
di Clara Varano – La sua figura politica, nonostante 8 anni dalla fine del suo mandato, aleggia quasi come un’essenza nei corridoi
della Regione Calabria. Eppure lui, Giuseppe Chiaravalloti, sembra quasi inconsapevole di quanto i 5 anni in cui ha retto le sorti della Calabria, per molti, siano legati all’odierna condizione del nostro territorio. Come un “Butterfly Effect”, il battito di ali della giunta Chiaravalloti, per tanti, ha provocato gli effetti che sono sotto gli occhi di tutti oggi, ma l’onorevole smentisce e dice la sua su ogni problematica, su ogni argomento spinoso per il quale oggi, forse, da osservatore, è più facile esprimere opinioni. Sono le 11.00 in punto quando Giuseppe Chiaravalloti ci accoglie nel suo appartamento in centro a Catanzaro. Senza ma e senza se, risponde a tutte le nostre domande, mostrando anche le sue, nemmeno tanto nascoste, qualità teatrali.
Facciamo un passo indietro e torniamo ai giorni in cui era governatore della Calabria. Cosa le è rimasto di quell’esperienza?
Sono stati momenti intensi ed esaltanti, con molte delusioni per l’impossibilità o in tanti casi l’incapacità di risolvere i problemi che sono immani e credo comuni a qualsiasi governatore della calabria.
Quali sono i fattori scatenanti di tutte le problematiche calabresi?
I fattori generali sono tanti. Primo: una condizione di povertà e di arretratezza della regione; è una regione povera di risorse e culturalmente in arretrato rispetto al resto del Paese. Questo non significa che i calabresi siano imbecilli, ma è obiettivamente una delle regioni più arretrate del Paese, a livello organizzativo e di istruzione.
Un po’ questa povertà di risorse e questa arretratezza, dunque, ma lei ha parlato di tanti fattori…
Certo. Poi ci sono anche motivi particolari. La classe politica risente dell’arretratezza culturale, non ha avuto una formazione adeguata, sebbene continui a ritenere che i calabresi siano estremamente intelligenti.
Abbiamo avuto però dei politici di rilevanza nazionale…
Sì, ma sono esperienze singole. La politica come classe non ha dato finora, mai gran prova di sé…
Mi diceva dei tanti fattori…
Sì. Abbiamo un’altra defaillance, bella grossa, ed è l’organizzazione burocratica della Regione. Quando furono costituite le regioni, quelle più furbe, o dove c’era più gente, riuscirono a darsi una struttura valida. In Calabria furono capaci a prendere gli scarti o i pensionati della politica nazionale e si cominciò ad andare avanti con quelli che imposero il loro stile. Abbiamo un’organizzazione burocratica che non è efficiente e capace di dare risposte, come, invece, succede in Emilia Romagna, in Lombardia, in Toscana. Ci sono organizzazioni più solide.
Qualcuno potrebbe dire che “del senno di poi son piene le fosse”…
Certamente, ma quando avevo tentato un accordo con la Lombardia, per un aiuto reciproco, all’epoca firmammo con Formigoni, al Pirellone questa intesa Calabria/Lombardia, io cercai di fare qualcosa. Anche da parte loro c’era grande generosità, perché pensavano di aiutarci a rinforzare la nostra strutura burocratica ed assisterci nei programmi, il loro ricavo era la possibilità di investimenti industriali sul nostro territorio, che a noi sarebbero andati benissimo.
Cosa andò storto?
Fallì semplicemente perché i miei non riuscirono ad organizzare niente. L’intesa saltò. Queste difficoltà obiettive rendono difficile la gestione della Regione. Infatti non mi pare che dopo che sia andato via io la situazione sia migliorata…(ride, ndr).
Rispetto al 2005 quando lei smise i panni di governatore, cos’è cambiato? Che Calabria ha lasciato lei e che Calabria, invece, abbiamo oggi?
Non seguo la politica come prima, leggo quello che succede sui giornali, ma non mi pare d’aver visto troppi cambiamenti. Il livello della classe politica, a parte le varie individualità, resta scadentuccio, anziché no…e quindi siamo qui.
Ma se lei dovesse indicare un uomo politico, o anche una donna politica calabrese, c’è qualcuno in grado di poter risollevare le sorti di questa nostra calabria?
