di Fulvio Librandi * – Allo stato attuale esiste una cultura della ndrangheta che funziona. Accanto alla strapotenza economica, vige un codificato sistema di simboli che permette ai gruppi della criminalità di realizzare un alto grado di coerenza interna, di comunicare valori con facilità (recapitare una testa di un animale morto vale più di dieci lezioni universitarie), di trasmettere
nel tempo un sapere, di proporre per inculturazione modelli di virilità e spregio del pericolo che affascinano a tutti i livelli.
Le modalità che ha la ndrangheta di gestire silenzi carichi di significato, di utilizzare il sistema delle parentele spirituali, di manipolare a proprio uso un campionario di immagini tradizionali pur essendo calata pienamente nelle trame dell’economia globale, fanno parte di un sistema di segni culturalmente fondato e trasmissibile che, nel suo adattarsi continuo alle nuove esigenze dei tempi, costituisce pienamente quello che correttamente si definisce tradizione.
Il sentimento di appartenenza che ipoteticamente dovrebbe accomunare la maggioranza antindrangheta è invece labilissimo. L’identità è sempre un criterio contrappositivo che si alimenta sulle linee di confine con l’alterità. Quella della ndrangheta è una cultura che, per la sua pervasività e per la sua capacità di operare in silenzio, per i più non è identificabile e quindi non risulta utile a provocare il sentimento di un’identità contrapposta. La stragrande parte della popolazione non avverte nei fatti il fiato sul collo dell’organizzazione criminale: per tanti la ndrangheta non è una vera minaccia.
Più che un clima di paura da noi si interiorizza un modello di pre-paura. Un atteggiamento pre-omertoso, o comunque di vaga disponibilità all’omissione, che è diventato un tratto caratteristico della nostra cultura.
* – Fulvio Librandi è il Responsabile scientifico del Museo della Ndrangheta e uno degli organizzatori dell’importante manifestazione che si terrà alla Provincia di Reggio dal 22 al 25 novembre




