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Home EVENTI Tabularasa scandalo 2011

Tabularasa: “Il Vaticano perde consensi, anche in Italia”. L’intervista a Philip Pullella

13 Maggio 2013
in Tabularasa scandalo 2011
Tempo di lettura: 5 minuti
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pullella
di Damiano Praticò – Philip Pullella è da oltre trent’anni storico esponente per l’agenzia di stampa internazionale ‘Reuters’. Nato a New York, precisamente a Greenwich, dall’alto della sua esperienza giornalistica

pluridecennale, può vantare un bagaglio storico e culturale di elevatissima caratura.
Lo abbiamo intervistato nel preserata del tredicesimo incontro di ‘Tabularasa – Lo scandalo’.

Come ci osserva l’Inghilterra dal punto di vista politico?

E’ un paese molto interessante da tale punto di vista. Il punto è questo: in altri, la prassi è che quando una persona è accusata in sede giudiziaria, si mette da parte. Invece, qui, spesso non succede nulla. Quindi è difficile spiegare all’estero il comportamento del vostro paese, tenendo sempre conto del fatto che ogni individuo è presunto innocente fino all’ultimo grado di giudizio.

Nel maggio 2009 pubblicò un articolo per la Reuters, a seguito di quello apparso sul Financial Times, che definiva il capo del governo Silvio Berlusconi ‘un pericolo per l’Italia’. Era una provocazione o il pericolo era ed è, quindi, reale?

E’ difficile spiegare all’estero come succedono le cose in Italia. Non sto a giudicare, ma sono gli italiani a decidere chi votare, e le ultime elezioni amministrative, insieme al referendum, hanno segnato un ‘new deal’. Un sondaggio di La7, qualche giorno fa, dava la sinistra in vantaggio. L’alternanza è di certo positiva, anche se un progetto politico sostitutivo del centrodestra non è ancora in piedi. Lo stesso è accaduto negli Usa: Obama ha vinto dopo due mandati Bush. Eppure, la crisi disoccupazionale sta dilagando. E se Obama non riuscirà a creare posti di lavoro, nonostante la ripresa d’immagine avuta con l’uccisione di Osama Bin Laden, sarà difficile vincere nuovamente.

Qual è lo stato della libertà di stampa in Italia rispetto all’Inghilterra ed agli Stati Uniti? Quale dei paesi presenta più ampi spazi per il dibattito?

La stampa italiana è molto libera, la rassegna stampa è estremamente variegata dal punto di vista politico. Il discorso, però, è che molti proprietari di giornali sono imprenditori; negli Usa, differentemente, sono famiglie private con quote in Borsa che investono nell’editoria.
Un’altra differenza è che raramente i giornali italiani ammettono i loro errori. Negli Usa, invece, ci sono addirittura delle sezioni sui giornali costituite ad hoc. Quando si sono verificati grossi problemi, è accaduto che si recitasse il mea culpa e che fossero adottati provvedimenti di revisione. In Italia, per concludere, vorrei che ci fosse un po’ più di trasparenza.

Il giornalismo online è, dentro questo contesto, una risorsa positiva in senso lato o potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio?

La nascita del ‘citizen journalism’ è un fatto positivo. Certo, il giornalismo non è un mestiere di cui tutti sono capaci. Prima bisogna definire bene le regole del gioco, per evitare il pericolo che chiunque, senza un solido bagaglio culturale,  possa diventare giornalista. I social media, in questo, hanno un ruolo fondamentale: comunicare i sentimenti del pubblico con una velocità che, spesso, la classe politica italiana non riesce a recepire. Si veda l’attuale tormentone di Facebook ‘Spider Truman’: non cambia nulla se sia un personaggio falso o meno, quello che conta è la reazione che ha suscitato. Obama, negli States, ha intuito questo percorso molto prima degli americani stessi, usandolo nella campagna elettorale. E gli ha dato ragione.

Come dovrebbe approcciarsi il nostro Paese allo scandalo intercettazioni che ha colpito parte della stampa inglese portando ad eventi straordinari, quali ad esempio la chiusura del ‘News of the world’?

Tutti sono sorpresi ma lo scandalo, in sè, non ha ragion d’essere. Ci sono giornali che lo facevano da sempre. Adesso sono andati oltre, facendo ‘hacking’, e c’hanno rimesso. La serietà giornalistica è capovolta tra Usa e Gran Bretagna: in Inghilterra è la televisione, soprattutto la Bbc, il ‘gold standard’; allo stesso tempo, sono i tabloid ad essere costantemente alla ricerca dello scandalo e del gossip. Negli Stati Uniti è la televisione geneticamente scandalistica, mentre la carta stampata, si veda il New York Times, si erge a baluardo della corretta informazione.