Ah, io credo che non ci sia. Vede, il problema non è solo del singolo uomo. Certo, la leadership è molto importante, ma ci vuole una squadra. Un uomo solo al comando, di solito si diceva riferito a Fausto Coppi (frase pronunciata da Mario Ferretti all’apertura della radiocronaca della Cuneo-Pinerolo, terzultima tappa del Giro d’Italia del 1949, ndr), qui un uomo solo al comando sentirebbe angosce di solitudine. Ci vorrebbe un uomo con un squadra robusta.
E lei quella squadra l’aveva?
Eh no. Questo è stato uno dei difetti della mia gestione. Sicome io non venivo dalla politica, non avevo una squadra preesistente, ho dovuto formarmela. Un po’ utilizzando quelli che c’erano, un po’ facendoli venire da fuori.
Di che squadra parliamo?
Non parlo dei vertici politici, ma di quelli burocratici, organizzativi, tecnici. Molti li ho fatti venire da fuori ed hanno risposto bene, qualcuno di quelli che ho scelto io ha fallito, perché non ha dato le risposte che mi aspettavo…
Tipo?
Un paio di direttori generali che io avrei creduto risultassero brillntissimi, invece, per vicende diverse non sono stati all’altezza. Di uno seppi che ebbe delle vicende familiari terribili e non era in grado di dedicarsi come avrei voluto, anche se aveva le qualità, come io intuii. Qualche altro ha visto che stava bene, che gli emolumenti erano vantaggiosi ed ha pensato a fare la bella vita. Si è adagiato. (Non farà alcun nome in nessuna cirostanza, ndr).
E’ questo dunque che le mancò?
Certamente! Un qualunque presidente che venisse a governare la Calabria, dovrebbe avere uomini suoi alle direzioni generali di tutti i dipartimenti e di tutti gli assessorati. Tutti i centri generali di sua stretta fiducia.
Questo concretamente a cosa servirebbe?
Questo eviterebbe le deviazioni clientelari degli assessori. Ogni assessore, ai miei tempi, mostrava deviazioni clientelari. L’esigenza di rinforzare il partito da cui proveniva. E come? Facendo favori…
Perché lo facevano e perché ancor oggi vengono accusati di farlo?
I politici non avevano la statura sufficiente per dire “facciamo il bene della regione”. No! Dicevano “facciamo il bene del partito in modo da crearci un backstage elettorale bello forte, poi si vedrà”. Questo, chiaramente, è andato contro gli interessi della regione. Queste sono state le magagne, le difficoltà maggiori che io ho incontrato. Dai partiti politici ho avuto collaborazione e stima, ma la mia azione non era clientelare, perché io non ero legato a nessun gruppo, non avevo clienti, i miei figli li avevo sistemati, la casa l’avevo già comprata, quindi potevo andare avanti tranquillo. Però i partiti avevano le esigenze di creare clientele.
Somiglia un po’ a quello a cui stiamo assistendo adesso?
Adesso in modo molto più spettacolare, specie a Roma, quindi i calabresi non sono diversi dagli altri…
Apriamo dei capitoli che vanno nello specifico di cui vediamo le conseguenze oggi, ma che sono le ripercussioni della macchina politica nel tempo, come ad esempio i rifiuti e il commissariamento. Secondo lei come si sarebbe potuta affrontare la problematica. Lei come la affrontò?
Io prima della scadenza del mio mandato avevo già lasciato la materia “rifiuti”. Mi ero reso conto un po’ dell’enormità del problema e della mia insufficienza, incapacità in relazione ad una questione di natura ingegneristica, tecnica in cui non avevo alcuna preparazione. Sono uno squallido azzeccagarbugli e non ero in grado di occuparmene. Avevo un buon tecnico, Papello, che poi fu processato, però ho avuto la sensazione che il mestiere lo conoscesse. L’ho trovato e l’ho confermato. Era abbastanza bravo, ma io non ero in grado di sentire, di controllare, di fornire maggiore garanzia.
E poi?
Pensammo di convenire che le gare d’appalto fossero fatte direttamente in Prefettura, sotto la vigilanza del prefetto, per evitare possibili infiltrazioni mafiose, ma questo non fu sufficiente ad evitare che un “giullare del diritto” non mi imputasse di cose assurde, le cui accuse sono finite, poi, clamorosamente nel nulla (Si riferisce a Luigi De Magistris, ndr). Sebbene io mi fossi messo su una linea di ultra legalità, avevo fatto qualcosa che la legge non mi richiedeva. Poi viste queste difficoltà e soprattutto la mia mancanza di preparazione
allo specifico dei problemi, chiesi ripetutamente al Governo di sostituirmi con un commissario che avesse le qualità tecniche.
