E’ duro l’attacco della conferenza episcopale calabra nei confronti di Franco Roberti, procuratore nazionale Antimafia che nei giorni scorsi, presentando la relazione della Dna, ha puntato il dito contro i silenzi della Chiesa e la sua responsabilità. “Abbiamo appreso con stupore e amarezza dai mezzi di informazione – scrivono i prelati -, le parole del procuratore nazionale antimafia Franco Roberti”.
“La Chiesa – ha dichiarato Roberti – potrebbe moltissimo contro le mafie e che grande responsabilità per i silenzi sia della Chiesa. Siamo dovuti arrivare al 2009 per iniziare a parlarne'”.
“Queste parole – sottolineano i vescovi – fanno male perché denotano una lettura superficiale e una conoscenza approssimativa del pur faticoso forse a tratti lento ma in ogni caso ininterrotto cammino che proprio la Chiesa ha compiuto dal secondo dopoguerra a oggi, nella comprensione e nella trattazione del fenomeno mafioso e di cui proprio don Puglisi e, con lui tante altre figure di sacerdoti, sono testimonianza viva. Un conto è parlare di ritardi, che pure ci sono stati, un altro è farli passare per immobilismo, silenzi, omissioni e talvolta larvata connivenza. La Calabria e in genere il meridione è terra segnata dalla crisi economica, dalle deficienze della classe dirigente, dalle dimenticanze dei governi di ogni livello, a volte dall’ incapacità della politica”.
Peri vescovi “l’errore di uno non deve essere addebitato a tutti”. “Evidentemente -hanno aggiunto – il dottor Roberti non sa della Lettera pastorale del 1948 dei vescovi meridionali, cui seguì il 30 novembre 1975 una lettera dei Vescovi calabresi dal titolo “L’ episcopato Calabro contro la mafia, disonorante piaga della società”.
Nell’ultimo ventennio, rimarcano i prelati £c’è stato, un fiorire di iniziative ecclesiali, associative, culturali, che hanno recepito e tradotto le istanze evangeliche di liberazione della terra calabrese”.
“Non aver considerato tutto ciò – concludono – e tanto altro, lascia l’amaro nei cuori e non fa di certo progredire l’unità di intenti tra tutte le istituzioni e la Chiesa”.





