezzo milione di danni ed una comunità sconvolta, non certo abituata a delitti di questo genere. In paese un’unica convinzione: gli incendi sono di matrice dolosa e dietro la vicenda si nasconde la mano della criminalità organizzata. Gli inquirenti seguono proprio questa pista, quella dell’incidente non convince neanche un po’.
D’altronde l’appello di Salvatore Calleri, Presidente della Fondazione Caponnetto, è chiarissimo. ”Siamo di fronte ad un’escalation di tipo criminale, molto probabilmente mafiosa, che non dobbiamo assolutamente sottovalutare”. Con queste parole Calleri commenta l’episodio di Reggiolo che segue solo di poche ore un evento analogo accaduto a Torricella di Sissa in provincia di Parma e un incendio che ha mandato in fumo delle automobili a Fidenza. Episodi dietro i quali è possibile rintracciare una chiara matrice ‘ndranghetista, certamente ancora inconsueta a quelle latitudini, ma da interpretare come un acclarato tentativo da parte delle ‘ndrine di colonizzare territori ancora vergini attraverso l’odiosa pratica del racket.
Bandierine per segnare il territorio. Roghi che certamente nascondono interessi economici, in qualche caso anche cospicui, come quelli nel settore dei trasporti privati, ma che servono alla ‘ndrangheta soprattutto a far pesare la sua presenza sul territorio, a farsi percepire sul mercato come una forza viva e vitale, pronta a tutto pur di conseguire i suoi scopi.
Le indagini parlano di una provincia reggiana quasi ostaggio della ‘ndrangheta cutrese. La memoria recente riporta alle guerre tra le ‘ndrine Grandi Aracri, alleati ai Nicosia, contro i Dragone o gli Arena, che si contendono il controllo dei cantieri e degli appalti imperversando sul territorio reggiano. A parlarne è anche il pentito di ‘ndrangheta Salvatore Cortese, boss che dal 2008 ha deciso di collaborare. Dal suo racconto emerge che le zone di Brescello e Gualtieri sono “la mamma degli investimenti dei Grandi Aracri” ma anche di altre famiglie come i Dragone e i Muto, oggetto in questi mesi di una serie di indagini da parte degli inquirenti. D’altronde sull’infiltrazione della ‘ndrangheta in Emilia si assommano a decine i faldoni sulle scrivanie di Procuratori e Sostituti di tutta la regione.
I giornali ne parlano, in molti casi trattando il fenomeno ancora con scarsa competenza – qualcuno sbaglia ancora a scrivere la parola ‘ndrangheta – ma la situazione inizia ad essere percepita in tutta la sua pericolosità.
Non è un caso la storia di Giovanni Tizian, giornalista, calabrese trapiantato in Emilia dopo l’uccisione del padre, autore di ”Gotica. ‘Ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea”, trent’anni appena compiuti ed un’attività da free lance d’inchiesta che gli è già valsa l’attivazione del programma di protezione.
Storie di una terra di confine, la bella Emilia-Romagna, la stessa di Giovanni Pascoli e Francesco Guccini, quella di Jack Frusciante e del lambrusco, oggi in mano ai Nicosia, ai Dragone, ai Muto. Il risultato dell’avanzare di una piovra che non conosce barriere, ansiosa di fagocitare ogni cellula produttiva dell’intero
tessuto economico. Storie che fanno male, che restituiscono la dimensione di un fenomeno che è ben lontano dall’essere sconfitto e che considera le regioni del nord come terre di conquista sempre più appetitose.
Dopo l’incendio di Reggiolo il paese è insorto. Trentasei ore dopo l’attentato i ragazzi della scuola media sono scesi in piazza. Allla manifestazione hanno preso parte anche i rappresentanti del forze produttive, le associazioni, i singoli cittadini e le istituzioni. La ferma condanna è arrivata anche dal presidente della camera di Commercio Enrico Bini. ”Con il gravissimo atto di criminalità consumatosi a Reggiolo – ha detto Bini – non si è voluta intimidire solo un’impresa, ma l’intera comunità locale”.
Il rischio è che a bruciare tra le fiamme che hanno avvolto quei nove camion nella campagna emiliana sia il futuro di un intero territorio.
(foto Reporter.it)




