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Rapporto Svimez: si va verso la desertificazione industriale e il sottosviluppo permanente

8 Agosto 2013
in Rapporto Calabria 2013
Tempo di lettura: 3 minuti
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Investimenti

di Clara Varano – Abbiamo visto come il divario tra Nord e Sud sia sempre più marcato, di quanto ci siano differenze tra i Pil delle regioni italiane e che la Calabria si posiziona al primo posto come territorio più povero d’Italia.

Tutto questo porta ad una riflessione più ampia e dettagliata sulle aree deboli maggiormente colpite dalla crisi e l’industria del Sud.

I processi di crescita e di convergenza, che si ha quando le quote di Pil procapite, nel tempo, tendono ad un livello comune che rappresenta l’equilibrio del processo di crescita, appunto, in Calabria, ma in tutte le regioni italiane e europee in ritardo nello sviluppo, hanno subito una forte influenza da parte della crisi. La flessione produttiva ha riguardato molto da vicino la Calabria, così come altre regioni europee in Paesi, come la Germania, dove il divario territoriale è molto forte e dove, come avviene anche nella nostra nazione, le regioni più ricche, Lombardia, Valle D’Aosta, fanno parte delle aree più avanzate d’Europa.

Ma gli investimenti industriali in questo quadro più ampio come si pongono? Il rapporto Svimez è molto chiaro: gli investimenti nell’industria del Sud, sono crollati di quasi il 50%, per la precisione del 49,9%. Il Meridione, e la Calabria non si distingue, ha subito una battuta d’arresto notevole nel processo di accumulazione nel settore industriale. Già nel periodo prima della crisi, tra il 2001 e il 2007, le regioni meridionali avevano perso il 6% degli investimenti fissi lordi e nel periodo compreso tra il 2008 e il 2012, questo crollo ha raggiunto il 47% a fronte di un -21,4% del Centro-Nord, che nel lasso di tempo precedente alla crisi (2001/2007), aveva, però, visto un incremento dell’8,3%, dato che rende meno allarmante la situazione settentrionale.

Questo significa, tradotto in termini meno matematici, che le industrie nel quinquennio di crisi hanno sostanzialmente fatto ricorso ad una politica di ammortamento degli impianti già esistenti e gli investimenti sono stati molto pochi, se non, in certi casi, completamente azzerati.

Ma perché il nostro è un sistema industriale più debole? È molto semplice. In tutto il Mezzogiorno, i problemi tipici dell’industria italiana risultano amplificati. Le dimensioni delle industrie diminuiscono, c’è una scarsa innovazione e l’internazionalizzazione è molto limitata. Tutto questo si traspone in bassa produttività e limitata capacità competitiva.

Anche il settore manifatturiero è stato travolto dalla crisi dimezzando gli investimenti. Questo crollo, naturalmente, ha comportato una diminuzione degli occupati nel settore.

La caduta verticale degli investimenti, alla quale si aggiunge, come logica conseguenza, il crollo delle agevolazioni, rischia di condurre, in assenza di una politica industriale degna di questo nome, anche all’impossibilità di realizzare gli ammortamenti e, quindi, ad un’ulteriore diffusione del processo di desertificazione, da tempo già in atto.

Effetto? Assenza di risorse umane, imprenditoriali e finanziarie, che nella nostra regione e nel Sud, erano già molto marcate. Effetto nell’effetto? Tutto ciò potrebbe impedire al Meridione di agganciare la ripresa, finita la crisi, che da ciclica, e quindi limitata, potrebbe trasformarsi in un sottosviluppo permanente.

Per invertire la rotta, bisognerebbe tornare a crescere, ad investire, rilanciando la politica industriale, adeguando strutturalmente in sistema produttivo meridionale. Questa, tuttavia è solo teoria.

4-Continua

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