
di Anna Foti – Esercitare la memoria è un atto di responsabilità. Ricordare chi non c’è più, come anche tramandarne l’esempio, la storia, le scelte, il coraggio, è un dovere e,
al contempo, una ricchezza per ciascuna comunità. Tuttavia non è la morte di chi ha interrato semi di cambiamento senza poterli vedere germogliare a certificare l’importanza di una vita o a legittimarne il racconto. Non lo fa neppure la giustizia in luogo dell’impunità consolidata e, nel tempo che scorre, incontrovertibile. E’ il vissuto in cui ognuno si può riconoscere, che ognuno può condividere a rendere una storia universale e portatrice del diritto di essere raccontata, conosciuta e non dimenticata.
Ci sono storie che si annidano nelle pieghe del passato. Le parole dinnanzi a certa violenza appaiono inutili e foriere di ferite ulteriori. A volte quelle parole rifuggite e ritrovate, servono però a ricomporre una memoria che, se dimenticata ancora prima di essere alimentata, involontariamente legittima accadimenti la cui gravità deve far sentire tutti responsabili e concorre a stendere un velo che nasconde, invece di denunciare, che tollera invece di rifiutare fermamente. Sperando di non riaprire ferite ma di far giungere un abbraccio, seppur tardivo, raccontiamo la storia della mite famiglia di Brescia sconvolta quel 15 novembre del 1991 dalla banda capitanata dal capobastone Vittorio della ndrina Jerinò, dominante a Gioiosa Jonica. Con la brutalità di uno strappo, in un giorno di pioggia, la Calabria irrompe nella vita della famiglia Ghidini e la sconvolge.
In questa terra maledetta e straordinaria, quale la Calabria è, ha trascorso la porzione di vita più drammatica della sua intera esistenza, Roberta Ghidini, giovane rapita dalla ndrangheta quando ancora si faceva chiamare Anonima sequestri calabrese, quando ancora si arricchiva con i ricatti e la riscossione di taglie poste sulla pelle di persone innocenti. Sono gli anni in cui a scomparire in Aspromonte sono in tanti. Non tutti tornano indietro.
Era pieno giorno e pioveva quando, vicino casa nell’entroterra gardesano, a Centenaro di Lonato, Roberta fu sottratta ai suoi affetti e portata in Aspromonte dove, senza poter assaporare le bellezze della nostra natura, per 29 interminabili giorni ha conosciuto solo l’asprezza dei nascondigli, la paura e la solitudine. Era a bordo della sua auto con due fratelli; loro vennero immobilizzati mentre lei venne portata via. Sarebbe rimasta lontano dalla sua famiglia per oltre un mese. Dalla Lombardia alla Calabria. Dalla terra della ricchezza e del progresso industriale a quella della disoccupazione e dello sviluppo denegato. Oggi l’Italia si presenta forse più consapevole delle sue identità composite, le condivide e le analizza, ed è forse meno incline a credere che certi fenomeni abbiano una connotazione regionale esclusiva, come per tanti anni si è creduto con riferimento alle mafie. Oggi l’Italia è unita da una crisi del lavoro e del benessere che ci fa riconoscere tutti eguali di fronte alla precarietà del futuro. Allora la Calabria era sinonimo di Aspromonte e di sequestri.
Un’operazione ingente quella che ha portato alla liberazione di Roberta. Per incalzare ricerche e perquisizioni, nella vallata del fiume Torbido, tra le Serre e l’Aspromonte in direzione jonica in provincia di Reggio Calabria, esattamente tra Roccella e Gioiosa nel triangolo della Limina, vengono inviate tantissime unità. A guidare le attività sono il direttore del Servizio centrale della Polizia criminale, Achille Serra, il capo del Nucleo anticrimine, Antonio Manganelli, il colonnello Angelo Pellegrini del Raggruppamento operativo dei Carabinieri.
L’arresto, dieci giorni dopo il sequestro, tra Gioiosa e Caulonia, in contrada Cola, di Salvatore Seminara, segna la strada per rinvenire, in una caverna, due fucili senza matricola e il maglione che il carceriere Vittorio Ierinò, ultimo rimasto libero di tutta la banda già sgominata, indossava il giorno del sequestro. Gli inquirenti sono vicini ma imboccano due strade: quella della pressione con perquisizioni a tappeto e quella della trattativa sullo sconto di pena in caso di collaborazione. Si è parlato di un riscatto, di una ingente somma di denaro versata al boss ma rimasta negli anni fantasma, senza mai nessun riscontro concreto. Forse, a sollecitare la liberazione, anche l’intermediazione di Giuseppe Mazzaferro esponente di spicco della ndrina alleata in Calabria degli Jerinò e radicata a Brescia prima per il traffico di stupefacenti e oggi per riciclaggio. Il 14 dicembre 1991 Roberta viene liberata.
Nel novembre del 1992 la Corte di Assise di Brescia, rito abbreviato concluso, ha emesso la sentenza di condanna in primo grado per tutti gli imputati: Seminara Salvatore (14 anni e 6 mesi) , Agostino Salvatore (17 anni e 4 mesi) , Cosimo Franco (14 anni) , Bava Salvatore (12 anni e 6 mesi) , Fama’ Giovanni (11 anni e 4 mesi) e Seminara Irma (9 anni) e Ierino’ Vittorio (17 anni e 6 mesi)latitante per un breve periodo, la cui pena, tra molte polemiche, fu ridotta a sei anni in appello – nel 1993 – per aver patteggiato ed visto riconosciute le attenuanti della dissociazione del mancato ottenimento del riscatto. Antonio Schirripa, condannato per favoreggiamento, uscì dal carcere per avere già scontato la pena di dieci mesi di reclusione, dopo il giudizio di primo grado.
La famiglia Ghidini ha fin da subito rivendicato il sacrosanto diritto di voltare pagina e non ha neppure accettato il risarcimento di 106 milioni di lire comminato dal giudice. “Non conta nulla, oltre il ritorno di Roberta sana e salva a casa”.
Una storia che ha avuto un lieto fine ma che nessuno augurerebbe mai. Chissà se Roberta è più tornata in Calabria. Chissà se avrebbe voglia di farlo. Chissà come e quando la Calabria degli orrori irrompe nei suoi ricordi e nella sua vita, oggi. La memoria di quello che le è accaduto, in cui questa terra è stata molto più di un semplice terrificante teatro, potrebbe alimentare una nuova storia.
La Calabria non si riduce solo a quei luoghi da cui Roberta ha legittimamente desiderato fuggire per tornare a casa; qui palpitano natura, storia antica e cultura. Vi sono profumi e colori talmente delicati e rari da essere stati sublimati nella denominazione di tale zona costiera della provincia reggina, come la riviera dei gelsomini.
In questo luogo incantato ma anche maltrattato, spesso dalla memoria come anche dalla scarsa consapevolezza di chi ci vive, i gelsomini fioriscono e continueranno a fiorire anche per Roberta e per la sua famiglia.




