
di Isidoro Pennisi – La novità di questa tornata elettorale, secondo ciò che io vedo, non è tanto la percentuale conquistata da ciò che molti definiscono il Movimento. Tanto elevata
da permettergli di essere il primo rappresentante politico collettivo del Paese. La vera novità, anche se relativa – relativa perché non è nuova nella storia – è un’altra. Ed essa è genuina, non è tattica, non ha secondi fini e muove una grande percentuale di chi ha affidato con un voto il suo destino personale e collettivo a questo Movimento. E’ una convinzione che muove, soprattutto, molti tra quelli che tra pochi giorni incarneranno dentro il Parlamento della Repubblica Italiana il Movimento. Questa novità relativa che io vedo si chiama Democrazia Diretta. Dopo secoli di oblio, dopo una lunga sperimentazione e più di un accantonamento, questa specifica forma della Democrazia ritrova un certo abbrivio e non solo da noi. E lo ritrova, soprattutto, per via di alcune novità tecnologiche di comunicazione che permettono una immediata condivisione delle informazioni, dei contenuti e delle opinioni. Dei mezzi che possono tecnicamente permettere di postulare nuovamente, in una realtà fatta da grandi numeri demografici e da misure territoriali diverse dalla Polis Ellenica, una forma di Democrazia Diretta. Se questa novità relativa che segnalo e di cui sto scrivendo è vera, allora è utile ricordare che su questo argomento si è già molto riflettuto nel tempo. I risultati di queste riflessioni non sono univoci e non promettono facili imprese. Due o tre cose, quindi, vorrei rammentarle.
La prima di queste riguarda la tragica fine di Socrate. Fu proprio lui la vittima più nota di una lucida opposizione critica alla Democrazia Diretta Ateniese. Una opposizione logica e non ideologica. Una opposizione fondata sulla trasformazione di quel modello e non sulla sua cancellazione. La risposta della realtà a quelle critiche fu conservativa e feroce. Socrate fu costretto a togliersi la vita con metodi mafiosi ante litteram dalla stessa Democrazia Diretta Ateniese che non ebbe la capacità e la maturità di riflettere sui motivi indicati da Socrate che, da lì a poco, si sarebbero infatti appalesati chiaramente portando alla decadenza e alla scomparsa della stessa Democrazia Diretta Ateniese. Una comunità, quindi, uccise chi gli indicava una via di salvezza in nome della conservazione egoistica dello stato di fatto.
La seconda riguarda Roma. Ciò da cui veniamo. Riguarda la fortunata trasformazione di una Democrazia Semi-Diretta, come era quella romana del duecento Avanti Cristo, in una cosa diversa. Una trasformazione che fu prodotta sotto la spinta degli eventi bellici e politici conseguenti alla presenza nel mondo di Annibale Barca. Una spinta poderosa che costrinse i romani a riconsiderare l’intera questione della rappresentanza e della guida della loro comunità. Fu il pericolo della sua scomparsa sulla faccia della terra, però, che portò Roma a modificare l’intero assetto di rappresentanza politica della comunità romana ante-annibalica. Un pericolo palpabile e sanguinosamente evidente che sgorgò copioso in un giorno di Agosto nella Piane di Canne quando ben sessantamila uomini romani furono trucidati in poche ore da Annibale anche, ed io direi soprattutto, per via dell’assetto democratico con cui veniva guidato l’esercito romano. In nome della Democrazia Repubblicana Romana, infatti, vigeva la tradizione che a guidarlo fossero due persone elette distintamente dal Senato e dal Popolo. Un esercito da cui dipendeva l’esistenza di una comunità veniva guidato in battaglia, secondo quel modello di Democrazia, da due distinti dilettanti eletti a suffragio quasi universale e che, in aggiunta, comandavano a turni giornalieri lo strumento politico principale da cui dipendeva la sopravvivenza nel mondo di quel modello comunitario romano. Dopo Annibale Roma sarà un’altra cosa e questa nuova cosa dipenderà dalla trasformazione del suo assetto istituzionale e rappresentativo nato dal pericolo letale scampato e da una fine quasi toccata con mano.
