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Signor Ministro, venga a scuola…

17 Ottobre 2012
in Storie
Tempo di lettura: 5 minuti
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scuola

di Maria Rita Romeo* – Signor  Ministro, le notizie diffuse a mezzo stampa mi lasciano sconcertata. Un’ulteriore mazzata

per noi docenti che non veniamo mai tenuti  in alcuna considerazione se non per attribuirci l’epiteto di “massa di fannulloni e/o scansafatiche”. Non mi meraviglio che ci chiamino così,  dal momento che siamo  maltrattati  perennemente e che nessuno si è mai levato dagli scranni del Parlamento, o nelle sedi opportune  a difenderci. Noi stessi,  poi, come categoria, non abbiamo saputo trovare un efficace sistema  di lotta per rivendicare migliori condizioni di lavoro  e maggiori gratificazioni. ( Taccio sui sindacati).  Ho letto e condiviso  in pieno l’articolo,  apparso sull’Espresso Blog,  scritto dalla collega Mariangela Galatea Vaglio, e vorrei  aggiungere qualcosa, soffermandomi sull’aspetto  della manovra che ritengo più grave e che non è stato considerato rilevante: lo stress.  Signor Ministro la scuola logora chi la fa. Lavorare a scuola significa distruggersi. Si guardi intorno:  la società è piena di maestre/i  colpite/i  dall’alzheimer, ex prof. divenuti, col tempo, a loro volta dei bambini. Per correggere un lavoro in classe, ( tanto per dirne una e a mero titolo di esempio) e anche durante l’autocorrezione effettuata dagli alunni, (quando si controllano le analisi di un testo antologico con risposte aperte,  ad esempio) si verifica un dispendio di energie mentali non quantificabile e non paragonabile a nient’altro; rispondere a due , tre, quattro, cinque o più  bambini che,  contemporaneamente, propongono un’idea, (non sempre coerente e, quindi, da correggere immediatamente nella forma o nella sostanza) richiede un surplus di lavoro mentale e vocale. Certo, alla fine della giornata, se ho lavorato bene sono soddisfatta, ma ho dato me stessa in termini di consumo concreto delle mie corde vocali e delle mie cellule cerebrali.  Ogni giorno in quelle classi, come insegnante  d’italiano, sono costretta a scandire ogni parola, a soppesare ogni minima sillaba, adeguandola alla  platea di astanti che non è certo paragonabile a quella di nessun altro impiegato … dello Stato.  Noi non parliamo a persone adulte,  Signor Ministro,  ma  ad adolescenti. Ogni nostra frase, perfetta o errata che sia, scolpirà le loro menti e vi resterà impressa per sempre … (a tale proposito chi non avrà aneddoti personali da raccontare sulla dabbenaggine dei propri prof.  che avranno detto chissà quante e quali corbellerie …). Noi formiamo persone e, nell’imprinting, (che è, poi, la molla che ci sorregge e ci fa andare avanti,- in questo lavoro sputiamo lacrime e sangue,  spesso, solo per questo-) ci sta tutto il bene ed il male del mondo, le materie che insegniamo ma anche molto altro: i linguaggi del corpo, i messaggi inconsci … tutto passa e si trasmette  loro, anche nostro malgrado. Un cedimento? Uno Sbadiglio? Un colpo di singhiozzo fuori posto? Ecco che immediatamente verremo derisi dalla platea dei nostri allievi,  giudici implacabili, difficilmente disposti a perdonarci  un lapsus  o una svista, ma anche, al tempo stesso,  spugne assorbenti delle nostre personalità, buone o cattive che siano. I nostri isterismi, le ansie, i malesseri, se vogliamo lavorare bene,  li dobbiamo mettere da parte: ogni impiegato di qualsiasi livello e in qualsiasi amministrazione, se si sente così così, dice al collega: ”scusa, oggi non mi sento bene, ti dispiace farlo tu? “ Oppure :“lo farò domani”;  se ha sonno si può appisolare per un  istante  in qualche angolo,  se ha mal di pancia, può andare in bagno, se ha mal di testa può pretendere silenzio,  se vuole prendere un caffè, chiacchierando col collega (la famosa pausa di 15 minuti autorizzata), lo può fare. Noi no! Noi non abbiamo bisogno di tutto questo!  Noi siamo indistruttibili e inossidabili, non abbiamo bisogno di bere, mangiare, urinare.… Nella pausa di ricreazione, in piedi come sentinelle, (o carcerieri?, faccia Lei), vigiliamo affinché le creature non si facciamo male, nell’ora di mensa idem. Insomma, è un impiego, il nostro,  perfetto per un insegnante giovane, con un corpo giovane, capace di sopportare qualsiasi forma di stress, contento di avere trovato un posto di lavoro e perciò DISPOSTO A TUTTO pur di lavorare, ma per chi si avvicina ai sessanta, è un po’ sordo, un po’ afono, un po’ esaurito, un po’ acciaccato in generale, diventa un massacro del corpo e della mente. Si riesce a sopportarlo perché le ore frontali sono al massimo quattro, cinque in rari casi o con la mensa. Se qualche giorno, nell’ora buco, mi capita di dover sostituire un collega assente e faccio la quinta ora consecutiva di lezione, torno a casa con la testa frollata.  