di Angela Panzera –
Arriva la prima sentenza definitiva nei confronti di Michele e Giuseppe Cacciola e Anna Rosalba Lazzaro.
Maria Concetta Cacciola ha subito maltrattamenti dai genitori e dal fratello. La Corte di Cassazione ha in fatto respinto i ricorsi delle difese degli imputati, rarprpesentate dai legali Cimino, Giunta e Morace, confermando in toto la sentenza con cui lo scorso sei febbraio la Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria ha inflitto 4 anni e sei mesi di carcere a Michele Cacciola, 4 anni a Giuseppe Cacciola e 2 anni di reclusione ad Anna Rosalba Lazzaro. La Suprema Corte con la decisione sancita lo scorso 26 agosto, e con le motivazioni redatte dal giudice Roberto Carrelli Palombi depositate il 19 settembre scorso e pubblicate oggi per la prima volta, pone un tassello importante ma soprattutto sancisce con una sentenza passata quindi in giudicato,le angherie, le vessazioni psicologiche e lo stato di pressione e costrizione vissuto dalla testimone di giustizia morta il 20 agosto del 2011, dopo aver ingerito dell’acido muriatico per cui attualmente sono in corso le indagini della Dda per l’ipotesi di omicidio. “La corte territoriale -è scritto in sentenza- è pervenuta alla ragionevole conclusione di ritenere integrato il diritto di maltrattamenti in famiglia,reato che risulta commesso dagli attuali imputati attraverso una serie di condotte abituali consistite nella limitazione della libertà della persona offesa di intrattenere normali rapporti sociali di relazione con altri individui e nell’imposizione di rigide regole di comportamento”. A Cetta tutto è stato negato. Viveva in una gabbia e le sbarre erano composte dalle continue oppressioni esercitate dalla sua famiglia. “Il delitto di maltrattamenti non si consuma infatti, ribadisce la Cassazione, solo con le percosse o gli insulti, ma viene commesso, come in questo caso, attraverso ogni comportamento caratterizzato dall’abitualità e che venga a ledere il patrimonio morale del soggetto”. Maria Concetta non aveva nessun diritto. “Non ha avuto la possibilità di compiere le proprie scelte, di autodeterminarsi, perché queste sono state dissonanti con il patrimonio culturale della famiglia”. E la cultura della famiglia Cacciola, non è di certo quella che si trova sui libri di scuola o nei saggi accademici, è un retaggio caratterizzato dall’imposizione mafiosa e omertosa. “Onta e disonore” sono state le menti che hanno ordito contro Maria Concetta.
La Cacciola è credibile: “Sono stati individuati-scrive la Cassazione-significativi elementi di riscontro alle dichiarazioni irripetibili della Cacciola(…)Si tratta del clima di sopraffazione nel quale si trovava a vivere e ciò è emerso dalle risultanze delle intercettazioni, ambientali e telefoniche, analiticamente esaminate; vi è la descrizione di un episodio di maltrattamenti ammesso dallo stesso Giuseppe Cacciola; ci sono dichiarazioni di altri testimoni che hanno confermato quanto riferito dalla donna ed inoltre c’è la lettera con cui la Cacciola aveva lasciato alla madre affidandole la cura dei figli”. Maria Concetta infatti aveva affidato ai genitori i suoi tre bambini. Anche nei loro confronti i genitori avrebbero compiuto maltrattamenti. Il 17 ottobre scorso la Dda ha chiesto i processo nei loro confronti: i tre minori sarebbero stati usati per far rientrare Cetta da Genova, la località protetta in cui risiedeva, a Rosarno. Lo scopo sarebbe stato sempre lo stesso: tenere sotto scacco la figlia, anzi non più figlia ma “nemica”. Un nemico da maltrattare e schiacciare.