La terza ed ultima questione che voglio qui ricordare è la lucida e, secondo me, incorruttibile sentenza data da Machiavelli nel suo famoso trattato politico. Una sentenza mai volontariamente compresa per via di una nostra incapacità ad arrenderci di fronte alle evidenze logiche. Questa evidenza è data dalla constatazione ( non dall’invenzione) che l’umanità, anche quando non se ne accorge, produce dei mezzi di qualità solo dopo avere individuato, giusti o sbagliati che siano, in modo pienamente cosciente o meno, delle finalità. Solo in quel caso quel mezzo inventato o prodotto risulta sempre controllabile e, di conseguenza, giustificato anche quando produce effetti indesiderabili. Solo in quel caso l’umanità, pur somigliando ad uno Stregone, è capace di produrre la reversibilità degli errori compiuti con quei mezzi: avendoli inventati per un fine ne conosce anche gli antidoti. Machiavelli ci mette in guardia, al contrario, dai mezzi che producono in sé fini o finalità. Un mezzo non pensa, non ragiona e di per sé non è capace di giustificare o fare una ragione di quel fine che implicitamente e conseguentemente produce. Se un mezzo permette delle cose di cui, al momento, non ne vediamo il fine se non quello della sua possibilità, allora noi siamo nella stessa condizione dell’Apprendista Stregone che produce l’incantesimo senza avere la formula che possa, in caso di pericolo evidente, in caso di una cattiva valutazione, riportare tutto alla stato precedente. Le interconnessioni di rete che permettono la contemporanea condivisione democratica delle decisioni, quindi, non devono automaticamente far conseguire il fine di una ritrovata capacità di proporre una forma di Democrazia Diretta da realizzare e da concepire come fine della stessa natura del Movimento.
Analizzare non vuol dire tradurre verbalmente un pessimismo o un ottimismo. Non è il destino delle parole quello di nutrirsi di questo. Le parole devono far vedere ciò che non si vede a prima vista. Le parole devono fornire una radiografia, alle volte, e preparare il campo per una profezia, in altre. Machiavelli fece la radiografia delle principali questioni politiche da risolvere presenti nell’Europa che si preparava ad un nuovo modello di Democrazia e lo fece parlando al Principe, cioè al senso di Regalità che, comunque la si pensi, innerva ogni forma di guida politica di una comunità. Shakespeare si dedicò poeticamente soprattutto ad una profezia. Vide nell’umanità la capacità ed il tempo per una traduzione in realtà di sentimenti personali e collettivi non di origine culturale ma connaturati in noi. Sentimenti presenti ma mai esplicitati diffusamente per mancanza di occasioni e condizioni. Vide la possibilità e l’avvento di una Democrazia diversa da quella solo politica. Vide ciò che potremmo definire la Democrazia dei Sentimenti che oggi, anche senza saperlo, viviamo diffusamente visto il tempo che dedichiamo singolarmente alla pratica dei Sentimenti. Una quantità di tempo che non ha paragoni con il passato prossimo e remoto in cui il tempo, sostanzialmente, era dedicato alla lotta per la sopravvivenza. Vide tutto questo potenziale in noi e mettendo una parola di fianco ad un’altra ne fece delle grandi storie in cui Otello, Desdemona, Giulietta e Romeo furono ancor prima di avere la possibilità di essere. Riflettiamo bene su ciò che accade. Distinguiamo sempre ciò che ci tocca fare nel momento e nella situazione data da ciò che è grande o mediocre intuizione di ciò che un giorno saremo o potremmo essere. Non saranno mesi ed anni facili. Potrebbero essere però una grande avventura, una grande impresa di cui vantarci alla fine della vita se torniamo a prendere sul serio tutto ciò che ci è capitato nel passato non considerandolo irripetibile. La Democrazia Diretta che il Movimento esplicitamente indica come scenario è sì seducente ma serba pericoli che dobbiamo almeno conoscere per poterli affrontare lì dove sicuramente si presenteranno. Ad ognuno la sua parte ed il suo compito.




