
di Anna Foti – Michele, 24 anni, Gaetano, 24 anni, Pietro, 28 anni, Domenico, 24 anni e Rocco, il più giovane, 23 anni, tutti cattolici, vissuti
nella Calabria dove furono scritte appassionate e sconosciute pagine di storia risorgimentale. Passati alla Storia, sempre troppo poco conosciuta, come i cinque martiri di Gerace, Michele Bello, Gaetano Ruffo, Pietro Mazzoni, Domenico Salvadori e Rocco Verduci, sono stati ricordati per il loro sacrificio per la Patria Italia proprio a Gerace nel 166° anniversario della loro fucilazione per ordine del governo borbonico.
Vennero infatti giustiziati il 2 ottobre del 1847 dopo avere ispirato e guidato l’azione insurrezionale di un esercito di oltre 700 persone lungo il litorale locrideo. Morti sull’altare della libertà, negata, di credere nella libertà, sacrificati perché animati dal desiderio di uguaglianza e pari dignità, valori che poi la stessa Costituzione, cento anni dopo, avrebbe consacrato come fondamenti della comunità dello Stato Italiano.
Liberali, dunque, giovani ma lungimiranti, impulsivi ma illuminati forse in un tempo che ancora non era maturo per accogliere una simile eredità. Una passione civile che li rese anime del Risorgimento, antesignani dei moti del 1848 e dei fermenti che portarono all’Unità del Paese nel 1861.
Appartenenti a famiglie facoltose, si erano trasferiti a Napoli per studiare e qui ebbero modo di lasciarsi contaminare da ideali patriottici, ritenuti sovversivi, che poi fecero confluire in un piano insurrezionale ignorato dalla storia ufficiale che arrivò a Reggio Calabria e a Messina. Una ribellione tutt’altro che disarticolata, con l’occupazione di Bianco, Ardore, Siderno e Gioiosa Ionica, che però fu soffocata nel sangue con la decapitazione di Domenico Romeo a Reggio Calabria e la sollevazione stroncata sul nascere nel messinese.
I cinque patrioti calabresi, furono traditi da Nicola Ciccarelli di Caulonia, nella notte tra il 9 e il 10 settembre, arrestati e processati “per essersi macchiati di lesa maestà e per aver commesso atti prossimi all’esecuzione di detti misfatti”. Furono poi fucilati il 2 ottobre 1847 sulla Piana di Gerace dove oggi sorge un monumento inaugurato il 7 giugno 1931, sul quale è collocato un pannello bronzeo raffigurante la fucilazione degli Eroi, opera dello scultore Francesco Jerace.
I loro corpi furono gettati della fossa comune denominata ‘la lupa’. Risparmiati, perché non ritenuti capi, Stefano Gemelli di Bianco e Giovanni Rossetti di Reggio Calabria, entrambi di 47 anni.
Questo il drammatico epilogo di una storia italiana, svoltasi in Calabria, in cui, per mano di un potere dispotico e assoluto, quelle stesse libertà che accennavano ad affermarsi con la Rivoluzione Americana, prima, e Francese poi, furono brutalmente calpestate e tra queste anche quelle di Michele (Siderno 5/12/1822 – Gerace 2/10/1847), Pietro (Roccella Jonica 21/2/1819 – Gerace 2/10/1847)), Gaetano (Ardore 15/11/1822 – Gerace 2/10/1847), Domenico (Bianco 24/12/1822 – Gerace 2/10/1847) e Rocco (Caraffa del Bianco 1/8/1824 – Gerace 2/10/1847).