Arrivò, quindi il commissariamento nel 2004…
Esattamente. Gestire i rifiuti per un potere che volesse fare clientele è un acqua di maggio, perché si può assumere senza dare spiegazioni. Procedure molto più snelle, senza i controlli. Chi avesse voluto avrebbe potuto sguazzarci dentro benissimo.
Secondo lei, in tutti questi anni, ci si sarebbe potuti rendere conto del fallimento di questo commissariamento dei rifiuti?
Ma, già prima che andassi via io, avevo chiesto che alcune competenze tornassero alla Regione. Volevo che si ponesse fine al commissariamento, perché ritenevo che il commissario non avesse fatto nulla di speciale rispetto a quello che poteva fare l’assessore. Qui il problema è grosso. Ha implicazioni tecniche notevolissime. La tecnica dello smaltimento dei rifiuti, almeno in Italia, non solo in Calabria, non è ancora all’avanguardia. Ricordo d’aver parlato con degli industriali tedeschi, a Lugano, che mi dissero “voi siete messi male, la Calabria non malissimo, chi si trova peggio e la Campania”, e fu una facile profezia. “La Calabria si trova anche male, ma è in grado di organizzarsi ancora”. Poi, però, ci sono problemi di falso campanilismo da parte dei diversi Comuni. Per la sede del secondo impianto, uno è a Gioia Tauro, il secondo deve nascere per ragioni geografiche nel cosentino, non siamo riusciti ancora a trovare un accordo. Quando si sceglie una sede tutti urlano. Abbiamo provato a farlo a Castrovillari e ci siamo trovati le barricate. C’era un Comune, il cui sindaco intelligente, disse di volerlo con dei compensi, i cittadini se lo mangiarono vivo.
Questo può dipendere dalla cultura di cui parlava prima?
Eh sì, è un fatto culturale. Tutti dicono “si faccia, si faccia, però lontano da casa mia”. Non è un atteggiamento culturalmente valido. Si tratta di riunirsi ad un tavolo, con buona fede, e scegliere la soluzione tecnicamente più valida. E’ la tecnica che deve decidere in questa materia. Non è un fatto politico. Invece va a finire che chi grida di più riesce ad aver ragione.
Passiamo ai giovani ed al problema occupazionale. Questi giovani calabresi costretti ad andare via per realizzarsi.
In questa materia non c’è uno specifico calabrese, viviamo la stessa crisi che vive l’Italia, con questa differenza: nelle regioni più evolute del Nord oltre agli sbocchi ipotetici che ci sono anche per i calabresi, ci sono gli sbocchi nella produzione nel settore industriale. In Lombardia ci sono migliaia di industrie che offrono occupazione, quando non chiudono. Da noi, questo non c’è, da noi c’è il concorso, il posto pubblico, possibilmente da bidello. Il mito del posto del bidello è meraviglioso. Ho avuto migliaia di richieste per posti da bidello. In Calabria si acuisce il problema, per questa mancanza di sbocchi occupazionali alternativi all’impiego pubblico.
Ma andando avanti così, che cosa resta alla Calabria? Le statistiche dicono che la popolazione sarà prevalentemente di terza età…
E certo! Qui torniamo noi vecchi, perché i giovani se ne vanno. Tradizionalmente si dice che la Calabria produce: agrumi, olio, vino, magistrati e maestre. Queste erano le produzioni. Naturalmente quando c’è sovrapproduzione rispetto alle necessità interne, si va all’esportazione. Noi abbiamo esportato magistrati e maestre elementari ovunque. Sarebbe una ricchezza enorme per la nostra terra, ma se non si trova impiego in regione…
Quanto secondo lei, in questo, conta la ‘Ndrangheta?
