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Sei giugno 2008: la storia di Antonino Laganà. Il ”leoncino” di Melito

9 Giugno 2014
in CITTA, Reggio Calabria
Tempo di lettura: 6 minuti
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Sei giugno 2008: la storia di Antonino Laganà. Il ”leoncino” di Melito

di Angela Panzera – Ci sono molti fatti di cronaca che hanno interessato la provincia di Reggio Calabria. Faide fra famiglie mafiose, stragi, attentati ed intimidazioni ad imprenditori, politici e uomini delle Istituzioni. Reggio Calabria e provincia hanno vissuto, e vivono tutt’ora, momenti bui su molti versanti. Associazione mafiosa, omicidi, rapine, incendi, intestazioni fittizie di beni, riciclaggio: quasi tutti i reati del codice penale interessano le indagini degli inquirenti dello Stretto. C’è un fatto di cronaca però che si è distinto su tutti i profili; non solo per il clamore mediatico, ma per la gravità del gesto e per la trincea di omertà che nonostante tutti i tentativi messi in piedi non ha fermato l’iter della giustizia. Lo Stato ha vinto. Dal 18 aprile 2013 lo si può gridare ad alta voce. Ma anche il bene ha vinto nell’eterna lotta contro il male. Questa è la storia di Antonino Laganà, il bambino originario di Melito Porto Salvo che il 6 giugno del 2008 a soli 3 anni è stato colpito in testa da un proiettile mentre era in corso la recita di fine anno in un’affollatissima piazza della Madonna di Porto Salvo che raccoglieva 500 persone fra bambini, genitori, parenti e amici, accorsi per assistere allo spettacolo conclusivo delle attività didattiche delle scuole dell’infanzia e primarie del piccolo paesino della jonica. Sono passati 6 anni da quell’orribile giorno. Oggi Antonino ha 9 anni e pur essendo stato in pericolo di vita adesso, nonostante i continui controlli a cui deve sottoporsi, sta bene e vive con la mamma Stefania, il papà Carmelo e i suoi due fratellini Francesco e Benedetta. La tranquillità di questa famiglia è stata improvvisamente turbata in quel maledettissimo giorno.

6 giugno 2008

Stefania, all’epoca casalinga, una vita intera dedicata all’amore e alla cura della famiglia, e Carmelo, agente della polizia penitenziaria, hanno rischiato di perdere il proprio figlio a causa di una faida fra famiglie, che pur non avendo in seno componenti della criminalità organizzata, dalla ‘ndrangheta hanno preso schemi e modelli. Antonino infatti, è stato colpito per errore. La vittima non era lui, era il pregiudicato Francesco Borrello impegnato da anni in una contrapposizione con la famiglia melitese dei Foti. Borrello doveva morire davanti a tutta Melito Porto Salvo. Il killer, giunto a bordo di uno scooter, inizia a sparare. Non si preoccupa minimamente che vicino alla vittima c’è la figlia né tantomeno si fa scrupolo che si sono tantissimi bambini lì intorno. Borrello verrà ferito soltanto ad una gamba, ma quella pistola ha esploso diversi colpi ed uno ha colpito il piccolo Antonino che si stava preparando per la sua recita. In pochi minuti si semina il panico. La piazza si svuota e Stefania Gurnari, grazie all’aiuto offerto da un papà di un compagna di Antonino, porterà il suo bambino prima all’ospedale di Melito e poi ai “Riuniti” di Reggio Calabria. Antonino è in gravi condizioni; urge il trasferimento all’ospedale “Bambin Gesù” di Roma: è qui che inizia il calvario della famiglia Laganà. Interventi chirurgici, esami su esami. Antonino rimarrà riconverto per molto tempo a Roma e i suoi genitori saranno costretti a trasferirsi nella capitale lasciando però gli altri due figli alle cure dei nonni. Intorno alla famiglia Laganà si stringe tutto il corpo della Polizia di Penitenziaria reggina che grazie alla sensibilità dei vertici locali offrirà un grande sostegno ad Antonino e alla sua famiglia. Antonino è forte; è un “leone”. Stefania e Carmelo gli dedicano tutti gli attimi della loro esistenza. Non grideranno mai vendetta, piuttosto si affideranno completamente agli inquirenti. Non vogliono altro sangue, vogliono solo che chi ha ordito quella sparatoria paghi le sue colpe.

