
di Claudio Cordova – Le indagini della Squadra Mobile iniziano proprio nella notte tra il 24 e il 25 febbraio 2008, quando lo storico bar Malavenda, situato nel rione Santa Caterina di Reggio Calabria, viene completamente distrutto da un’esplosione.
L’esercizio commerciale era stato recentemente ristrutturato e, dopo nemmeno tre mesi di nuova vita, viene raso al suolo dalla deflagrazione provocata, come chiariranno i rilievi, da un ordigno rudimentale posizionato in un lavabo.
Difeso dall’avvocato Francesco Calabrese, Donatello Canzonieri, comparso oggi al cospetto della Seconda Sezione Penale di Reggio Calabria, presieduta da Olga Tarzia, risponde di estorsione aggravata dalle modalità mafiose proprio nell’ambito dei lavori di rifacimento del locale.
Dopo l’ammissione delle prove, sono stati escussi in aula due testimoni. Il dirigente della Sezione Reati contro il patrimonio della Squadra Mobile di Reggio Calabria, Franco Oliveri, e Demetrio Malavenda, che, con la sua famiglia, si è costituito come parte offesa.
Oliveri ha ripercorso le attività di indagine che, come detto, sono andate a ritroso, fino al 2007, quando il locale fu interessato dai lavori di ristrutturazione (circa sessantamila euro l’importo) affidati dalla famiglia Malavenda alla ditta Edil Tripodi di proprietà di Giovanni Tripodi, con sede legale nel rione Gallico di Reggio Calabria. Secondo la ricostruzione di Oliveri, Tripodi sarebbe vicino a Pasquale Condello, detto il Supremo, uno dei capi più carismatici della ‘ndrangheta reggina. Tripodi (che di Condello sarebbe anche il genero), infatti, è stato coinvolto, come associato alla cosca e come favoreggiatore del Supremo nell’ambito del cosiddetto procedimento “Vertice”. E’ stato lo stesso Demetrio Malavenda, nella propria deposizione, a confermare come Tripodi avesse curato i lavori di altri locali di proprietà della famiglia, quale la pizzeria (situata a Santa Caterina) “Napoli & Napoli”, poi venduta. Per i lavori del bar di Piazza Duomo, invece, i lavori furono effettuati, tra gli altri, anche da Santo Crucitti, coinvolto e condannato in primo grado nell’ambito del processo “Pietrastorta”.
La Edil Tripodi, quindi, avrebbe subappaltato i lavori di tinteggiatura all’imputato Donatello Canzonieri, ritenuto dagli investigatori vicino al sodalizio De Stefano-Tegano, contrapposto allo schieramento condelliano. Secondo la ricostruzione fornita da Demetrio Malavenda, sarebbe stato lo stesso Canzonieri a proporsi e a ottenere i lavori (per un costo di circa seimila euro). Storicamente, peraltro, la zona di Santa Caterina, dove sorgeva il locale, è sotto il controllo della famiglia Tegano che, quindi, controllerebbe tutto il mercato. Anche se, a detta del dirigente Oliveri, vi sarebbe una sfera di interesse dalla cosca Condello.
Le indagini condotte dal sostituto procuratore Giuseppe Bontempo si sono avvalse di numerose intercettazioni, soprattutto di tipo ambientale. Proprio alcune conversazioni tra Demetrio Malavenda e la moglie Anna Rita Silipigni avrebbero indirizzato gli inquirenti sulle responsabilità della famiglia Tegano nell’attentato dinamitardo che, più che a un gesto scaturito da una richiesta di pizzo, fa pensare a una pesante ritorsione. Secondo gli inquirenti, infatti, sarebbe stato Paolo Schimizzi, reggente della cosca Tegano, scomparso, in seguito a un probabile caso di lupara bianca sulla fine del 2008, a presentarsi alla famiglia Malavenda al fine di ottenere una cospicua fetta dei lavori. Con la società di cui era proprietario, la “Globus”, Schimizzi, figlio della sorella del latitante Giovanni Tegano, riforniva il bar di orzo, ma curava anche la distribuzione di arredamenti per locali. Arredamenti che furono acquistati dalla famiglia Malavenda presso un’altra ditta. Da qui la distruzione del locale.
E tra le macerie fu ritrovato un berretto di cui non è mai stato identificato il proprietario. Un ritrovamento che la stessa famiglia Malavenda, in alcune conversazioni intercettate, avrebbe inteso come una comunicazione: “Siete stati puniti perché non vi siete tolti il cappello”.
Alessandra Malavenda, legale rappresentate della società cui faceva riferimento il bar, si è costituita come parte civile, accompagnata dall’avvocato De Stefano. E però le dichiarazioni rese in aula dal padre, Demetrio Malavenda, recano qualche imprecisione e alcune contraddizioni rispetto ai verbali firmati in fase di indagine. Ascoltato presso gli uffici della Procura della Repubblica, per esempio, Malavenda aveva affermato come l’assunzione di Canzonieri avrebbe garantito il locale da ripercussioni. Frase non confermata in aula su precisa domanda del pm Bontempo. Anche rispetto ai tempi in cui Schimizzi avrebbe fatto richiesta dei lavori, l’imprenditore Malavenda avrebbe fatto confusione sollecitato dalle domande dell’accusa: “Si presentò due volte alcuni anni fa – ha detto Malavenda – ma i tempi non erano ancora maturi per i lavori”. Consecutio temporum che, dalle intercettazioni lette in aula dal pm Bontempo sembra non essere rispettata. Malavenda ha però confermato di aver incontrato Giuseppe Tegano nel giugno 2008 per avere chiarimenti sull’attentato: “Ancora oggi – ha detto l’imprenditore – noi non sappiamo chi abbia potuto fare una cosa del genere”. In alcune conversazioni intercettate, però, i coniugi Malavenda sembravano aver indirizzato i propri sospetti proprio su “compare Paolo” (inteso Paolo Schimizzi), inquadrando l’atto nel marasma successivo all’arresto di Pasquale Condello, avvenuto appena una settimana prima rispetto alla distruzione del locale.
Al termine del controesame del testimone, l’avvocato Calabrese ha depositato una sentenza della Cassazione con cui viene annullata con rinvio la custodia cautelare nei confronti di Canzonieri. Il processo è stato aggiornato al prossimo 28 aprile: in quella data verrà nominato il perito che avrà il compito di trascrivere le intercettazioni. La fase dibattimentale riprenderà invece il 26 maggio.