E’ un fattore generalmente negativo. L’incidenza della criminalità è fortissima. Ma ancor più della criminalità a incidere è ciò che scatena la criminalità, ossia l’incultura. C’è gente che ha paura. Ricordo un episodio che vissi all’inizio della mia carriera. Ero pretore e nell’ambito di un sinistro, con soli danni a cose, il danneggiato, per evitare che l’altra parte facesse problemi nel pagamento, si rivolse alla ‘ndrangheta. Senza capire, e qui subentra l’idiozia, il prezzo che avrebbe pagato per quella sciocchezza che chiedeva. Per qualche spicciolo ottenuto in risarcimento, si era messo nella posizione di dover pagare un prezzo migliaia di volte superiore rispetto al piccolo vantaggio che aveva ottenuto. Per questo dico che è un fatto di incultura. La delinquenza prospera perché ci sta la zona grigia. Enorme, vastissima. Chi per paura, chi per miopia, chi per convenienza, anche se sono pochi, non si pone come elemento di contrasto, come invece sarebbe necessario che fosse. Il più grande male sono i convegni ed i professionisti della mafia. Spesso dei ciarlatani che vengono annessi a questo o a quell’altro politico perché dimostri di contrastare il fenomeno. E questo genere di modo di fare appartiene molto di più alla Sinistra. Fa suo tutto quello che è positivo e getta il negativo sugli altri. Quindi, alla sinistra appartiene la resistenza, la lotta alla mafia, la patata silana. Così si divide il fronte, che invece deve essere compatto contro la ‘ndrangheta. La mafia, la delinquenza in genere, si pone come potere alternativo alla politica. Quindi la politica è direttamente interessata a mantenere la sua supremazia, che poi deriva dal consenso popolare, la delinquenza è l’esempio più clamoroso di anti-democrazia. E’ il potere senza consenso.
Secondo lei, da magistrato, dove mette radici il potere della ‘ndrangheta?
Diciamocela tutta, non è che siano dei grandi geni, questi signori del crimine. La loro forza sta nella violenza e nella spregiudicatezza con cui la attuano. Un mio amico sociologo mi faceva una osservazione che mi ha impressionato. Ai tempi dei sequestri, lui aveva registrato che il salario dei vivandieri che portavano il cibo ai sequestrati, era calibrato esattamente sul salario dei forestali. Quindi i giovani che si affacciavano alla vita, avevano due possibilità: chi aveva raccomandazioni finiva ne forestali, chi non aveva questa possibilità passava alla delinquenza. Gli stipendi erano livellati.
Ecco, i forestali, che oggi sono tantissimi e costano alla Calabria un capitale, visto che sono il consorzio più costoso in Italia. A cosa è dovuto tutto questo?
Il consorzio dei forestali è stato utilizzato come ammortizzatore sociale. Non perché c’era bisogno di forestali, ma perché bisognava dare il pane a delle persone. Anche lì si crearono delle camarille, specialmente in provincia di Reggio. Io toccai con mano da Procuratore Generale, la realtà. Tra i forestali c’erano quelli che appartenevano alle cosche e riuscirono ad avere una posizione di privilegio. Gli altri andavano a lavorare e loro stavano a casa e andavano solo a riscuotere lo stipendio. Quando poi si cercavano le risorse per pagarli, a fronte del dramma delle famiglie, allora ci si muoveva per avere i finanziamenti, per ragioni sociali e non per ragioni tecniche.
Quanti sono i rami secchi creati dall’assistenzialismo politico?
Eh, ce ne sono molti, purtroppo… Senza contare i rami che sembrano nascere da germogli vivi all’inizio e immediatamente malignano. Ad esempio, le società in house del Comune di Catanzaro, della Regione. Passivi paurosi e pochissime funzionalità. Creati per clientelismo. Il “ti metto direttore lì” è sempre piaciuto.
Lei non è un vero e proprio uomo politico, ma comunque della politica ha fatto parte…
Mi sono imbrattato però sono guarito…
Descrive una cursus senza macchia, eppure De Magistris trovò un appiglio per rinviarla a giudizio…
Anni e anni di onestà e poi arriva lui e cerca di gettarmi fango addosso. Io sono stato eletto perché passavo per una persona pulita. Ricordo che quando ci furono e elezioni, i primi sondaggi mi davano
, rispetto al mio antagonista, molto indietro. Avevo una popolarità del 7%. Mi elessero per stima personale e dopo arriva lui e butta ignominia sul nome di una persona perbene. Lo ha fatto con tutti, va detto, con me doveva avere un motivo particolare, non so, invidia. Perché io rappresentavo nella società catanzarese quello che avrebbe voluto essere lui. Un magistrato stimato, culturalmente mi volevano ad ogni dibattito. Persino sul mondano riuscivo ad essere presente. Questo deve aver sollecitato la sua invidia. Io, poi, gli ho parlato una volta sola. Appena arrivato mi ha avvicinato per chiedermi il voto per le cariche associative, che io gli ho pure dato, non l’ho mai più visto. E’ la persona che più disistimo e disprezzo fra quanti ne ho conosciuti nel mondo.
