
di Antonello Battaglia – Ero un ragazzo che avrebbe compiuto di lì a qualche giorno 16 anni e ricordo, come fosse adesso, quel boato sordo e sinistro, quell’odore
di morte e di freddo, il grigio di Via Apollo macchiato di carne, di rosso sangue, di nero bruciato. Era appena esplosa l’auto di Gennaro Musella, con lui dentro.
Una manciata di metri dal Liceo Classico, una manciata di attimi, una manciata di domande.
Chi ? Perché ? Cosa possiamo fare ? Facciamo qualcosa, maledizione. Riprendiamoci la città, riprendiamola.
Il corteo, sì… facciamo un corteo.
Era splendida quel giorno la primavera reggina, odorosa di sole, della brezza marina, di belle ragazze, di baldi ragazzi.
Eravamo splendidi noi, a braccetto, mano per mano, in ordine sparso ed un corpo solo.
Non un movimento politico, prima, aveva voluto metterci la faccia.
Quando un nugolo di ragazzi e ragazze delle scuole riempì il Corso Garibaldi, sciamando variopinto nella freschezza della sua età, ecco… uscirono come ratti i professionisti del consenso e cercarono di cavalcare, nel loro infinitesimale piccolo, qualcosa che era straordinariamente ed inconsapevolmente più grande di loro.
Non ci riuscirono e per una volta vinse la verità sull’opinione e nessuno cercò di sedurre un consenso, nessuno riuscì ad essere accattivante e non fummo terra di conquista per chicchessia.
No. Parlammo dinanzi a Cristo, dinanzi al Duomo, della eterna crocifissione e della eterna rinascita.
E fummo rinascita e fummo la Pasqua, quel lontano giorno.
Sapevamo di rosso sangue e di nero bruciato.
Ed eravamo splendidi.
E ci portiamo dentro il cuore un ricordo che è consapevolezza ed esempio.
Per sempre.




