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Memorie – Brontë: il ciclope, la strage del 1860 in Sicilia e le parole immortali delle tre sorelle scrittrici dell’Inghilterra Vittoriana

18 Luglio 2014
in Memorie, RUBRICHE
Tempo di lettura: 5 minuti
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sorellebronte
di Anna Foti – Alle pendici occidentali dell’Etna, in provincia di Catania, una cittadina di quasi venti mila abitanti, Brontë, nota per il suo pregiato

pistacchio, fu teatro di una strage in epoca risorgimentale che ispirò anche “Libertà” (da “Novelle Rusticane”) di Giovanni Verga e “La corda pazza” di Leonardo Sciascia.
Bronte fu anche il nome del ducato dell’ammiraglio britannico Nelson per il quale ebbe tale ammirazione, da acquisirlo come proprio cognome, il reverendo irlandese Patrick Prunty (o Brunty), padre di tre donne scrittrici, l’unico caso della letteratura mondiale, le sorelle Charlotte, Emily e Anne, tutte morte intorno all’età di trenta anni, tutte e tre autrici di romanzi riconosciuti come eterni capolavori di narrativa romantica. Il segno diacritico, detto dieresi, sul grafema ‘e’, finale di parola, ha consentiti di mantenere il suono della stessa vocale come in Italiano dal momento che, invece, nella pronuncia inglese, la stessa vocale verrebbe meno. Ecco che Bronte diventa Brontë e conduce nell’Inghilterra vittoriana il nome del paese siciliano.
Dalla storia risorgimentale alla letteratura dell’Inghilterra vittoriana stagliatasi nel cielo come una stella intramontabile, senza dimenticare la mitologia greca. La leggenda narra infatti che la cittadina etnea sia stata fondata dal ciclope Bronte (dal greco “tuono”), condannato con i fratelli Sterope (“lampo”) e Piracmon (“incudine ardente”), a lavorare nelle viscere dell’Etna agli ordini del dio Vulcano per costruire armi e fulmini.
Bronte è dunque una cittadina in cui storia e mito si mescolano in un affascinante intreccio che attraversa intatto secoli e luoghi.
Lord Nelson, divenuto duca di Bronte per volere di Ferdinando I re di Napoli, rappresentava al suo tempo la nobiltà latifondista contro cui insorsero le classi meno abbienti, nella seconda metà dell’Ottocento. Forte del fermento alimentato dalla speranza di riscatto dalla miseria e dalle prevaricazioni che attraversò anche la Sicilia borbonica al momento dello sbarco di Giuseppe Garibaldi a Marsala, nel maggio del 1860, il popolo si ribellò. L’insurrezione ebbe luogo il 10 agosto successivo. Edifici vennero saccheggiati, il teatro e l’archivio comunale bruciati. La rivolta fu affogata nel sangue. Vi furono 16 vittime e cinque cittadini brontesi furono condannati a morte, a seguito di un processo sommario, proprio dalle truppe garibaldine comandate dal genovese Nino Bixio inviate da Garibaldi e Crispi, secondo alcuni, non solo per ristabilire l’autorità ma anche per sedare gli animi contro gli inglesi.
Molte ricostruzioni successive misero in seria ombra l’operato delle truppe garibaldine invocando l’innocenza di coloro che erano stati uccisi in forza della sentenza di morte. Di innocenza si parlò per l’avvocato Nicolo’ Lombardo, acclamato sindaco dopo la rivolta e pertanto ritenuto il capo rivolta. Di non punibilità si parlò per Nunzio Ciraldo Fraiunco, noto come ‘lo scemo del villaggio’ che certo non avrebbe dovuto neppure essere processato perché affetto da demenza e dunque incapace di intendere e di volere. Furono condannati insieme a loro anche Nunzio Longhi Longhitano, Nunzio Nunno Spilateri e Nunzio Samperi.
Una vicenda su cui permangono ombre. Una pellicola, di cui non è mai stata diffusa la versione integrale, diretta da Florestano Vancini si intitola “Bronte. Cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato” è stata realizzata nel 1972 e trasmessa pochissime volte.
La sonorità di questo nome, Brontë, conduce anche all’altro capo dell’Europa, in Inghilterra, dove vissero nell’Ottocento le tre sorelle Brontë. Una vita talmente breve ma le opere che furono scritte sono ancora oggi assoluti capolavori della letteratura mondiale.
