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Reggio – ‘Chiamatela pure giustizia (se vi pare)’. Occhio critico sul sistema giudiziario

13 Gennaio 2015
in CITTA, Reggio Calabria
Tempo di lettura: 5 minuti
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libro Lepore

di Grazia Candido – Dall’incontro tra Giovandomenico Lepore, magistrato regista di alcune delle indagini più delicate della storia della seconda Repubblica, e il giornalista Nico Pirozzi nasce il libro “Chiamatela pure Giustizia” (Se vi pare) edito da Cento Autori. Alla libreria Culture, questo pomeriggio durante l’appuntamento organizzato dal Cis, gli autori rispondono alle tante domande che girono intorno al sistema giudiziario italiano soprattutto provano a spiegare perché questo non funzioni. L’ex Procuratore della Repubblica di Napoli e il giornalista in 176 pagine, provano a delineare cosa è realmente successo in questi anni in Italia e, alla fine, arrivano alla conclusione che “c’è stata una precisa volontà politica di non far funzionare la giustizia”. In una lunga intervista vengono affrontate le questioni più spinose e controverse della giustizia italiana, e non mancano critiche e bordate polemiche a una classe politica inefficiente e autoreferenziale.
“Una giustizia lumaca, che balbetta, fa comodo a tanti: al cittadino inadempiente che trova l’humus ideale tra le maglie larghe di un sistema giudiziario che fa acqua da tutte le parti; all’avvocato che, grazie al vasto campionario presente nel codice penale italiano, da un verso, e ai tempi lunghi dei processi, dall’altro, vede lievitare il proprio onorario; al politico che finisce a processo, per il quale una giustizia lenta e farraginosa può rappresentare una vera e propria manna dal cielo” – scrivono Lepore e Pirozzi.
Durante l’incontro moderato dalla giornalista Anna Foti e al quale hanno preso parte il sindaco Giuseppe Falcomatà che ha ribadito “l’intento dell’Amministrazione di far recuperare a Reggio l’immagine di città sana e che combatte un’illegalità diffusa attraverso anche un percorso nelle scuole per educare i più piccoli al rispetto delle leggi” , la professoressa Paola Radici Colace (Ordinario di Filologia Classica dell’Università di Messina), il Presidente del CIS della Calabria Loreley Rosita Borruto, il Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho e il Presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Calabria Giuseppe Soluri che “spera un giorno si parli di giustizia tout court”, l’ex procuratore ripercorre la sua carriera e racconta con occhio critico il sistema giudiziario italiano e le sue complesse relazioni con il mondo politico, spaziando dalla corruzione alle ingerenze delle evolute e ramificate organizzazioni mafiose, dalle consolidate lacune strutturali alle possibili soluzioni.
“Ho scritto questo libro per mettere su due piani separati quali erano le cause e quali gli effetti perché in questo Paese è diffuso confondere le cause agli effetti e viceversa – spiega Pirozzi – Ho fatto domande al mio interlocutore, un uomo che ha attraversato il mondo della giustizia, su vicende che per anni sono state poco chiare. Il primo problema che mi sono posto è perché la giustizia non funziona in Italia? E una risposta ce la fornisce l’ex presidente della Corte Costituzionale Tesauro che dice che mentre nel nostro Paese ci sono 10, 15 leggi per una determinata cosa in altri Paesi ve ne è solo una. Da qui il dubbio dei giudici: quale legge devono applicare? Tra i vari problemi vi è anche quello della selezione della classe politica perché le leggi non le fanno i magistrati ma coloro che ci amministrano. La nostra scommessa era spiegare in poche battute perché la giustizia non funziona; perché anche giudici e pm sono vittime di un sistema che fa acqua da tutte le parti; perché per il cittadino è più conveniente vivere nella legalità che non al di fuori di essa; perché bisogna credere nello Stato e nella giustizia”.
