
di Angela Panzera – “Appare necessario il completamento delle indagini”. Con queste parole il giudice per le indagini preliminari
Massimo Minniti ha ordinato al sostituto procuratore della Repubblica, Annalisa Arena, di far luce sulla morte di Carmelo Mazzeo, il ragazzo disabile deceduto il primo agosto del 2010 alla periferia Sud di Reggio Calabria, nel tratto di mare che è comunemente chiamato “La Sorgente”, mentre faceva il bagno. Il pm infatti, il 19 ottobre del 2012, aveva chiesto di archiviare il caso non ritenendo sufficienti gli elementi che avevano portato in precedenza all’iscrizione nel registro degli indagati, per omicidio colposo, un’operatrice di una struttura socio-sanitaria che quel giorno aveva in carico il ragazzo. A questa richiesta di archiviazione, la famiglia Mazzeo si è opposta tramite il suo legale di fiducia, l’avvocato Giulia Dieni, e a distanza di oltre un anno il gip competente ha quindi accolto l’opposizione del legale perchè evidentemente ci sono gli estremi per il proseguimento delle indagini. Una tragedia, quella registrata il primo agosto del 2010, che ha colpito un soggetto con cui il distino già si era accanito pesantemente. Carmelo Mazzeo dagli anni Novanta soffriva di una grave patologia definita come “sindrome delirante allucinatoria con deficit mentale e disturbi del comportamento”. Una malattia derivata da un brutto trauma subito nell’infanzia che lo aveva portato a versare in uno stato di completa disablità. Il ragazzo non aveva la madre, morta in seguito ad un brutto male, ed anche il padre era disabile; gli unici suoi due affetti erano un fratello ed una sorella che per ragioni lavorative e familiari vivevano, e vivono tuttora, al Nord Italia rispettivamente a Padova e ad Udine. In particolare la sorella, Angela Maria, era stata nominata sua tutrice e per ragioni medico-sanitarie aveva deciso di affidare il ragazzo alle cure di una struttura psichiatrica specializzata ossia la comunità “Città del sole”. In questo centro Carmelo passava le proprie giornate insieme ad altri coetanei affetti anche loro da disturbi mentali. Quel pomeriggio del primo agosto del 2010 un’operatrice della comunità, considerata l’afa estiva che avvolgeva la città reggina, si è recata insieme ad altri tre ragazzi disabili, fra cui Carmelo, presso la spiaggia della “Sorgente”. Il gruppo è partito intorno alle ore 17.00 e prima di arrivare a mare ha effettuato una sosta in un bar. Un’ora dopo si è consumato il dramma. Carmelo infatti, entra in acqua e, colto da un malore improvviso, annega. A tirarlo fuori dal mare, nonostante le difficoltà perché Carmelo è alto e possente, è un suo compagno disabile. A nulla è servita la respirazione bocca a bocca effettuatagli dal bagnino del lido vicino. È da precisare che la “Sorgente” è una spiaggia libera quindi sprovvista di qualsiasi servizio di salvataggio. A seguito delle condizioni in cui è maturato il decesso la Procura della Repubblica di Reggio Calabria, nella persona del pubblico ministero Annalisa Arena, decide di aprire un fascicolo per il reato di omicidio colposo. Il pm il 3 agosto del 2010 incarica il medico legale di effettuare l’autopsia sul corpo di Carmelo Mazzeo per risalire all’effettiva causa del decesso. Il medico legale scrive in modo chiaro che il soggetto è annegato. Perché , sempre da come riportato dal referto dell’autopsia, lo stomaco di Carmelo presentava al suo interno abbondante contenuto alimentare ben distinguibile ( fichi, pane e formaggio), che fa supporre che il soggetto avesse mangiato solo qualche minuto prima, al massimo 10-15 minuti, di immergersi in acqua. Ma nonostante una dettagliata autopsia, il medico legale non è riuscito a dire con precisione quale sia stata l’effettiva causa del decesso. In poche parole se la morte del Mazzeo fosse riconducibile ad una comune congestione che avrebbe portato il coseguente annegamento. Carmelo di sicuro ha mangiato pochi minuti prima di immergersi in acqua, ma la sua morte è imputabile al comportamento errato di qualcuno? A distanza di ben due anni ancora non è dato saperlo perché il pm, Annalisa Arena, nonostante una corposa attività di indagine, il 19 ottobre scorso ha deciso di chiedere l’archiviazione del caso e quindi di non processare l’unica persona indagata per l’ipotesi di omicidio colposo, ossia l’operatrice della comunità . Dopo due anni Carmelo e la sua famiglia non hanno ottenuto giustizia, ma almeno l’undici febbraio scorso hanno ottenuto dal gip Minniti una prima vittoria, considerato che lo stesso giudice ha respinto la richiesta del pm e per questo motivo ha chiesto al sostituto procuratore di rispondere, entro sei mesi, ad alcune domande. Ad esempio il gip ha ordinato al pm di accertare l’esistenza o meno, dell’obbligo giuridico della presenza di un operatore per ogni paziente accolto nella struttura, verificare eventualmente le ragioni per cui l’operatrice abbia accompagnato da sola più pazienti al mare proprio in quella data specifica, ed inoltre chiede al consulente tecnico di precisare, qualora fosse possibile, quale sia stata la causa del decesso del Mazzeo. In definitiva il giudice chiede al pm di continuare a lavorare su questo tragico fatto. Il magistrato dovrà infatti, valutare se l’operatrice era autorizzata a portare i ragazzi al mare oppure se qualcun’altro le ha chiesto di farlo. In questo contesto va quindi accertato se è stata l’operatrice a prendere l’iniziativa di effettuare questa gita al mare oppure se anche lei è “vittima” di un sistema permeato da negligenza,imperizia e imprudenza. Trascorsi questi sei mesi, il pm dovrà decidere se chiedere il giudizio per l’iscritta nel rgistro degli indagati, eventualmente indagare altre persone, oppure richiedere nuovamente l’archiviazione del caso. Se ciò dovesse nuovamente avvenire, l’ultima parola resterà comunque al gip che,se non dovesse accogliere la richiesta di archivizione, allora procederà egli stesso alla contestazione coattiva. Altri sei mesi di speranza per la famiglia Mazzeo, altri sei mesi in cui ci si aspetta che la giustizia avenga, e avvenga anche per un ragazzo disabile.




