di Anna Foti – “Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita. Tutti hanno paura ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e
quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi”.
E se avesse ragione oggi la giovane Rita Atria. E’ sua, infatti, la piccola grande voce che sentenzia una vittoria del male sul bene, della disonestà sull’onestà, che toglie ogni speranza. Lei la cui vita, dopo la sfida alla sua famiglia, la sua ribellione tenace ad un vincolo di sangue che la condannava ad un destino di complice di Cosa Nostra, dopo la svolta, la conoscenza e l’affidamento a Paolo Borsellino, Rita, che lui chiamava la “picciridda” è di nuovo piombata nell’abisso del 19 luglio di 18 anni fa.
Si è chiusa tragicamente la travagliata storia di speranza e disincanto di Rita Atria, testimone di giustizia, cognata di Piera Aiello, figlia di Vito e sorella di Nicola uomini d’onore assassinati in Sicilia, a Partanna in provincia di Trapani, negli anni ’80. Un’epopea di promesse infrante e un sogno spezzato dagli eventi drammatici che nel 1992 culminarono negli attentati ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. La storia di Rita, la testimone di giustizia uccisasi il 26 luglio 1992 e che sopravvisse al magistrato che per lei rappresentò la giustizia solo per sette giorni, torna ad interrogare le coscienze di ciascuno, riproponendo con forza la speranza di un mondo pulito e giusto, quello che insieme alla cognata Piera aveva desiderato. Quel mondo, quel paese che pare avere dimenticato la sua memoria, la sua storia che nel diciottesimo anniversario della strage di via d’Amelio, dove una violenta deflagrazione sotto casa della madre uccise il magistrato antimafia Paolo Borsellino insieme al caposcorta Agostino Catalano, ad Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cusina e Claudio Traina, lancia segnali vili e allarmanti come il danneggiamento delle due statue in gesso raffiguranti Falcone e Borsellino, assassinati da Cosa Nostra a distanza di poche settimane l’uno dall’altro, a Palermo; nella stessa città, pioniera per il coraggio dell’indignazione civile e per la lotta al pizzo, solo in cento, e provenienti per lo più dal nord Italia, sono stati coloro che hanno marciato con le simboliche agendine rosse. Rosso come il colore della passione quella civile, quella che si può rubare come un diario solo a chi non l’ha mai avuta, certamente non a chi ha vissuto una vita per essa. Eppure tirano venti di indifferenza ad una memoria che grida voce prima che giustizia e senza la quale, solo gli stolti, potrebbero pensare di avere un futuro.