Le indagini ed i processi

La sera di quel 6 giugno del 2008 Melito Porto Salvo era un deserto. Il paese è attonito; hanno sparato ad un bambino. La comunità si chiude in un silenzio che presto sfocerà in omertà. Ma gli inquirenti non stanno con le mani in mano. I Carabinieri di Melito Porto Salvo, guidati all’epoca dal Capitano Onofrio Panebianco, e il sostituto procuratore Giovani Musarò, capiscono in poco tempo che sono stati Leonardo e Antonino Foti, zio e nipote, ad architettare la pubblica esecuzione. Sperano solo di ricevere qualche “aiuto” dalle cinquecento persone presenti quel pomeriggio. Niente. Nessuno ha visto niente e nessuno sa nulla. Il copione è sempre lo stesso. Anche la vittima però, è sempre la stessa. Francesco Borrello infatti, non era la prima volta che veniva preso di mira dall’ira dei Foti. Tutto inizia nel 2004. Era il 3 aprile e da una lite si scatena una scena da far west. Un duplice omicidio ed un tentato omicidio. Francesco Borrello si difese sparando con l’arma detenuta da uno dei suoi aggressori. Persero la vita Santo Carmelo Zampaglione e Giulio Verderame, mentre Paolo Foti rimase ferito. Per questi episodi Borrello scontò solo 3 anni di carcere a fronte dei 16 chiesti dall’accusa. I Giudici d’Appello accertarono che Borrello era responsabile solamente di eccesso colposo di legittima difesa. Ma il processo, per stabilire e le responsabilità della morte di due soggetti imparentati con la famiglia Foti, di Saline Joniche, non concluse la vicenda. Francesco Borrello doveva pagare. Ed i Foti orchestrarono diversi tentativi per far fuori Borrello. Tutti falliti, compreso il terzo. Borrello infatti, secondo la logica dei Foti, doveva “pagare” per averla fatta franca; Borrello doveva morire davanti a tutti. Tutti a Melito Porto Salvo dovevano vederlo fare una brutta fine. Questo infatti, sarà il movente che li porterà ad organizzare la sparatoria durante la recita scolastica. Leonardo e Antonino Foti infatti, verranno condannati in primo grado dal Tribunale reggino, Silvana Grasso presidente, in quanto ritenuti responsabili di duplice tentato omicidio alla pena rispettivamente di 26 e 23 anni di reclusione. La famiglia Laganà, difesa dall’avvocato Francesco Floccari, ha avuto giustizia. Solo loro si sono costituti parte civile; Borrello non si presenterà mai in Tribunale, la giustizia quella vera non gli interessa. In appello successivamente i due Foti hanno ricevuto un lieve sconto di pena e la loro condanna scenderà a 18 e 17 anni di reclusione. La Cassazione il 18 aprile 2013 ha confermato il verdetto di secondo grado e quindi è stato processualmente dimostrato che se Antonino Laganà ha rischiato di essere strappato alla vita a soli 3 anni è colpa della loro logica assassina e dei loro rancori criminali.

L’intervista a Stefania Gurnari

Strill.it, in virtù proprio del sesto anniversario di quel tragico 6 giugno 2008 ha intervistato la mamma di Antonino Laganà, Stefania Gurnari, dal cui cuore e dalla cui mente ancora sono presenti i ricordi di quel pomeriggio. “Vorrei dimenticare anche solo per un attimo, ma purtroppo il ricordo di quel giorno è stampato nella mia mente con un inchiostro indelebile. Le urla, il pianto e infine quel lamento non mi lasciano mai; se mi fermo a pensare rivedo ogni volta come in un film le scene orribili di quel giorno. Non potrò mai perdonare quelle due persone per quello che hanno fatto. Non si può perdonare chi non ha mai manifestato un segno di pentimento per ciò che ha provocato; per tutto il processo hanno addirittura tenuto una condotta spavalda e intimidatoria nei confronti della mia famiglia. Per loro forse è stato strano vederci lì in Tribunale. Ma noi non potevamo fare diversamente. Noi viviamo di giustizia, la mia famiglia è cresciuta con questi valori; il pensiero di farci vendetta da soli non ci ha mai sfiorato. La mia famiglia non ha questa mentalità e sono fiera di essermi affidata alle Istituzioni. Il dipartimento dell’ Amministrazione penitenziaria, per il quale mio marito lavora, l’Arma dei Carabinieri e la Magistratura ci sono sempre stati vicini. Con il loro impegno e il certosino lavoro hanno assicurato i colpevoli alla giustizia. Sapere che la Cassazione ha confermato in via definitiva le loro condanne ci rasserena; almeno sappiamo che sconteranno la pena in carcere. Nonostante siano passati sei anni spero ancora in un loro pentimento, solo così si potranno riscattare e potranno ricominciare a vivere perché ancora oggi la loro non è vita. Sono morti dentro già da tempo. Per fortuna mio figlio Antonino sta meglio anche se in questi giorni ci stiamo preparando per fare l’ennesimo ricovero al Roma. Da mamma posso dire che il futuro di mio figlio lo vedo sereno perché nonostante tutto ho agito, e continuo ad agire, in modo che ciò che lui ha patito non gli possa condizionare il domani. La mia vita adesso però si concentra anche in altre direzioni. Ho intrapreso un percorso di legalità e di netto contrasto alla criminalità organizzata e lo faccio portando la mia testimonianza ai giovani nelle scuole ai quali ribadisco sempre che la cultura è la prima arma per sconfiggere la logica mafiosa. Provo ancor tanta speranza per Melito e per la Calabria; in questa nostra terra c’è tanta gente onesta. Io non sono un’ eroina solo perché ho scelto da che parte stare; sono ritornata a vivere a Melito Porto Salvo perché mi sento una persona libera e davanti a quello che mi era successo non potevo e non dovevo girarmi da un’altra parte”.

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