Questa divisione tra Reggio e Catanzaro, a Reggio il Consiglio e a Catanzaro la Giunta…
E’ una cosa orribile. Costosissima, che crea disfunzioni e l’illusione del Consiglio di porsi come potere alternativo alla Giunta. In qualche occasione è accaduto ed è quanto di più osceno si possa immaginare. Una vicenda terribile ai miei tempi riguardò proprio questa prassi.
Di che vicenda parla?
Il Consiglio, che ha una certa autonomia finanziaria, decide lui, autonomamente, per molte cose. All’epoca, si era dotato di tante risorse da non poter riuscire a spenderle. Allora aveva deciso di comprare una sede a Roma, autonomamente. Per la rappresentanza del Consiglio. Già c’era la sede rappresentativa della Giunta, quindi non era necessario. Trattarono tutto. Versarono l’anticipo e poi andarono dal notaio per formalizzare l’acquisto. Il notaio disse: “Chi compra?”. E loro: “Il Consiglio regionale”, ma il Consiglio regionale non ha personalità giuridica e non può comprare. Restarono allibiti, avevano già versato 3 o 4 milioni. Quindi disperati vennero da me.
Lei cosa fece a quel punto?
Io pretesi una perizia sul valore dell’immobile che loro volevano acquistare. Allora lo comprai per conto della Regione e lo misi a disposizione del Consiglio, senza dire niente, senza pretendere nulla in cambio. Sono stato l’unico consigliere regionale della Calabria, che ha restituito i soldi che gli venivano affidati per la vita dei gruppi. Io ero indipendente, anche se come gruppo autonomo avevo diritto a dei finanziamenti. Una parte la utilizzai per attività culturali e qualche raro caso di situazioni umana di beneficenza e poi, più della metà, li restituì al Consiglio. Successe un parapiglia alla ragioneria del Consiglio, che non aveva idea di come contabilizzare, visto che era la prima volta. Io restituì una cifra come 120/130 milioni di vecchie lire. Anche se non ne feci parola. Per me che non volevo ricandidarmi venne da sé, gli altri invece che dovevano essere rivotati, dovevano fare clientelismo e quindi avevano le loro motivazioni “umane”, né morali e né giuridiche.
I politici catanzaresi a livello regionale quanto peso hanno e quanto i catanzaresi sono rappresentati?
Intanto Catanzaro aveva quasi sempre avuto la leadership e non averla significa tanto. Forse Catanzaro la meritava, un po’ per la centralità. Un po’ per quell’humus culturale che da sempre ha. Catanzaro fra le città della Calabria è quella che è sempre stata un po’ più evoluta, anche se Cosenza e i Cosentini reclamano questo primato. Forse, ancora ancora, la città più sprovincializzata della nostra regione è proprio Catanzaro. Catanzaro è l’unica città calabrese che fa uso del “sincome”… Mentre nelle altre province si parla solo per proposizioni principali: soggetto, predicato e complemento, tipo “io mangio la pasta asciutta, domani vado a roma…”. Il catanzarese ha l’ambizione di cimentarsi nell’architettura complessa del periodo: “Sincome oggi è giovedì, me li prestate 400mila lire?”. Usa il siccome che introduce una subordinata. Ecco il catanzarese ha l’orgoglio delle subordinate e certe volte azzecca perfino i congiuntivi. Catanzaro sarebbe la città più evoluta. Devo dire, però, che la classe politica, non mi pare che stia mantenendo alte le tradizioni di cultura e di eleganza intellettuale che erano il vecchio patrimonio della città. Catanzaro va decadendo e non lo possiamo negare. Oggi non ci possiamo vantare di avere una classe politica all’altezza di questa tradizione.
Apriamo il capitolo Sanità e andiamo per ordine. Tommaso Campanella, cosa mi dice?
Tasto dolente. Io sono addoloratissimo per come sia andato a finire. Era il fiore all’occhiello della mia amministrazione. Ho inseguito i ministri della Sanità. Mi ero attaccato a piovra al ministro Sirchia. Ovunque lui andasse c’ero io e alla fine mi accordò il famoso polo oncologico, che a suo dire doveva essere l’istituzione centrale nell’area compresa tra Roma e Addis Abeba, il polo per tutta l’area del Mediterraneo. Avevo messo delle persone validissime ed il centro andava benissimo. Poi il mio successore mandò via il presidente scelto da me e oggi vediamo tutti i risultati.
