
di Eleonora Scrivo – Il rientro dalle ferie necessiterebbe, per legge, di uno spazio autonomo di compensazione. Il contatto con la routine quotidiana dovrebbe avvenire
a rilascio graduato, assumendo dosi omeopatiche di traffico, di posta inevasa, di buche nelle strade.
Se questo si verificasse, sarebbe piacevole abbandonarsi ad un dolce e nostalgico languore da fine estate, anche se 38 gradi di temperatura stimolano, continuamente, nuovi aneliti di fuga.
Ma la realtà ha spesso autonome e bizzarre iniziative. Accade, così, di rientrare a casa, dopo venti giorni vissuti al grado zero dello stress, in cui l’unica attività ammessa è stata l’accordo dei propri bisogni primari con gli standard richiesti da madre natura e di dover affrontare, invece, l’ammutinamento degli elettrodomestici.
Una volta disfatte le valigie, ho pensato bene, infatti, di ricollegarmi al mondo, ascoltando un telegiornale, ma il mio televisore non ha dato segni di vita. In mia assenza, era semplicemente spirato.
Si tratta di un modello a tubo catodico, obsoleto, ingombrante e bruttarello, ma il suo dovere l’ha sempre fatto più che dignitosamente, fedele e coerente alla sua missione.
Eppure, mi ha lasciata senza un lamento, costringendomi a entrare, del tutto impreparata nel mondo dell’HD, quando ancora i contorni stessi del mio essere sono, per me, a bassissima definizione.
Ma tant’è, rimandando la scelta e lanciando occhiate perplesse alle spoglie composte del de cuius, mi sono apprestata alla prima lavatrice post-vacanza. Dopo mezz’ora, un rumore sinistro e un principio di allagamento mi hanno precipitata all’ingresso di un piccolo incubo.
E, poiché le notizie da Tripoli le posso ricercare sul web, ma i panni sporchi ancora nessun sito me li lava in tempo reale, ho chiamato il tecnico. Guardandomi con commiserazione, mi ha comunicato che i cuscinetti erano consumati e la crociera fortemente stressata, io ho annuito senza capire niente e ho rivisto zia Orsola, amorevole e sorridente, mentre pulisce il suo lampadario di Murano, accarezzando ogni singolo petalo, perché, a suo dire, “anche gli oggetti hanno un’anima”.
Nel tentativo di visualizzarmi, mentre, da oggi in poi, confronterò i miei dubbi esistenziali con quelli del forno a microonde, mi assale l’istinto di ritornare sulla mia isoletta, ma se poi, una volta lì, l’autoclave, sentendosi incompreso, fuggisse, offeso, sui Faraglioni, io cosa farei?




