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Processo Infinito. Passa in giudicato l’unitarietà della ‘ndrangheta

15 Luglio 2014
in CITTA, Reggio Calabria
Tempo di lettura: 3 minuti
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tribunale giustizia

di Angela Panzera – Depositate le motivazioni con cui la Corte di Cassazione lo scorso 7 giugno ha confermato gli otto secoli di carcere inflitti in Appello ai 91 imputati del maxi processo “Infinito”. In oltre 300 pagine i giudici, oltre a motivare le condanne a carico dei soggetti alla sbarra, sanciscono di fatto un’importante e storico principio di diritto che risulta essere un fondamentale assunto volto a contrastare in maniera forte e decisa la ‘ndrangheta. Con l’indagine “Infinito”, e con il filone reggino “Crimine”, i pool di Milano da un lato, con in testa Ilda Boccassini, e la Procura Antimafia di Reggio Calabria, con il suo ex procuratore Giuseppe Pignatone, nel 2010 fecero finire in manette oltre 300 persone in tutta Italia.  Il primo troncone del processo “Infinito” segna quindi una svolta importante perché per la prima volta in via definitiva viene affermata l’unitarietà dell’organizzazione mafiosa ‘ndrangheta e viene sancita giuridicamente l’esistenza di un organismo di vertice  rappresentato da cariche elettive e temporanee stabilite dalle tre “province” della Piana, della Ionica e di Reggio, con il compito di custodire le regole che legittimano gli associati a Locri come a Milano o a Montreal, dirimere le controversie e assumere le decisioni più importanti; e la delocalizzazione di questo modello di ‘ndrangheta fuori dalla Calabria sin nel cuore del Nord, dove l’associazione mafiosa “la Lombardia” coordina le “locali” di Milano, Cormano, Bollate, Bresso, Corsico, Legnano, Limbiate, Solaro, Pioltello, Rho, Pavia, Canzo, Mariano Comense, Erba, Desio e Seregno. Sul punto la Cassazione scrive: “I risultati delle indagini hanno provato la colpevolezza dei novantuno imputati in ordine ai delitti loro rispettivamente contestati, offendo altresì uno spaccato quasi quotidiano dell’attività delinquenziale di ogni singola articolazione di quel gruppo criminale operante denominata locale, ciascuna operante in singoli specifici comuni lombardi, locali fra loro collegati e coordinati da una struttura sovraordinata della Lombardia avente pure la funzione di dirimere i contrasti sorti, volta per volta con il sodalizio criminale di origine quale la ‘ndrangheta calabrese. Gli elementi di prova acquisiti nel presente processo- scrive la Suprema Corte – hanno consentito di avere conferma dell’esistenza di una sorta di fenomeno di colonizzazione, dovuto al trasferimento dei sodali calabresi in altri territori dello Stato nazionale precedentemente immuni da analoghe forme di manifestazione delinquenziale, soprattutto in regioni del Nord Italia, caratterizzate da un maggiore sviluppo economico e da un più elevato grado di ricchezza generale: sodali che spostatisi in tali regioni settentrionali, avevano costituito nuove articolazioni di quella medesima organizzazione criminale, denominate organizzazioni locali, ciascuna delle quali aveva mutuato regole di funzionamento e forme delle iniziative criminali analoghe a quelle delle locali o dei mandamenti della organizzazione casa madre calabrese”. Ma la ‘ndrangheta “letta” e giudicata dai magistrati della Cassazione non è stata analizzata in modo frammentario, ma è stata fotografata come una struttura unitaria. Struttura governata da un coordinamento di vertice che garantisce l’applicazione delle regole, legittima e riconosce le diverse articolazioni territoriali operanti nel sodalizio, che a volte ha persino poteri di vita o di morte. Come nel 2008 con l’uccisione in un bar di San Vittore Olona di Carmelo Novella per stroncarne il progetto troppo autonomista rispetto alla casa madre calabrese. Sul punto infatti, è stato accertato che le ‘ndrine devono cercare di entrare nuovamente in “sintonia” con il Crimine calabrese e per questo si danno appuntamento il 31 ottobre del 2009 a Padermo Dugnano nel centro intitolato alla memoria di “Falcone e Borsellino”. Sul punto la Cassazione scrive: “è stato un summit, fra i capi e i principali affiliati, alle locali dell’associazione ‘ndranghetistica organizzata all’interno della Lombardia. Gli accorgimenti, i rituali, le scelte, le stesse parole pronunciate dai partecipanti a quell’incontro hanno risposto ad una precisa e rigorosa logica organizzativa e a regole dettate per permettere il  funzionamento di un’associazione qualificata da un elevato grado di segretezza. Lungi dal costituire una pittoresca rimpatriata fra calabresi stabiliti al Nord, che avevano parlato di Lombardia e Calabria, di responsabili, di cariche, di locali, di camera di controllo, di mastro generale, di patti e prescrizioni, di regole, e di ambasciate; si era trattato di una fondamentale riunione fra soggetti che si riconoscevano come consapevoli partecipi ad un comune sodalizio criminale. In questa riunione è stata proposta una sorta di tregua per risolvere i problemi sorti con gli affiliati alle omologhe cosche ‘ndranghetistiche calabresi”.  E in riferimento a tutte le altre riunioni di ‘ndrangheta la Cassazione è lapidaria: “ riunioni nel corso delle quali, lungi dal presenziare ad innocue “mangiate” – così come la difesa di numerosi imputati aveva cercato di far credere – erano state pianificate le linee strategiche dell’associazione per delinquere di stampo mafioso, sia nella sua articolazione zonale, che nella sua struttura federata […]Lungi dal costituire una pittoresca rimpatriata fra calabresi stabiliti al Nord, che avevano parlato di Lombardia e Calabria, di responsabili e di cariche, di locali, di camera di controllo, di mastro generale” di patti e prescrizioni, di regole, di ambasciate, si era trattato di una fondamentale riunione tra soggetti che si riconoscevano come consapevoli partecipi ad un sodalizio criminale”.

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