Che cosa è successo?
Subentrò il clientelismo… Sono aumentate enormemente le spese. Sono state assunte 300 persone e grazie che ora non ce la fai a mandare avanti la fondazione! E’ diventato un opificio con funzione di ammortizzatore sociale, quando doveva essere un Centro di Ricerca e di studi. E alla fine del mio mandato era impostato seriamente in questa direzione ed io ne ero orgogliosissimo. Le cose non andarono come dovevano andare.
Oggi i problemi della Sanità Calabrese da chi e da cosa dipendono?
Il problema è grossomodo nazionale. Ci sono stati degli sperperi, ma anche ai miei tempi non era facile. Vero è che qui in Calabria non ci sono sufficienti controlli sull’efficienza. All’epoca anche io mi allarmai, si spendevano e si spendono molti soldi in progetti. Mi resi conto in molti casi che era un modo per dispensare soldi agli amici. I progetti restavano teorici. I soldi si spendevano, ma concretamente ci si spartiva i soldi, senza arrivare a niente.
In molti, però, sono convinti, anche senza dirlo palesemente, ma rievocando il governo passato, Loiero prima e Scopelliti oggi, d’aver ereditato, per quanto riguarda il settore Sanità, una vera e propria bomba ad orologeria, innescata, però, durante il suo mandato. Lei cosa risponde?
Chi lo dice è un falso ed un mascalzone. Quando io ero presidente, il deficit sanitario era contenutissimo, è con i governi successivi che ha raggiunto picchi elevatissimi. E ne ho la prova. Io nei convegni che facevamo per la spesa sanitaria, la suddivisione dei contributi statali ottenevo le premialità. A me rimproverarono d’aver perso il 100% delle premialità. Mi attribuivano un deficit, una colpa per aver preso solo il 75% del premio. Io avevo preso il premio. Quindi fosse stato anche del 2% la Sanità era promossa. Avevo preso il 75% del premio, quindi riuscivo a far arrivare le somme necessarie dal governo centrale e non credo che oggi possano dire lo stesso. Quindi, diamo a Cesare quel che è di Cesare. Figurarsi oggi, dopo tutto questo tempo, che incidenza possa avere avuto la Sanità di 8 anni fa. I problemi se li sono creati loro. Poi, basta vedere le assunzioni. Io non ho assunto nessuno, ho lasciato l’organico che c’era. Grazie a Dio, loro hanno assunto centinaia di persone: medici, infermieri, ovviamente per ragioni clientelari. I problemi sono lì. Sono un po’ d’ordine generale, perché ci sono in tutto il Paese, ma nel caso specifico della Calabria, di sicuro, sono state le gestioni successive, non certo la mia a creare i danni.
Chiudiamo con la sua ultima esperienza presso il Garante della Privacy…
Un’esperienza incredibile. Intanto era nell’orbita delle attività che riguardano il mio mestiere, interpretazione di leggi etc..Mi ci trovavo più a mio agio, che da presidente di Regione. Poi ho trovato delle splendide persone, il presidente Pizze
tti, un uomo molto colto, di grande spessore e grande livello. Attività stimolante e gratificante.
E adesso il presidente Chiaravalloti che cosa farà?
Intanto mi sto occupando dei casi miei, che avevo trascurato negli ultimi 20 anni. Non sono stato capace di sistemare nulla. Ho armadi e scatole pieni di carte raccolte durante l’esperienza giudiziaria, durante l’esperienza alla Regione, durante l’esperienza al Garante. Devo eliminarne il maggior numero possibile per evitare che il pavimento crolli sotto al peso. E per il resto, non so. Ancora riesco a ragionare con lucidità, quindi può darsi che faccia qualcosa. Se qualcuno me lo propone, a domanda rispondo… di inserimento all’ordine del giorno del prossimo Consiglio regionale dell’assestamento di bilancio che sblocchi i 19 milioni di euro necessari per proseguire l’attività e nel richiedere fermamente l’intervento della Regione su Governo affinchè convochi un tavolo tecnico per la stabilizzazione definitiva. Al momento, però, nessun segnale arriva dalla Regione Calabria” chiosano i manifestanti