“Chiamatela pure giustizia” non è altro che il testamento politico di Lepore che per 50 anni, con la toga addosso, ha seguito temi caldi tra cui proprio i rapporti Stato-Mafia, ma anche Calciopoli, l’inchiesta sulla P4, sul bunga bunga e le escort a palazzo Grazioli, passando per l’emergenza rifiuti e le bonifiche fantasma in Campania, gli appalti al Comune di Napoli e le mega truffe sulle invalidità civili. Con parole semplici, il magistrato ha raccontato come ha fatto a dirigere la Procura più grande d’Italia, con nove Procuratori Aggiunti e 107 Sostituti ma anche cosa significa confrontarsi ogni giorno con la camorra e lo strapotere che esercita a tutti i livelli. Una storia, come tutte le vicende di cui è protagonista l’uomo, scandita da momenti di gioia ma anche di estrema delusione.
“Bisogna avere coraggio a non aver paura – postilla Lepore – Non voltiamoci dall’altra parte. Diciamoci la verità: la giustizia non la si vuol far funzionare. Ad oggi non è cambiato nulla e ogni nuovo Governo parla di Riforme della Giustizia per poi pentirsene dopo. Fa comodo a tutti: al politico, al malavitoso, al cittadino ma in uno Stato democratico non può non funzionare la giustizia. Dobbiamo cambiare e questo cambiamento può avvenire solo se si superano gli interessi personali e lasciamo stare quelli che dicono di fare il bene collettivo perché così non è. Da sempre, hanno fatto il bene del partito altro che collettivo”.
L’ex Procuratore capo nel suo “racconto scevro da censure e da omissioni”, non risparmia pesanti “responsabilità ad una classe politica la cui maggiore preoccupazione sembra essere quella di mettere i bastoni tra le ruote della giustizia, con la complicità di leggi inefficaci e contraddittorie”.
“Il marcio sta nella politica e sino a quando ci sarà il legame tra questa e la criminalità organizzata esisterà sempre – aggiunge il magistrato che si sofferma anche sulla carenza del personale negli uffici giudiziari, sul problema dell’immondizia presente al Sud ma anche al Nord e sulla questione sequestri e confische dei beni mafiosi – Non è un libro pessimista anche perché l’unica cosa che non dobbiamo perdere né ci toglieranno mai, è la speranza”.
Una speranza nella quale confida il Procuratore della Repubblica De Raho che vede nel collega “l’uomo che ha dato la forza e la libertà di poter operare negli uffici”.
“Vi sono state indagini che hanno richiesto un impegno eccezionale ma poi la lentezza nell’arrivare ad una sentenza, una mancata riforma, gli interventi che dovrebbero essere applicati per dar sostegno alla giustizia, la posizione dei magistrati hanno intaccato un sistema sul quale sono state investite risorse – afferma De Raho – Dovremmo cominciare a capire in quale direzione bisogna operare per dare efficienza al sistema giustizia e sarebbe riduttivo pensare di intervenire solo sulla situazione del magistrato. Probabilmente, è il meccanismo processuale che va rivisto e bisogna incidere sulla prescrizione: questa è uno dei temi sui quali più spesso si ribadisce l’esigenza di intervento. Pensare che solo dopo 8, 10 anni si arriva ad un nulla di fatto quando sono state spese tante energie e quando una sentenza di primo grado è stata già emessa, è un controsenso”.
Ma per il procuratore ci sono tante problematiche sulle quali occorre intervenire subito. Innanzitutto, “garantire ai magistrati non solo ai giudici, l’indipendenza e l’autonomia che sono la garanzia del cittadino non del magistrato”.
“Balenare una responsabilità al magistrato che ha interpretato e applicato una norma significa sostanzialmente condizionarlo – continua De Raho – La conquista più importante che ha fatto il nostro sistema giudiziario è quella di garantire a tutti giustizia. Quando si pensa di essere finalmente andati avanti poi ci si ritrova nuovamente indietro. Però, tanta gente spera e vuole il cambiamento. In Calabria c’è la voglia di cambiare, di lottare quell’illegalità, quella corruzione che sono l’humus su cui la ’ndrangheta si sviluppa”.

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