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Gioia Tauro: i portuali importavano cocaina, presi i logisti del narcotraffico

25 Luglio 2014
in CITTA, Reggio Calabria
Tempo di lettura: 3 minuti
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Gioia Tauro: i portuali importavano cocaina, presi i logisti del narcotraffico

di Stefano Perri – Sfruttavano il loro ruolo di dipendenti o ex dipendenti di Società operanti all’interno del porto di Gioia Tauro per favorire l’arrivo di ingenti quantitativi di cocaina dal Sud America consegnandoli successivamente alle cosche di ‘ndrangheta della Piana e del mandamento ionico.

Tredici soggetti sono stati fermati all’alba di stamani (qui l’elenco completo dei nomi) nell’ambito dell’operazione coordinata dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria – Direzione Distrettuale Antimafia, ed eseguita dal Nucleo di Polizia Tributaria di Reggio Calabria – G.I.C.O. – Sezione G.O.A., in collaborazione con il personale del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Reggio Calabria.

Un’operazione che ha consentito il sequestro, negli ultimi tre anni, di oltre quattro tonnellate di cocaina purissima, che i sodali del gruppo tentavano di far passare dal porto di Gioia Tauro e che avrebbe fruttato, una volta immessa sul mercato, un introito complessivo di circa 800 milioni di euro.

Un vero e proprio sequestro record che dà la dimensione dell’incidenza del gruppo nelle dinamiche criminali che ruotano attorno al porto di Gioia Tauro. Quella costituita dai tredici fermati era una vera e propria ”squadra”, un gruppo affiatato di soggetti che per via della loro attività professionale all’interno del porto, riusciva ad organizzare i turni e le presenze, per favorire l’arrivo della cocaina da stoccare e farla uscire dal porto eludendo i controlli di sicurezza.

A capitanare il gruppo criminale erano i fratelli Brandimarte, Giuseppe e Alfonso, entrambi ex dipendenti di una società di gestione della banchina merci del porto. Negli anni i due erano riusciti a creare un vero e proprio sistema di import che attraverso messaggi in cifrati con codici alfanumerici, consentiva l’acquisto di ingenti quantitativi di cocaina dai cartelli dei narcos sud americani.

L’indagine prende il via nell’ottobre 2011 quando viene arrestato Vincenzo Trimarchi, detto ”il merlo”, dirigente quadro della Società di gestione della banchina merci del porto, mentre tenta di allontanarsi trasportando a bordo di un furgone sedici borsoni contenenti 560 Kg di cocaina purissima.

I CAPI DEL CLAN – Proprio in seguito ai successivi approfondimenti gli investigatori sono riusciti a ricostruire la pianta organica dell’organizzazione, capeggiata appunto dal maggiore dei fratelli Brandimarte, Giuseppe, che proprio in virtù dell’esperienza maturata in banchina, poteva contare sull’assoluta ed incondizionata collaborazione di diversi dipendenti infedeli della Società di transhipment. Al suo fianco nella gestione delle attività vi era il fratello, Alfonso Brandimarte, che dopo l’arresto del capo, per i fatti inerenti la faida Brandimarte-Priolo, aveva subito preso le redini del gruppo criminale. La gestione era talmente oculata che i capi del clan avevano studiato con una cura maniacale una serie di strategie per sfuggire ai controlli delle forze dell’ordine. Bradimarte girava addirittura su un’auto blindata. Le comunicazioni tra i membri del gruppo venivano effettuate sempre da sim e telefoni cellulari registrati con nomi falsi. Uno di questo, secondo gli accertamenti affettati in seguito, è risultato addirittura intestato al personaggio dei cartoni animati ”Puffetta”. Inoltre i sodali più influenti erano arrivati a far installare all’esterno delle proprie abitazioni dei sistemi di video sorveglianza, in un caso occultati addirittura con una statua raffigurante la Madonna, che consentivano di controllare eventuali appostamenti o blitz delle forze dell’ordine.

LA LOGISTICA – Nonostante i due successivi sequestri avvenuti nel mese di giugno e di ottobre 2012, rispettivamente di 622 Kg e di 100 Kg di cocaina purissima, il gruppo continuava ad eludere i controlli di sicurezza mutando in maniera repentina le proprie metodologie e continuando a mantenere la massima efficienza operativa, garantita anche dalla fiducia accordata dalle maggiori cosche di ‘ndrangheta. La loro era una vera e propria società di servizi logistici, specializzata nella gestione e nella fuoriuscita dallo scalo portuale delle partite di cocaina in arrivo dai porti di diversi Paesi del Sud America.

I COMPENSI – Le attività investigative hanno consentito di accertare inoltre come il compenso dovuto al gruppo criminale fosse direttamente proporzionale al valore del carico importato, variando tra il 10% e il 30%, secondo il peso specifico della ‘ndrina che aveva commissionato l’acquisto della cocaina. Un’attività molto remunerativa che aveva spinto il gruppo criminale a dotarsi esso stesso di una rete di mandatari che venivano inviati direttamente nei diversi paesi del Sud America a trattare con i cartelli dei narcos, comunicando poi in Italia gli esiti della trattativa.

I MESSAGGI CIFRATI – Per comunicare con i capi in Calabria i mandatari del gruppo avevano studiato un complesso sistema di codifica alfanumerica che basato sulla sostituzione delle lettere del nome della nave che avrebbe contenuto il carico, attraverso i numeri di pagina di una rivista prescelta, e il numero del container da aprire assegnando ad ogni cifra ad una lettera della parola ”Barquitone”, che in spagnolo significa appunto nave. Il gruppo procedeva dunque ad una serie di viaggi con bassi quantitativi di cocaina, tra i 10Kg e i 30Kg, anche per testare la risposta delle forze dell’ordine per poi andare sul sicuro quando si trattava di importare il carico più grosso e remunerativo.

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