Nessuno accenda la TV, neanche per il telegiornale, perché non riesco a sopportare alcun suono. Poi,  giù di nuovo a lavoro per correggere, stilare relazioni, verbali, programmazioni, interventi individualizzati e progetti. Taccio dei pomeriggi a scuola per Consigli e Collegi, o per Corsi di aggiornamento.  La sera, dopo cena, sono ancora lì a correggere e programmare. La notte, poi, dedicata al sonno ed al recupero delle su citate cellule cerebrali, spesso mi sveglio a pensare e progettare ancora il meglio per i miei ragazzi: faccio un lavoro individualizzato, li prendo uno per uno, la mia mente viaggia,  non dormo, ma ho in testa   quello che, già da domani, farò per quel ragazzino, o per l’altro. Nel frattempo si sono fatte le tre e di sonno neanche a parlarne. Al mattino seguente, è tutto più difficile. Non avendo rigenerato i neuroni mi ritrovo a metà mattinata a chiamare Giusy Iole, Filippo Tancredi e via dicendo in un crescendo d’ilarità generale in classe. Chieda ai miei alunni, loro confermeranno.
Noi lavoriamo con materiale umano, prima di tutto, ed è nostro dovere fare al meglio ciò che facciamo per loro. Noi li prendiamo all’inizio dell’anno e li conduciamo, nel percorso dell’apprendimento fino alla fine (dell’anno o del triennio), ascoltando le loro esigenze e accompagnando le loro vite. Noi siamo i  custodi della loro crescita e  non ci serve alcuna  burocrazia per prenderci cura veramente di ciò di cui hanno bisogno, ma solo di un po’ di rispetto.
Qui ed oggi la scuola, questa nostra scuola italiana, che considero luogo di tortura autorizzata, stringe ancora di più il cappio attorno a me.  Mi manda in pensione più tardi, (sono indistruttibile e, pertanto,  ce la farò, così, o sempre peggio, chissà,  fino a sessantasei /sette anni o anche di più: essendo del ‘53 mi aspetto che nel 2015 o nel 2017 adeguino ulteriormente gli anni alle attese di vita e mi facciano smettere di lavorare anche a settant’anni). Ma non è finita. Lei, Signor Ministro, decide che a scuola ci devo rimanere per altre sei ore fisse alla settimana, liquidando  tutto con la frase: ”contributo di solidarietà”.
La solidarietà, per una volta,  provi LEI  a sentirla, prima di parlare e di decidere, nei nostri confronti. Si vesta dei nostri panni per qualche giorno e invece di confrontarsi con platee di eleganti signore e signori, Suoi colleghi e colleghe, attorniato da messi di parlamento in guanti bianchi, ammantati dell’ultima livrea firmata, che Le porgono l’acqua su un vassoio d’argento, o invece di recarsi in visita ufficiale presso la tale e la tal’altra Istituzione,  lavori un po’ con noi  signor MINISTRO. Venga a star chiuso  nelle nostre  aule pollaio,  frequenti i gabinetti squallidi e rotti: invece di andare in gita in ameni luoghi di campagna, faccia un’escursione domenicale tra le aule e  i bagni delle nostre scuole, e scoprirà un impensabile “patrimonio batterico dell’umanità”: dia un’occhiata generale ai  pavimenti consunti e logori, impossibili da pulire e rendere lucidi, ma, soprattutto, ai nostri wc: li troverà, quasi sempre,  senza scarichi funzionanti,  sottoposti a  stillicidi di acqua perenne, di fianco a Lei non avrà neanche un velo di carta igienica, e  i lavandini, consunti dall’usura, non erogheranno mai acqua calda, neanche per Lei, e saranno, come spesso accade,    sguarniti della carta  asciugamani e  del sapone.  Le porte sgangherate e senza maniglie di quei bagni, se ci sono, le attraversi, Signor Ministro e venga a sudare in aula con noi nelle afose giornate di settembre, qui al sud, oppure, nei gelidi giorni di gennaio e febbraio, tra gli spifferi delle finestre malconce, con i bambini che si ammalano e tossiscono,  venga a riscaldarsi, se va bene e quando c’è, con la stufetta elettrica  che brucia il poco di ossigeno rimasto oppure, come a Betlemme,  col calore dei nostri corpi. Venga a provare un po’ della nostra vita,  ammantato di quella solidarietà che pretende da noi e, dopo, solamente, dopo, decida il da farsi. 
*Docente a Tempo Indeterminato di Italiano, Storia e Geografia nella Scuola Media presso l’Istituto Comprensivo “Giovanni XXIII” di Villa San Giovanni (RC)

 

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