
La recentissima scomparsa di Alessandro Anselmi, morto l’altroieri a 78 anni e prestigioso testimonial
di stagioni di gloria dell’Ateneo reggino e, nello specifico, della Facoltà di Architettura, ci spinge a dedicare al suo percorso di vita e professionale la rubrica ”memorie” di questa settimana –
Se la memoria inizia a far difetto, se le cose del presente ci fagocitano senza lasciarci il tempo buono per renderci conto che stiamo crescendo, esiste qualcuno che non si dimentica mai di noi e si diverte a ricordarci che non siamo infiniti. Qualcuno che ha l’obbligo universale e statutario di farci sempre rammentare che la maniera con cui usiamo il tempo somiglia molto alla nostra faccia, al nostro ritratto. E ciò che ne esce è sempre una fotografia fedele: escono i tratti delle nostre mediocrità come quelle delle glorie infinite, tutte apparecchiate tra i solchi di uno stesso viso. La morte di Alessandro Anselmi è naturale come tutte le vite che si spingono verso la Thule di una esistenza. Ad onore dei Greci, di cui questa terra è ancora intrisa, la sua morte va segnalata non tanto per la persona che qui a Reggio Calabria ha calpestato la sabbia delle sue spiagge e il selciato in pietra del suo lungo Corso, ma perché come ogni persona che va via, dal più piccolo al più grande, lascia più cose incompiute che partorite. I Greci usavano ricordare i morti non per tratteggiarne la figura compiuta ma per indicare, attraverso la traiettoria di una esistenza pubblica, la frontiera ancora da raggiungere, l’orizzonte ancora da calpestare. Una traiettoria occupata da un proiettile di un obice collettivo che è storia e che ha un obiettivo ancora molto lontano dall’essere centrato con precisione. Alessandro Anselmi non è tanto l’architetto rilevante che, in seguito, ognuno collocherà come crede nel panorama della storia del novecento, ma è un docente di questa nostra università. Un docente che in un momento preciso della nostra e della sua storia ha contribuito alla sostenibilità della traiettoria di questa avventura civile e culturale sullo Stretto. Ha contribuito a ciò che molti della mia generazione siamo diventati, ad esempio, senza farlo direttamente, in molti casi, ma servendo questo progetto di scuola che noi, oggi, abbiamo tra le mani senza sapere bene cosa farne. Ha contribuito a spingere la Vecchia Facoltà di Architettura dentro il progetto di un Ateneo sullo Stretto. Ha spinto molti di quelli che sono passati nelle aule di Via Cimino ad elevare le proprie mediocrità oltre quel livello dove almeno si vede qualche cosa di compiuto. Ha affascinato molti giovani uomini e donne ottemperando al compito che un docente dovrebbe sempre avere di fronte agli occhi: incantare le anime di chi ha bisogno di seguire qualcuno o qualche cosa anche senza capirlo. Non solo lui, ve lo assicuro. Ma lui sicuramente. Ecco cosa dobbiamo oggi ricordare: ciò che oggi non siamo più, ciò che non crediamo più giusto essere. Dobbiamo ricordare quale compito abbiamo all’interno di una cosa che ancora si chiama Scuola e che in un tempo Ellenico si chiamò Skole: contemplazione. Dobbiamo ricordare che non siamo nelle aule per assicurare un lavoro o un futuro a chi viene da noi: non siamo un ufficio di collocamento del destino. Noi siamo qui per guidarli nell’avventura della consapevolezza di questo mondo che è il lavoro più importante che il Cielo ci ha consegnato. Siamo qui per ricordare a noi stessi che non possiamo più continuare ad accampare scuse o nuovi motivi per il nostro lavoro di docenti. Scuse e motivi dietro cui nascondiamo le nostre inadeguatezze, la nostra incapacità nell’interpretare esattamente la parte che un grande architetto – che Alessandro Anselmi amava, e non a caso – indicò per il nostro mestiere di docenti: essere il compagno più anziano di un giovane con cui parlare a lungo seduti insieme sotto un albero. Parlare senza risparmio, e così trasferire, indicare, tratteggiare tutto ciò che ancora il Mondo deve fare ed il contributo che ognuno di noi deve dare. Farlo sino alla fine per ricambiare la sorte di questa nostra fortuna. Questo è il nostro compito e questo io mi sento di dire in memoria di chi, come tanti, ha provato bene o male ad espletarlo con dignità e capacità.
In ultimo. Ogni morte è una chiamata in correità. Ogni volta che qualcuno viene richiamato da questa terra per altri incarichi, infatti, quel qualcuno coinvolge, per l’ultima volta, tutti coloro che lo hanno visto o conosciuto nelle sue vicende. E lo fa non per sentirsi dire da chi continua a respirare ciò che ha fatto, o per sentirsi incensare una vita che ormai non gli appartiene più, ma per spingere i suoi compagni di viaggio che ancora camminano a rinsaldare un patto con una storia che lo precedeva e che continuerà nonostante tutto. Nello specifico, il patto che io sento di dover rinsaldare con questa storia si fonda sulla mia solita ed eterna promessa, che qui ribadisco, nel fare ciò che è nelle mie possibilità per contribuire a ristabilire il clima che io ed i miei amici – che con capacità ed onore sono stati distribuiti dalla sorte nel Mondo per dare il loro contributo – trovammo nelle aule di Via Cimino a Reggio Calabria quando arrivammo e trovammo Alessandro Anselmi. E’ quel clima, infatti, il vero Tesoro del Leone che simboleggia il nostro Ateneo. Un Tesoro che il Leone ancora custodisce con fierezza dopo più di trenta anni di storia. Non ne va della nostra vita ma della nostra anima. Che a lui sia lieve questa terra: noi andiamo avanti, cerchiamo ancora, perché tutto può e deve ancora succedere. Che sia musica, ora.
Isidoro Pennisi




