di Cristina Marra – Non può parlare, eppure ne avrebbe di storie da raccontare. I suoi occhietti sono perennemente sbarrati e aperti sul mondo che lo circonda e hanno visto anche il male, sanno chi ha ucciso Ginger e conoscono l’arma del delitto, perchè la mano omicida che ha infierito sulla vecchia prostituta ha usato proprio lui per soffocarla, ha premuto il suo addome sul viso della donna e lo ha reso arma di un delitto senza ragione. Perciò Gosa, l’orsetto di peluche voce narrante del noir metropolitano “Muto come un orsetto” di Helfrid Wetwood edito da Fratelli Frilli, non può far altro che assistere al suo destino ed essere sballottato per le strade di Milano, una città difficile anche per un animaletto inanimato. “Una settimana buttato sul marciapiede, aggrappato ai miei pensieri. Immobile davanti a un tapis roulant indifferente di auto e persone” Gosa comincia la sua favola noir milanese. Per strada incontra i suoi nuovi proprietari e con loro conosce diverse realtà sociali, “così quando pensi di averle viste tutte, la vita a mo’ di illusionista caga fuori dal cilindro un vecchio cane bavoso e un tipo poco raccomandabile di nome Boris, un uomo elegante quanto una scatola di sigari Cohiba e mille volte più nocivo” fino a quando incontra Carla “che potrebbe essere una bomba sexy, e ha scelto invece di fare la parte della carabina inceppata”, ma Gosa vuole giustizia per Ginger e non si arrenderà e da buon “terminator di pezza” vuole salvare la bella massaia mora.
Helfrid nel tuo noir l’orsetto Gosa non solo è spettatore di un delitto ma ne è anche l’arma. Perché hai scelto la tenerezza di un Teddy Bear per il tuo personaggio?
Gli esseri umani sono bravi a trasformare in arma ogni cosa. Seppur non voluto ma del tutto casuale, l’aver scelto un orsetto fa sì che si cerchi e si indaghi sui perché della mia scelta. In realtà però ho solo dato il via alla mia fantasia e mi sono immaginato quali regali una prostituta collezioni nell’arco della sua attività. Scatole di cioccolatini, rose e fiori di ogni genere, ninnoli e bigiotteria a buon mercato oltre che a tutta una serie di insulti, talvolta botte. Ma tra tutti l’oggetto che poteva “stonare” creando tenerezza, curiosità e simpatia empatica era proprio un orsetto giocattolo di quelli che si regalano alle fidanzatine o ai bimbi.
Mi racconti la Milano di Gosa?
La storia inizia in via Padova ma poi prosegue per la città. La protagonista è quell’insulto di cemento che prende il nome di Milano. Quella Milano da bere di cui non è rimasta neanche una goccia e che si sta rifacendo il trucco per l’imminente vetrina dell’expo. Il protagonista è l’orsetto ma diventeranno a loro volta e a loro modo protagonisti tutti i personaggi che incroceranno la strada del nostro peluche pensatore. Sì perché Gosa è un morbido orsacchiotto, un giocattolo, un oggetto che per molti anni è rimasto ad osservare e ad ascoltare lo scorrere della vita della sua padrona, una prostituta di nome Ginger. Lui non si muove e non parla ma pensa, pensa per tutta la durata del libro. Non ha un cuore ed è inanimato ma allo stesso tempo ha una grande anima.
Gosa ha gli occhi sbarrati e non può parlare. L’orsetto simboleggia i tanti testimoni di un crimine che per paura, codardia o indifferenza stanno zitti?
Gosa è lo spettatore di una realtà che è sotto gli occhi di tutti, 24 ore al giorno, 7 giorni su 7. L’intento era quello di far venire fuori da queste pagine ciò che gli occhi di un oggetto inanimato di peluche riescono a vedere che è spesso quello che i protagonisti in carne ed ossa non vedono più o forse non hanno mai visto. C’è una frase emblematica tratta dal Diario di Ginger che dice: “Rabbia, gioia, paura, sorpresa, tristezza, odio, allegria, amore, gelosia, vergogna, nostalgia, rimorso, perdono. Emozioni: l’universo me le ha date ed io le ho usate tutte!”.