In realtà cinque sorelle, di cui due Mary ed Elizabeth, morte di tubercolosi da bambine, ed un fratello Branwell, artista e poeta dalla personalità fragile, una madre che le lasciò orfane da piccole. Crebbero con il padre, il reverendo Patrick Prunty (o Brunty) che mutò in Brontë il cognome in onore del duca di Bronte in Sicilia, l’ammiraglio Nelson. Nate nel villaggio di Thornton, nello Yorkshire in Inghilterra, rispettivamente nel 1816, nel 1818 e nel 1820, per Charlotte, Emily ed Anne la scrittura fu un rifugio dal grigiore delle giornate ed uno scrigno di passioni e sentimenti raccolti in epoca vittoriana e consegnati all’umanità di ogni tempo con uno stile prezioso ed irripetibile.
Parole alate per dare ali al pensiero ingabbiato, per espugnare le tenebre del cuore, per squarciare le ombre dell’anima, per esplorare interminati spazi, per sradicare il dolore dall’amore ed un attimo dopo riporre il seme del tormento. “(…) Arma il mio braccio la passione ardente/il suo ardore è corazza alla mia vita/finchè soggiace a quel tremendo incanto/la forza umana e cede al folle assalto/come pianta dal vento ormai sfinita (…)[Passion’s strenght shoud nerve my arm/its ardour stir my life/till human force to the dread charm/should yield and sink in wild alarm/like trees to tempest-strife] ” da “Passione” [“Passion”] di Charlotte Brontë.
“(…)Se il mio amore dovrà sempre soffrire/ a causa mia così ferocemente/ le mie lacrime tornino a fluire/ ed il mio cuore si spezzi, finalmente” [O! if my love must soffer so/and wholly for my sake/what marvel that my tears should flow/or that my heart shoud break”] da “Gioia e dolore” [“Mirth and Mourning”] di Anne Brontë.
Una vocazione, quella della scrittura per le tre sorelle Brontë, essenziale alla vita come la libertà ed al contempo la morte. Scrivere per riscrivere la vita, essere per scrivere e scrivere per essere piuttosto che per morire. Ed in questo intreccio indissolubile Emily, autrice del romanzo di amore più celebre dell’Occidente “Cime tempestose”, racconta di inferno e di amore al contempo. “(…) Quale prezioso segreto rivelano quei monti?/Gloria e dolore più che io possa dire: terra che desta un solo cuore al sentimento/può accentrare a sé Cielo e Inferno” [What have those lonely mountains worth revealing?/More glory and more grief than i can tell/the earth that wakes one human heart to feeling/ can centre both the worlds of Heaven and Hell], da “Respinta spessa, pure tornando” [“Often rebuked, yet always back returning”].
Porta la firma del trio di scrittrici la raccolta di poesie pubblicata nel 1847 dove le tre sorelle si firmano con gli pseudonimi Currer, Ellis ed Acton Bell.
Dalla poesia alla prosa. Capolavori assoluti di narrativa ottocentesca dopo i quali la letteratura non è stata più stessa. E’ stata più ricca e pregna di emozioni.
“Wuthering Heights” (“Cime tempestose”) la storia della passione logorante tra Heathcliff e Catherine con i quali Emily Brontë (1818 – 1848), in questo suo unico romanzo, condivide tutta la sua solitudine (pubblicato la prima volta nel 1847 con lo pseudonimo di Ellis Bell e poi rieditato postumo nel 1850 dalla sorella Charlotte),
“Jane Eyre” (1847), il romanzo autobiografico di Charlotte Brontë (1816 – 1855) – anche questo pubblicato nella sua prima edizione sotto pseudonimo di Currer e subito un grande successo – scandito dal dolore della morte e del distacco e dal tormento dei sentimenti. Charlotte avrebbe poi pubblicato anche “Shirley” (1849), “Villette” (1953) e “The professor” (1957), scritto prima di “Jane Eyre” ma all’epoca rifiutato da tutti gli editori.
“Agnes Grey” (1847), l’affresco di un amore tra ceti sociali diversi firmato da Anne Brontë (1820 – 1849) che l’anno dopo diede in stampa Il romanzo autobiografico, molto più intenso, “The tenant of Wildfell Hall”.
Nel 1893 in Inghilterra nasce la più antica società letteraria della storia denominata proprio “Brontë Society”. Un tributo concreto alla conoscenza della loro vita ed alla salvaguardia delle loro opere.
Passioni e sentimenti che i loro romanzi romantici hanno reso di imperitura memoria a dispetto di giovani fragili corpi, consumati dalla malattia, e del poco, ma sufficiente, tempo di tre vite, seppure brevi, per narrarli e, attraverso la scrittura, proiet
tarli nell’universo. 

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