Di seguito il documento diffuso dal laboratorio politico di Sbarre- Reggio Calabria
Sono di questi giorni i numerosi interventi sui mass media di rappresentanti del Partito Democratico che, partendo dall’analisi
del voto, stanno offrendo alla pubblica opinione argomenti sulla sconfitta elettorale in Calabria del centro sinistra e del PD in particolare; del tutto estranei alla discussione si vedono i militanti di base che non fanno sentire la loro voce, pur essendo la punta più avanzata nel raccordo tra il partito, l’opinione pubblica e l’elettorato.
A tal proposito si tratta di capire se non si da loro l’opportunità di potersi esprimere oppure manca la capacità di guadagnarsi il diritto alla parola; non cambia nulla, ambedue le ipotesi sono facce della stessa medaglia.
Quindi, un Partito, che aveva nella dialettica interna il suo punto di forza pare regga, ora, solo sulle modeste aree di gestione del potere attorno alle quali gira tutto, militanti compresi.
La sconfitta elettorale del 28 e 29 Marzo deve servire a qualcosa!
In caso contrario si rafforza in tutti noi l’idea che si voglia continuare a giocare al massacro in una logica personalistica ignorando quelli che sono gli interessi generali del Partito.
Tutti sanno tutto, fatti, circostanze, danni e chi li ha subiti, vantaggi e chi li ha avuti da questa sonante sconfitta elettorale.
Sono pure noti coloro che sull’Aventino attendevano cinicamente la sconfitta, quasi come una rivincita contro chi è difficile saperlo; inquietante è constatare che costoro fanno parte di quella schiera di privilegiati che, all’interno del Partito, hanno vissuto sempre di profitto senza meritarlo.
Malgrado il dispiacere in corpo preferiamo essere positivi e propositivi per non alimentare ulteriori contrasti; questa è una fase in cui serve grande senso di responsabilità e noi ci auguriamo di riuscire a darne prova.
Incominciamo a dire che le responsabilità appartengono, e non da ora, ad una classe dirigente che a tutti i livelli ha dimostrato di aver perso l’idea di Partito, che lo ha snaturato dalle ragioni della sua vera esistenza, che ha pensato fosse più facile utilizzare il termine “territorio” solo negli sproloqui di circostanza.
Le prese di posizioni individualiste, la difesa ad oltranza di privilegi personali palesati, spesso, da simulate strategie fatte passare come patrimonio del partito e di tutti i militanti, ma anche l’incapacità di comprendere ed incoraggiare la proposta di allargamento della coalizione sono stati i veri motivi della sconfitta.
Ora, mentre sfugge di mano la stessa esistenza del Partito Democratico e, quindi, di tutti noi, non servono rese dei conti o processi nei confronti di chicchessia.
E’, invece, indispensabile sovvertire il pensiero e l’azione di ognuno avviando una grande discussione che veda protagonista il gruppo dirigente intermedio, cioè i militanti, che è quello, poi, che rappresenta il cuore pulsante del Partito e conosce bene territori dove opera.
Le litanie di questi giorni che invocano le dimissioni in massa del Gruppo Dirigente hanno il sapore di un vecchio e stantio metodo di circostanza utile a dare sfogo solo a rabbie più o meno giustificate e ad inseguire soluzioni, seppur comprensibili, che non sortirebbero a nulla; sarebbe la solita tiritera di chi vuole cambiare tutto per non cambiare nulla.
Forse bisogna capire alla radice cosa non funziona, già da tempo, nel Partito Democratico a livello nazionale ed in particolare in quello della città di Reggio e della sua Provincia; quasi certamente, sull’azzardata scelta dell’ottobre 2007, quando si decise di mettere insieme uomini, storie e sensibilità diverse, non ci fu un’adeguata capacità della classe dirigente di superare le contraddizioni di fondo che avevano caratterizzato l’inizio di quella esperienza, anche se, pur in presenza di tali incoerenze, furono tantissimi coloro che riconobbero nel Partito Democratico un valido contenitore, se non l’unico, capace di ereditare l’idea socialista, progressista e cattolica; noi fummo tra questi.
Tutto ciò a Reggio è divenuto quasi un peccato originale che rende difficile “ab origine” far prevalere nell’azione politica di ognuno l’idea di Partito.
