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”Disservizi sanità, iniziamo a pretendere servizi adeguati per tutti e non il favore personale”

1 Agosto 2014
in Lettere a Strill, RUBRICHE
Tempo di lettura: 3 minuti
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Riceviamo e pubblichiamo – Gentile redazione, sono una cittadina che intende dare un personale contributo alla tematica dei disservizi sanitari che, soprattutto nel periodo estivo, sono al centro dell’attenzione mediatica.

Parto dalla mia esperienza, vissuta qualche settimana addietro, per sviluppare una riflessione di carattere più generale. Arrivo al pronto soccorso degli Ospedali Riuniti e trovo una lunga fila di pazienti in attesa di primo intervento ed altri che, come me, dovevano disbrigare le pratiche per il ricovero. L’attesa si faceva interminabile, vedevo crescere e manifestarsi negli altri quell’insofferenza che in me rimaneva  sconfitta solo dalla fatica e dall’avvilimento. Qualcuno cominciava a sbraitare contro chiunque capitasse a tiro, medici in vacanza, infermieri assenteisti, personale svogliato, non si salvava nessuno. Si sa, la massa non è la somma delle individualità ma diventa un organismo vivente autonomo dove si proietta spesso la parte peggiore dell’animo umano (e di esempi dalla letteratura all’attualità, senza scomodare la sociologia, ce ne sono a bizzeffe, dall’assalto ai forni di Renzo Tramaglino alle invasioni di campo allo stadio).
Tutti noi cittadini/pazienti in attesa avevamo ragione di dolerci del protrarsi dell’attesa. Non è giusto che attenda chi ha subito un trauma e necessita di un pronto intervento, come non è giusto che attenda al caldo in una sala d’attesa angusta di un reparto inadeguato una paziente come me che, chiamata dall’ospedale per il ricovero, deve subire il passaggio obbligato dal pronto soccorso per l’espletamento delle pratiche propedeutiche al ricovero. Non è civile fare aspettare 4 ore, dalle 9 alle 13, una paziente oncologica, già debilitata dalla malattia che, oltre ad essere un feroce nemico del corpo, è altrettanto subdolo avversario del delicato equilibrio psicologico. Alla luce di ciò si giustificano le doglianze di chi quel giorno era in fila come me al pronto soccorso. Qualcosa va fatto ed in fretta per colmare un gap di civiltà che oggi grava tutto sulla pelle dei cittadini. La salute è un diritto e come tale va declinato in tutte le sue accezioni e sfaccettature. I risparmi, la riduzione degli sprechi i piani di rientro, tutti certamente necessari, devono agire dove si può risparmiare (e se il risparmio è congruo), dove ci sono gli sprechi, dove si può ripianare.
Il problema va bene individuato nella gestione della sanità calabrese, altrimenti si cade nel populismo spicciolo dell’accusa al fannullone ed all’assenteista, del dalli all’untore. Per onore di verità, quel giorno che ebbi a trascorrere tante ore al pronto soccorso, arrivato il mio turno, ho constatato la presenza di un solo medico e di alcune unità di personale di supporto. Tutti si facevano in quattro per mettere una pezza alla gravissima carenza di personale. Persone squisite sul piano umano e professionale che tuttavia si fermavano innanzi al limite dell’umanamente possibile. E devo confessare che un pizzico mi sono vergognata di avere moralmente aderito a quelle accuse gratuite.
Credo che i cittadini meritino di meglio che ore di attesa, locali angusti ed inadeguati, cibo senza sale ed olio, ed altre amenità in salsa calabrese. Da qui bisogna partire e pretendere servizi adeguati e risposte adeguate alle esigenze di tutti. Bisogna individuare correttamente gli interlocutori ed i responsabili altrimenti continueremo a cadere nell’errore di scatenare la solita guerra tra poveri, tra chi i problemi li subisce senza determinarli. Partiamo da quello che c’è di buono, la solidarietà tra malati, la profonda umanità che alberga nell’animo del personale medico ed infermieristico e si riverbera sulla loro disponibilità e professionalità (salve ovvie ma rare eccezioni) seppur in condizioni spesso proibitive nel rapporto numerico tra medico/paramedico e pazienti. Chiunque sia entrato in contatto con la realtà ospedaliera reggina non potrà che confermare questi giudizi perché di certo avrà trovato pochi medici per far fronte alle esigenze di tanti, avrà accompagnato la barella del proprio congiunto da un reparto all’altro perchè non c’erano squadre disponibili per il trasferimento. Chissà quanti hanno vegliato la mamma, il papà o il figlio per dargli assistenza notturna in reparti dove 1 o 2 infermieri, senza un attimo di tregua, devono far fronte alle esigenze di 30 o 40 ricoverati.
Iniziamo a pretendere risposte da chi può darle. Iniziamo a pretendere servizi adeguati per tutti e non il favore personale (ma viu ieu…) che soddisfa un’esigenza immediata ma finisce con l’alimentare il circolo vizioso che conduce al disservizio ed all’inefficienza.
Reggio Calabria, 28 agosto 2013
Luisa Nava

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