
di Claudio Cordova – Dopo oltre sette ore di camera di consiglio, la Corte d’Appello di Reggio Calabria (Giuliana Campagna presidente, Ornella Pastore e Carmelo Blatti a latere), ha emesso la
propria sentenza nell’ambito del cosiddetto procedimento “Gebbione”, mettendo un altro tassello nella storia giudiziaria della cosca Labate di Reggio Calabria.
La Corte, in parziale riforma della sentenza emessa dal Gup di Reggio Calabria, Daniele Cappuccio, il 14 gennaio 2009, ha assolto Mirella De Maria, condannata in primo grado a 2 anni e 4 mesi di reclusione. Assolti anche Paolo Labate (classe ’82) e Andrea Labate, che, in primo grado, erano stati condannati a 3 anni 6 mesi di reclusione. Assolto anche Francesco Mancuso, che era stato condannato a 2 mesi di reclusione (pena sospesa). La Corte ha rideterminato la pena per alcuni imputati: Santo Labate da 10 a 9 anni di reclusione; Antonio Gaetano Caccamo, da 7 anni di reclusione a 6 anni e 6 mesi; Orazio Assumma, da 6 anni di reclusione a 3 anni 6 mesi; Santo Gambello, da 6 anni e 6 mesi a 6 anni e 4 mesi; Filippo Cassone, da 4 anni a 3 anni e 10 mesi; Pietro Ielo e Cesare Roberto Graziano, da un anno e 10 mesi a un anno e 8 mesi; Roberto Roberti, da un anno e 11 mesi a un anno e 9 mesi; Andrea Cuzzucoli da un anno a 10 mesi e 20 giorni.
Per gli altri imputati, invece, viene confermata la sentenza di primo grado, così come richiesto, a conclusione della propria requisitoria, dal sostituto pg Franco Neri: 4 anni a Angelo Caccamo; 4 anni a Fabio Caccamo; 5 anni a Giuseppe Antonio Santo Canale; due mesi (pena sospesa) a Carmelo Davide D’Amico; 4 mesi (pena sospesa) a Francesco Diara; 4 anni a Paolo Falcone; 3 anni a David Fumante; 2 mesi (pena sospesa) a Massimo Antonio Gambello; un anno e 8 mesi (pena sospesa) a Anna Maria Giunta; un anno (pena sospesa) per Giovanni Gullì. Pene confermate per molti dei Labate: un anno e 8 mesi (pena sospesa) a Francesca Labate; 2 anni a Francesco Salvatore Labate; 14 anni a Michele Labate; un anno e 8 mesi a Paolo Labate (classe ‘85). Queste le altre pene disposte dalla Corte: a 5 anni e 6 mesi Aurelio Lito; a un anno (pena sospesa) Giuseppe Marra; a un anno e 8 mesi (pena sospesa) Angiolo Messineo; a 5 anni Oberto Alessandro Mirandoli; a 4 anni Fabio Morabito; a 5 anni Annunziato Nato; a un anno e 8 mesi (pena sospesa) Pietro Pennestrì.
In primo grado erano stati assolti Pietro Labate, Antonino Caccamo (classe ‘70); Giovanni Caccamo (classe ‘75); Domenico Foti; Giuseppe Malara e Raffaele Palamà. Assoluzione piena anche per il vice presidente della Reggina calcio Gianni Remo e per Fortunata Remo; così come per Massimo Santangelo; Paolo Siclari; Anna Maria Spanò e Pasquale Stillitano.
Dopo le richieste effettuate da parte della Procura Generale, che, quindi, aveva chiesto la conferma della sentenza di primo grado, la palla era passata alle difese dei numerosi imputati. Nelle ultime udienze si erano succeduti, tra gli altri, gli interventi degli avvocati Marco Panella, Antonino Curatola, Francesco Calabrese, Nico D’Ascola e Domenico Alvaro.
Viene dunque, scritta un’ulteriore pagina nella storia criminale della famiglia Labate, egemone nella zona sud di Reggio Calabria, nel rione Gebbione, da qui il nome dell’operazione e del conseguente processo. Gli arresti, eseguiti nel luglio 2007 dalla Squadra Mobile di Reggio Calabria, furono disposti dal Gip Natina Pratticò su richiesta del pm Antonio De Bernardo.
Secondo l’accusa, il clan, attraverso una serie di intimidazioni ed estorsioni, aveva il controllo di molte delle attività commerciali e delle imprese che vi operavano. Nell’indagine sono finiti anche alcuni episodi di violenza e intimidazione ai vertici delle Officine Omeca, le Officine Meccaniche Calabresi di proprietà della “Breda Costruzioni Ferroviarie”. Un sistema che, a detta degli investigatori, avrebbe permesso alla cosca di aumentare il proprio potere e le proprie ricchezze. La famiglia Labate, più di ogni altra, è riuscita, attraverso un atteggiamento dichiaratamente neutrale, a passare sostanzialmente indenne alla seconda guerra di mafia reggina, rafforzando le radici all’interno del proprio quartiere di appartenenza.