Oggi bisogna avere il coraggio di affermare che il P, D., visto come soggetto deputato ad occupare spazi nello scenario collettivo, non esiste; esistono solo persone che ai vari livelli agiscono in profonda solitudine per guadagnare consensi personali.
Mai una iniziativa politica del P.D. con la partecipazione simultanea di tutte le sue sensibilità e i suoi dirigenti, solo storie isolate e diverse l’un l’altro con la presunzione, magari, di voler stare tutti sotto lo stesso simbolo per parlare, poi, linguaggi diversi ed inseguire obiettivi diversi.
Per capire di cosa stiamo parlando basta osservare ciò che di continuo accade ai vari livelli istituzionali e nei circoli della città e della Provincia.
Non ci sarà storia per questo Partito se non si riuscirà a trovare l’unità al suo interno e quindi nell’azione politica che si andrà a sviluppare.
E da qui che bisogna partire.
Noi proponiamo qualcosa che vada oltre le solite invocazioni del momento, serve un’analisi profonda di cosa il partito necessita per uscire dalle secche dell’inefficienza e dalla scarsa considerazione da parte degli elettori, che veda tutti protagonisti, ognuno con il proprio ruolo e per le cose che sa fare.
E’ abbastanza chiaro che non bisogna lasciare più soli coloro che hanno compiti di responsabilità, per evitare che diventi forte il rischio che l’esercizio assoluto del potere, in assenza di un’adeguata partecipazione dei vari livelli del partito, abbia il sopravvento sulla gestione delle idee che sono poi quelle indispensabili per una forte ed incisiva azione politica.
Ciò potrà avvenire solo in presenza di un sussulto forte dello zoccolo duro rappresentato dai militanti di base, cui rivolgiamo un accorato appello alla scesa in campo, ma anche di uno spopolamento delle segreterie politiche dei nostri rappresentanti istituzionali frequentate, spesso, da tanti giovani e meno giovani che sperano, solo, nel soddisfacimento di qualche loro bisogno personale; ambizioni si, diciamo noi, a condizione, però, che nei pensieri e nelle azioni si trovi spazio pure per il Partito.
Necessita dare inizio alla costruzione di una cellula attiva positiva formata da coloro che credono nell’alternativa alla destra e nel cambiamento dentro e fuori il Partito Democratico.
La storia insegna che l’idea di rinnovamento potrà avere la meglio su quella della conservazione se lo scatto trova origine e sostegno dal basso, cioè dal gruppo dirigente intermedio, da coloro che stanno dentro il partito perché ne condividono le ragioni e non per altro.
Non invochiamo le dimissioni di alcuno, anche se eventuali passi indietro di chi dovesse responsabilmente considerarsi incompatibile con la fase di rinnovamento rappresenterebbero un segnale di grande novità e farebbero riguadagnare a più di uno credibilità.
Noi siamo convinti che la nuova classe Dirigente di un Partito Riformista si costruisce per gradi e non con le dimissioni in massa di quella esistente, coniugando il fervore dei giovani con l’assennatezza dei meno giovani titolari sempre di pezzi di storia indispensabili per qualunque idea di futuro.
Chiediamo che venga convocata in tempi brevissimi una Riunione con la partecipazione di tutte le espressioni istituzionali e non dell’intero territorio provinciale e comunale.
Sarà la prova provata di chi vorrà, immergendosi appunto nel bagno di umiltà tanto invocato, contribuire sul serio alla tanto agognata ripresa del Partito.
La scommessa è quella di riuscire a ragionare tutti assieme, sapendo che questa è l’unica condizione per evitare che si ripeta in città ed in provincia ciò che accaduto nelle ultime elezioni regionali
Noi, per quanto ci riguarda, faremo la nostra parte, e i 150 Dirigenti che hanno firmato questo documento sono a disposizione del Partito e di questo progetto.
E’ vero che questo è tempo di proposte; nulla toglie, però, che, proprio perché il Partito è un patrimonio assoluto di tutti ed è, pure, in cima ai nostri pensieri, ci si possa vedere costretti a passare da una fase di proposta a quella di protesta, fino alla ribellione.
Noi ci saremmo anche in questa ultima ipotesi.




