di Stefano Perri –
La cosca Jerinò gestiva i traffici internazionali di stupefacenti dal Sud America all’Italia, passando per i porti dell’Atlantico.
La cocaina partiva dal Sud America ed attraverso l’Olanda e il Portogallo giungeva nei mercati del nord Italia controllati dalla ‘ndrangheta. Il traffico internazionale era gestito nei minimi dettagli dalla banda criminale afferente al boss Giuseppe Jerinò, reggente dell’omonima cosca operante sul territorio di Gioisa Jonica, della quale aveva ereditato il controllo dal padre, storico patriarca del mandamento ionico.
Secondo la ricostruzione operata dagli inquirenti, anche grazie alle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, l’uomo si avvaleva della collaborazione di altri seri soggetti. In particolare Angelo Scuteri, al quale era demandato il compito di organizzare materialmente le spedizioni, che controllava l’acquisto ed il trasporto della cocaina, in collaborazione con gli altri sodali fermati.
La droga veniva acquistata sui mercati sud americani, anche grazie alla ormai nota autorevolezza della ‘ndrangheta sul piano dei commerci illeciti internazionali, e dal Paraguay giungeva direttamente nei porti del nord europa, saltando il passaggio del porto di Gioia Tauro, considerato troppo pericoloso per via dei frequenti controlli nelle acque del Mediterraneo.
”L’indagine odierna – ha spiegato il Procuratore Nicola Gratteri – ha consentito di accertare una consapevolezza che avevamo da tempo. Il porto di Gioia Tauro non è l’unica, e certamente non la principale, porta di accesso per la droga proveniente dal sud america. Le deposizioni di diversi pentiti ci hanno fatto comprendere come si preferisca evitare l’ingresso nel Mediterraneo per via dei frequenti controlli nello Stretto di Gibilterra”.
Complessivamente le indagini hanno consentito il sequestro di due ingenti quantitativi di sostanza stupefacente: il primo di 329 Kilogrammi, avvenuto nel 2012 nel porto di Caacupemì in Paraguay ed il secondo di 70 Kilogrammi, effettuato il 17 aprile scorso, nel porto olandese di Rotterdam. In entrambi i casi lo stupefacente era trasferito mediante container, abilmente occultato in mezzo a carichi di legname e parquet, con l’obiettivo di giungere, dopo una serie di giri, al mercato del nord Italia.





