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Reggio: l’aria si fa irrespirabile

23 Gennaio 2010
in Reggio Calabria
Tempo di lettura: 3 minuti
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arsenaleauto21genbis
di Giusva Branca – Reggio ha paura.
Non lo dice chiaramente,  l’anima della città, quella fatta di gente semplice, tende a manifestare disinvoltura, quasi a minimizzare la portata degli eventi delle ultime settimane, ma la città ha paura.

 

Da oltre un anno – agli occhi degli osservatori attenti – i segnali di un altro inverno cittadino alle porte si sono moltiplicati. Ora è ben evidente: la ‘ndrangheta non ha alcuna intenzione di accettare supinamente i colpi – durissimi – che gli inquirenti reggini, la Procura distrettuale, le stanno  infliggendo giorno dopo giorno.

Centinaia di persone in manette, decine di latitanti pericolosissimi in gabbia, beni per quasi un miliardo di euro sequestrati in poco più di un anno, maxi-carichi di stupefacenti intercettati e sequestrati a loro volta.

L’aria è cambiata, in modo evidente, gli elicotteri girano costantemente sulle nostre teste.

Anche a Roma l’aria è cambiata: una presenza così fattiva e continua dello Stato in Calabria, con uomini e mezzi, non si registrava a memoria d’uomo. Intanto la Procura Antimafia macina indagini su indagini, sono centinaia le richieste di custodia cautelare da tempo depositate e pronte ad essere decise dai Gip, mentre i rumors più accreditati – e pubblicati anche da autorevolissime firme di autorevolissimi quotidiani nazionali – danno per imminente la conclusione di una grossissima inchiesta (la più grossa dai tempi dell’operazione “Olimpia” del 1995) sulle attività della ‘ndrangheta reggina.

In tutto ciò la criminalità organizzata reggina manda segnali continui, inequivocabili, alle istituzioni e questi si sommano agli altri, quotidiani, indirizzati al territorio sotto forma di estorsioni, minacce, bombe, auto incendiate, colpi di pistola e di fucile sulle serrande.

“Loro hanno scelto di mettere paura alla gente, ma noi non indietreggeremo di un millimetro, anche perché noi abbiamo alle spalle lo Stato”. Questa frase, pronunciata “fuori ordinanza” da un autorevole magistrato, può apparire scontata e quasi retorica, ma chi conosce bene le vicende – giudiziarie e criminali – reggine sa attribuirle il peso specifico che in effetti ha.

Per decenni – e qui dobbiamo andare indietro nel tempo – la magistratura reggina ha vissuto in una sorta di pacifico torpore; poi, a più riprese, forse in maniera non sempre organica, ha provato a svegliarsi da questo torpore, ma sempre accompagnata dal grido di dolore, quasi una litania, che riproponeva il solito clichè della periferia dell’impero, di uno Stato assente, che non fornisce uomini, mezzi e che, in definitiva, non fa della lotta alla ‘ndrangheta una priorità.

Oggi anche quella frase dimostra che l’aria è cambiata, che lo Stato, il Governo ha deciso di fare fronte unico contro la ‘ndrangheta.

Già la scelta di ricostituire sulla sponda orientale dello Stretto il pool dei “palermitani” (Pignatone-Prestipino-Cortese) la disse subito lunga sulle reali intenzioni. A queste dinamiche seguirono fatti su fatti ed ora le continue visite e gli annessi provvedimenti operativi di Ministri degli Interni e della Giustizia ed anche del Csm hanno fatto comprendere alle cosche reggine che la festa è veramente finita, come testimoniato senza tema di smentita dalla cattura di latitanti di spicco, dal sequestro di beni in tutta Europa ed anche dal pesante esito di quei procedimenti che hanno conosciuto l’epilogo (in primo o in secondo grado).

Il  livello “di mezzo”, la zona grigia che ha garantito per decenni equilibri ed aggiustamenti, pare improvvisamente sparita, spazzata via. Tutti gli equilibri antichi sono saltati, sia verso l’esterno che verso l’interno della galassia criminale. Ora, veramente, può succedere di tutto: la guerra – forse anche in senso strettamente militare – è alle porte, inevitabile, diretta conseguenza dell’operato di Pignatone e della sua squadra di magistrati (che si è scelto personalmente uno ad uno).

Attilio Bolzoni, profondissimo conoscitore delle vicende di Palermo, ha individuato nello stato delle cose a Reggio Calabria sinistre, gravi e pericolosissime analogie con le vicende del capoluogo siciliano sul finire degli anni ’80, con le cosche ad alzare sempre più il tiro e sempre più braccate.

Come andò a finire in Sicilia lo sappiamo tutti, come andrà a finire oltre 20 anni dopo in Calabria non lo sappiamo ancora, ma una cosa è certa: come lo era quella mafia, oggi questa ‘ndrangheta ha una potenza economica e militare da fare paura a chiunque, estesa praticamente su tutto il pianeta, con una capacità senza eguali di penetrare nei gangli dell’economia, della politica e nel tessuto sociale di territori apparentemente “immuni” come la Lombardia, con buona pace del Prefetto di Milano che, in barba a mille risultanze documentali, libri, relazioni di servizio, dichiarazioni dei vertici della DDA ha dichiarato che a Milano la criminalità organizzata non esiste…

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