Nella nostra, oramai dichiarata, determinazione, iniziata a Tabularasa lo scorso anno, a far ricordare a Reggio ed ai reggini che Nicola Calipari era un loro concittadino, uno di quelli di cui andare veramente fieri, magari con l’intitolazione “dovuta” di una strada, di una piazza, ci siamo detti: “Dai, ma forse non è stata solo Reggio Calabria a dimenticarlo!”. In effetti il generale di divisione Nicola Calipari, morto in Iraq il 4 marzo del 2005 per salvare la vita a Giuliana Sgrena, non è ricordato in ogni città o comune d’Italia. Eh però, lui non era nato a Napoli, era nato a Reggio Calabria e a 10 anni dalla sua scomparsa ben tre amministrazioni, tre con quella odierna, a Reggio non si sono occupati di commemorarlo.
In Calabria solo Cosenza, dove peraltro Calipari prestò servizio, insieme a Reggio, non ricorda Calipari con una qualsivoglia intitolazione. Insomma le uniche due città che avrebbero più motivo di altre di darne giusta memoria in Calabria, lo hanno dimenticato. Sì perché a Catanzaro, Lamezia e Crotone c’è Via Nicola Calipari e a Vibo c’è un “Largo Calipari”. Per non parlare del proliferare di strade e piazze a suo nome in ogni provincia calabrese. Qualcuno potrebbe dire “ma a Reggio c’è l’Auditorium Nicola Calipari”, certo, quello, però, esiste per iniziativa della Regione Calabria. Ma usciamo fuori dai confini della Punta dello Stivale. Andiamo nella vicina Sicilia. A Messina, lo specchio di Reggio, c’è addirittura una Caserma della Polizia intitolata a Calipari, inaugurata a soli 2 anni di distanza dalla scomparsa del generale, ed in ogni città, Catania, Ragusa e provincia siciliana è ricordato in qualche modo. Lecce, Mantova, Reggio Emilia, Parma ognuna ha il suo ricordo. A Roma, addirittura, ci sono sia i giardini Nicola Calipari che la caserma Forte Braschi Nicola Calipari. A Genova subito dopo l’omicidio ci fu addirittura un Consiglio Comunale nel quale all’ordine del giorno, il sindaco proponeva “l’intitolazione di una piazza o una strada” spiegando che era dovuto perché “Calipari aveva prestato servizio in città”.
Reggio e Cosenza, no. Loro non hanno un motivo per intitolare ad un eroe di guerra “qualcosa”… Non hanno motivazioni per fermare nel tempo lo straordinario coraggio di chi, scrive Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera: “Partiva solo, jeans e giacca di pelle nera, per zone off limits controllate dalla guerriglia qaedista. Aveva una pistola e due o tre caricatori sotto la camicia. Ma sapeva che sarebbero serviti a poco”.
(ClaVa)






