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Memorie – In questa vita, nulla di ciò che è buono può andare completamente perduto…Ciao Celestino

18 Luglio 2014
in Memorie, RUBRICHE
Tempo di lettura: 5 minuti
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celestino
di Anna Foti –
E’ fermo alle 18 di quel giorno, 29 novembre 1996,  l’orologio nella sala da pranzo di casa Fava, focolare domestico profanato da una violenza rimasta impunita e

oggi costellato di foto, di momenti di vita passata, di sorrisi che, nonostante tutto, non tramontano.

Ce n’è uno in particolare che non si spegne e trionfa sul petto, in quella foto incastonata in una medaglia, e nel petto di Anna, una madre cui hanno ammazzato il figlio. Una madre che aveva benedetto quel figlio fin dalla nascita quando lo aveva affidato, anche nel nome, alla Madre di tutte le madri. Celestino Maria, era nato a Melito Porto Salvo il 23 maggio del 1974, aveva 22 anni ed il sogno, scritto su un quaderno di scuola che mamma Anna e papà Totò conservano ancora, di comprare una macchina come quella di Schumacher e di andare a Milano.

Era proprio il 29 novembre del 1996 quando Celestino uscì di casa e si accompagnò, per un caso del tutto fortuito, a colui che sarebbe stato di lì a breve la vittima di un agguato a colpi di fucile, Nino Moio.

Guardava gli animali Nino Moio e come ogni mattina cercava compagnia per dirigersi al pascolo. Quella mattina, suonando a  casa Fava, chiese del gemello di Celestino, Antonino, che però aveva accettato il lavoro al centro commerciale di Bova appena aperto, quindi non c’era. Nino lavorava nelle campagne e nei pascoli, Celestino era studente universitario e progettava di andare a Milano a lavorare. Aveva da pochi mesi finito di assolvere all’obbligo militare e, in ragione del suo progetto, non aveva accettato il lavoro a Bova ed è per questo che quella maledetta mattina era a casa. Aveva deciso di accompagnare Nino fino a contrada Guni, al campo dove avrebbe badato agli animali, come ogni giorno. Celestino era rimasto in macchina ma aveva visto l’omicidio. Nino aveva 27 anni e Celestino 22. Quel funesto giorno fu l’ultimo per entrambi.

Anche Celestino Fava viene ucciso in quella campagna di Palizzi Marina, in provincia di Reggio Calabria, ed il suo corpo trovato esanime ad un centinaio di metri di distanza rispetto a quello di Nino Moio. Ucciso perché si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato; aveva visto, era stato testimone di un omicidio e avrebbe potuto parlare, per questo è stato ucciso. Probabilmente Moio è stato vittima di una vendetta trasversale ma nessun processo è stato mai celebrato e nessun responsabile è stato mai assicurato alla giustizia. Celestino sarebbe stato una vittima innocente anche per lo Stato che nel 2003 lo riconosce vittima di mafia. Non lo stesso dicasi per Nino. Nel dicembre del 1996, gli studenti dell’istituto tecnico Brancaleone, frequentato qualche anno prima da Celestino, scesero in piazza per ricordarli. Entrambi furono vittime ed il loro delitto, a distanza di 17 anni, non ha ancora avuto giustizia.

Lo sanno bene i genitori di Celestino, Totò e Anna, che ancora non sanno perché hanno perso il loro figlio, ancora ripercorrono increduli ciò che accadde quella mattina prima che Celestino uscisse di casa, per caso un giorno, senza farvi più ritorno. Totò ed Anna, generosi, affabili, affettuosi, sorridono con il cuore quando aprono la porta della loro casa, hanno gli occhi lucidi quando raccontano di Celestino, offrono tutto quello che hanno, anche il loro dolore.

Per anni hanno vissuto un lutto fatto di dolore e di isolamento, scandito da quei pochi passi lenti ma frequenti verso il cimitero e da quelli stanchi verso il tribunale di Locri dove un filone di indagini partì, sotto la lente del giovane procuratore Francesco Cascini, ma senza nessuna epilogo concludente. Il fascicolo fu archiviato nel 2002 per carenza di indizi utili a procedere. Lo stesso procuratore Cascini avrebbe parlato di questa storia nel suo libro “Storia di un giudice” (Einaudi, 2010).

Lunghissimi anni di vita ritirata da una comunità in cui nessuno aveva visto, sapeva e dunque si diceva in grado di aiutare ad individuare i responsabili. Totò, oggi ferroviere in pensione, ed Anna sanno bene che il figlio era un ragazzo innocente trasformato in una vittima da mani ignobili.

