
in attesa del Ferragosto “uno di quelli in cui anche il crimine si stende sotto l’ombrellone, si abbronza e torna e torna più agguerrito di prima”. Unica consolazione è bere un bicchierino all’osteria di Secondo, un’istituzione in città. “Finchè c’è prosecco c’è speranza”( Marcos Y Marcos) è il quarto giallo che Fulvio Ervas dedica all’ispettore Stucky. Veneto di origini persiane, Stucky, scapolo e attraente, lettore di Manganelli e in perenne competizione col commissario Leonardi che rivendica di “essere il perno della omicidi” stavolta, subito dopo un caldo Ferragosto tra le colline trevigiane, si trova a indagare nel mondo e nei luoghi del prosecco. Il suicidio di Ancillotto Desideri produttore e fornitore di vini pregiati, turba l’oste Secondo e anche l’ispettore è convinto che ci sia “troppo ordine in quella tragedia”. Sempre a Cison di Valmarino, paese di Ancillotto e patria del prosecco è rinvenuto il cadavere dell’ingegnere Tranquillo Speggiorin, direttore del cementificio. Un suicidio che ha tutta l’aria di mascherare un omicidio e un omicidio che riconduce ai luoghi e indirettamente alla produzione del prosecco. Le indagini portano allo scoperto speculazioni di uomini senza scrupoli che come killers silenziosi colpiscono e compromettono o intaccano la salute degli abitanti delle campagne trevigiane. Stucky, affidandosi al suo intuito e alla tecnica dei due cestini che contengono le domande e via via le risposte che emergono dal caso, scopre il modus vivendi nei paesini del prosecco, le abitudini, i riti ma anche i dubbi e le paure e la voglia di riscatto di coloro che si oppongono e contrastano i giochi di potere. Ancora una volta Ervas, col suo esilarante stile narrativo e il suo particolare uso del linguaggio, si cimenta in un romanzo in cui il plot giallo offre lo spunto per tratteggiare una realtà sociale e per raccontare uno stile di vita ancora possibile.
Vino e cemento. I procedimenti per produrli a confronto con le relative speculazioni. Tradizione e innovazione spregiudicata, chi ha la meglio? La tradizione, in alcune nicchie di produzione ( come vino ed altri alimenti) resiste. Minacciata, magari, ma non vinta. Certo, la spinta a fare solo soldi con il vino ed altro, cioè a fare del profitto ad ogni costo, è fortissima. Ma le filiere alimentari sono questioni molto complesse e i romanzi, davvero, non hanno strumenti per narrarle compitamente.
Nel romanzo ci sono morti violente che diventano casi eclatanti e altre che si perpetuano in silenzio ma che sono ancora più tremende. Il romanzo fa anche denuncia? Uccidono di più le automobili, l’amianto e il monoclururo di vinile che tutti i serial killer del mondo. Ma le morti “diluite”, un po’ occultate, non suscitano attenzione e repulsione come il colpo di pistola dell’assassino. La rete di responsabilità diffuse ci confonde e si confonde. Non vogliamo accettare e riconoscere che il rischio di malattia e morte è persistente nel tempo e nello spazio ed esigerebbe una grande attenzione collettiva.
Vino e cultura sono il binomio perfetto? Buona terra, buon vino, ozio e buoni libri. Che splendore la vita!