Crede che questi fatti, cioè l’abuso di intercettazioni, possano verificarsi illegalmente anche in Italia?

Ovviamente tutto è possibile. Esistono giornali seri ed altri più politicizzati. Questi ultimi, nella rassegna stampa del mattino, potrebbero essere tranquillamente lasciati da parte. Meglio concentrarsi sull’informazione anzichè sull’opinione.

Nel febbraio 2010 si occupò dello scandalo pedofilia che stava investendo la Chiesa cattolica. Lei ritiene siano solo casi sporadici oppure siamo di fronte ad un germe patologico che potrebbe attecchire a causa di condizioni troppo restrittive imposte dalla Chiesa di Roma?

La Chiesa aveva ed ha le sue regole. Ma ha gestito malissimo la situazione. Quando si scoprono certi fatti si può agire in due modi: o s’insabbiano o si mostrano alla luce del sole facendo mea culpa. In questo senso hanno sbagliato e l’hanno ammesso loro stessi, con critiche sollevate addirittura anche dal vescovo di Dublino. Sicuramente la patologia non è solo cattolica o attinente eminentemente ai preti. Accade soprattutto in famiglia, però, nel momento in cui si lasciano con fiducia i propri figli in Chiesa, non si pensa possano accadere certe brutalità. La percentuale è comunque minima. La stragrande maggioranza dei preti cattolici era buona. La colpa, a mio parere, risiede nel comportamento intrapreso dalle strutture ecclesiastiche: si doveva buttarli fuori subito, senza spostarli da una parrocchia all’altra. Oltre a problemi economici, la vicenda, certamente non da sola, ha cominciato a far scricchiolare il radicamento della Chiesa cattolica in Paesi dentro i quali questa religione era storicamente preponderante. L’altro ieri, il primo ministro irlandese ha fatto un discorso davvero severo contro il Vaticano; e il dato è allarmante se pensiamo al peso sempre avuto dalla Chiesa in quel Paese. Lo stesso sta accadendo in Belgio.

E in Italia si muoverà qualcosa?

Si sta già muovendo. E’ in atto un’evoluzione per cui si compiono scelte politiche indipendentemente dalla religione. Certo, ci sono questioni morali in cui la religione può influire. Ma il voto cattolico si è ormai perso, presumibilmente con la diaspora di Tangentopoli.

Dallo scorso maggio, all’interno del Battistero della Cattedrale di Spoleto, è esposta una mostra fotografica di Papa Giovanni Paolo II di cui lei è il curatore. Qual è stato il ruolo storico di questo papa?

Era un uomo straordinario, una di quelle figure che si ha la sfortuna di avere in rari esemplari. Mi considero fortunato di averlo conosciuto e seguito. Non lo ammiro, si badi bene, come figura religiosa, dato che non sono un uomo di fede. Ebbe un grande ruolo: un uomo politico che usava la sua posizione morale per cercare di mutare le condizioni storiche di un Paese, parlando apertamente contro i mali. Se non ci fosse stato, il Muro di Berlino sarebbe caduto comunque, forse con qualche anno di ritardo. Ma il corso storico ha voluto che s’incontrassero tre personalità, Gorbaciov, Reagan e Woityla, le quali, congiuntamente, accelerarono la fine di quel processo ormai incacrenito.

Il vaticanista spagnolo Eric Frattini, dal palco di ‘Tabularasa’, qualche giorno fa, ha definito Giovanni Paolo II ‘il peggiore papa della storia ma il migliore Capo di Stato Vaticano’. Secondo lei è un’interpretazione corretta?

Lui ha capito subito il ruolo che aveva la situazione politica nello scacchiere internazionale. E saggiamente l’ha voluta mutare. Da qui a dire che sia stato il peggiore papa…i Borgia fecero di peggio.

Nella stessa serata, lo scrittore portoghese Luis Miguel Rocha ha affermato che Emanuela Orlandi è ancora viva, aggiungendo addirittura che l’ha incontrata percependo in lei ‘il disagio di un’esistenza martoriata’. Emanuela Orlandi è ancora viva dopo tutti questi anni?

Senza voler sollevare polemiche, ci sono state molte persone che, negli anni, hanno detto di sapere, mentre dopo non sono emersi riscontri. A mio parere, non credo che le possibilità di ritrovare Emanuela Orlandi viva siano molte, anche se ciò non può essere dimostrato dall’attuale situazione dei fatti.

Tags: personaggitabularasa scandalo 2011
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