Ventidue anni e tanta allegria e gioia di vivere. Una vita tra famiglia ed amici, università, volontariato, passione per l’Inter e quei battibecchi che riscaldavano il cuore con il fratello gemello Antonino che tifava e tifa Juve. La loro stanza ancora oggi, nonostante sia disabitata – Antonino adesso vive e lavora presso Milano Sport nella capitale lombarda dove Celestino aveva in progetto di andare non accettando quel lavoro a Bova – è piena di oggetti bianconeri e bluneri, ma quell’entusiasmo non abita più lì. Non l’ha portato via il vento della crescita. E’ stato smorzato con violenza anzì tempo.

Non abitano più neppure le note delle percussioni di Antonino e del sassofono di Celestino. Suonava nella banda “Città di Palizzi” ma ora quel sassofono è chiuso e conservato in quella stanza dove tutto è stato lasciato come allora. Condividevano anche la passione per la musica. Nessuno ha mai visto piangere Antonino per la perdita così cruenta del fratello gemello. Ora vive a Milano, come se avesse avverato lui i sogni del fratello ucciso.

Totò e Anna non hanno pace e ancora chiedono giustizia e verità come tanti, troppi, genitori in questa terra. Da alcuni anni nella loro vita è entrata un po’ di luce, da quando Libera li ha stanati, coinvolgendoli nella marcia della memoria e dell’impegno promossa a Polistena nel 2007. Da allora, con l’affezionata zia Tita, ogni anno prendono parte alla marcia che lungo i sentieri in Aspromonte ricorda le vittime. Una tappa è per Celestino. Nel nome di Lollò Cartisano, rapito a Bovalino nel luglio del 1993, il cui corpo venne ritrovato a Pietra Cappa dieci anni dopo, ogni anno tanti familiari e cittadini marciano insieme per ricordare, per non lasciarsi soli, per stringersi a coloro che hanno perso una persona cara in questo modo orrendo. Da anni ci sono anche Totò ed Anna Fava, nonostante gli acciacchi e un dolore che si trascina pur nel ricordo del sorriso luminoso di Celestino. Un dolore che non intacca quella bontà di animo e quella generosità che fa sentire a casa chiunque vada a trovarli.

Sono tante le amarezze in cui naviga l’immenso ed inconsolabile dolore di sopravvivere ad un figlio: prima fra tutte la denegata giustizia e l’indifferenza di cui Totò ed Anna si sono sentiti a loro volta vittime. Chiedono che il loro Celestino non sia dimenticato. Lo hanno fatto anche lo scorso 29 novembre, dopo la messa in sua memoria nel diciassettesimo anniversario delle sua morte, invitati nell’aula consiliare del comune di Palizzi.
Vi era un incontro tra il referente di Libera Calabria, Mimmo Nasone, e l’asd Palizzi che milita in Prima Categoria con la maglia Reggio Libera Reggio. Una realtà positiva presieduta da Peppe Minniti e Giovanni Morelli, fatta di giovani che giocano a calcio ed imparano a crescere con dei valori di riferimento in un piccolo comune calabrese.

La prima volta in quell’aula così rappresentativa per Totò ed Anna, nonostante Celestino fosse stato lì stesso commemorato nel 2003 al momento del riconoscimento di vittima di mafia alla presenza dell’onorevole Angela Napoli della commissione parlamentare Antimafia e del senatore Renato Meduri. Una commemorazione ricordata nell’occasione dallo zio materno di Celestino, Carmelo Zirilli, fratello di Anna, all’epoca consigliere comunale. Una commemorazione cui i genitori, Totò ed Anna, non presenziarono, ancora rinchiusi nel loro indicibile dolore. 

Un dolore ancora presente ma che oggi trova voce nella rivendicazione del diritto alla memoria. Rilanciata in quella sede la sollecitazione al commissario prefettizio Eugenio Barillà, reggente a Palizzi dopo il deficit di maggioranza dell’amministrazione Autelitano, ad intitolare una strada a Celestino. Ci sarebbero i presupposti di legge: vittima riconosciuta e la decorrenza di almeno dieci anni dalla morte.

Una memoria che la comunità deve recuperare e preservare, mentre la giustizia è destinata a rimanere sopita.

E’ fermo da quel giorno l’orologio di casa Fava, un fabbricato pensato per du
e figli e rimasto incompiuto. Il secondo piano non è stato più costruito. Nessuna vita attendeva più Celestino, nessun sacrificio era più necessario mentre la memoria, per Anna e Totò, iniziava un lento e doloroso cammino.

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