
di Claudio Cordova – Sono passate alcune settimane dall’assoluzione, ottenuta nell’ambito del processo “Testamento”, per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Massimo Labate,
ex consigliere comunale di Reggio Calabria, in quota Alleanza Nazionale, torna a parlare a strill.it dopo la sentenza di primo grado che lo ha scagionato da ogni accusa. A lui il pm Giuseppe Lombardo, contestava la presunta vicinanza ad Antonino Caridi, genero del boss don Mico Libri. Secondo l’ipotesi inquirente, al momento totalmente smontata, Labate avrebbe favorito la cosca Libri nell’ottenere i pagamenti per alcune manifestazioni svolte con i contributi dell’Amministrazione Comunale. La Seconda Sezione Penale del Tribunale di Reggio Calabria ha però assolto Labate e il suo amico-segretario Enzo Pileio. Dure condanne, invece, per i presunti esponenti del clan Libri. L’Ufficio di Procura avrebbe intenzione di ricorrere in Appello contro la sentenza assolutoria. Con riferimento alla vicenda, risulta indagata la dirigente del settore finanze del Comune di Reggio Calabria, Orsola Fallara. Anche se la sua posizione sembra essere caduta nel dimenticatoio.
Dopo l’assoluzione in primo grado ha ricevuto tanti attestati di stima e solidarietà. Anche da parte di persone che, nei giorni dell’operazione “Testamento” si erano, più o meno esplicitamente, fatte da parte sulle sue vicende. La considera una beffa?
No, assolutamente no. Questa vicenda mi ha trasformato caratterialmente. Oggi penso solo alle cose importanti e, quindi, non posso dare peso al comportamento altalenante delle persone. La mia unica priorità è la mia famiglia perché, nei momenti difficili, mi sono trovato intorno solo i miei più stretti familiari.
No, ritengo di essere una persona normale. Penso, tuttavia, che alcuni organi di stampa mi abbiano trattato come il peggiore dei farabutti, anticipando, già nelle prime fasi processuali, giudizi sul merito della vicenda come se fosse stata già pronunciata una sentenza di condanna definitiva. Mi ha sorpreso l’accanimento con cui è stata, a volte, trattata su alcuni media la mia vicenda ed il processo.
Non mi interessano le scuse nè mi preme valutare se mi spettino da parte di qualcuno. La Magistratura, in tutte le sue articolazioni, ha fatto semplicemente il suo dovere. Durante il dibattimento è stato consentito a tutte le parti processuali di prospettare e tentare di dimostrare la propria tesi. E’ stato – e di questo sono soddisfatto – un vero processo, lungo e complesso. Sono ovviamente felice che si sia concluso, nel primo grado di merito, con l’affermazione della mia estraneità dagli addebiti mossimi, con la formula, peraltro, della insussistenza del fatto, e non perché non è stata offerta la prova della sua sussistenza ma, per converso, perchè è emersa la prova della insussistenza del reato contestatomi.
A prescindere se sia lontana o vicina la conclusione della vicenda giudiziaria, il mio convincimento, maturato in questi anni, è di abbandonare l’impegno politico. Per me la politica era una autentica ed irresistibile passione ma ho pagato un prezzo troppo alto in termini di privazione della libertà, di aggressione mediatica, di angoscia anche per quello che hanno dovuto subire le persone a me care.
Non mi faccia guardare indietro. Voglio solo pensare al futuro, al mio ed a quello dei miei cari.
Sicuramente la detenzione. La privazione della libertà è chiaramente la peggiore cosa che un uomo possa subire. Conservo ancora vivo il ricordo degli otto mesi che ho trascorso nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere. Più che il dolore personale mi ferivano maggiormente le sofferenze e le mortificazioni che hanno dovuto ingiustamente subire la mia famiglia e la mia compagna Alessia.
In maniera straordinaria. Ho sempre colto in tutte le persone a me vicine la certezza della mia innocenza. Ciò mi ha dato la forza di resistere giorno dopo giorno, aspettando con pazienza e fede il momento in cui sarebbe stata accertata la verità e la mia innocenza. Mi faccia concludere con un riconoscimento ai miei difensori, avvocati Domenico Alvaro ed Andrea Alvaro, ai quali devo dare atto, oltre che del merito tecnico e professionale, anche di doti umane, dimostrate nel sostenermi con affetto ed amicizia in tutti gli otto mesi della mia detenzione e durante l’intero lungo processo.




