
di Teodora Malavenda (foto Antonio Sollazzo) – La storia di Antonio Presti, ospite dell’undicesima serata della seconda edizione di Tabularasa,
è una storia d’amore e di lotta. Amore per la propria terra, la Sicilia, a cui da trent’anni dedica il suo impegno civile ed il suo patrimonio economico e di lotta contro quell’abuso di potere che nella realtà in cui vive, spesso impedisce il profilarsi all’orizzonte di un futuro degno di questo nome. Nell’82 Presti eredita, dopo la morte del padre, un’impresa di appalti pubblici. Sono anni caldi per la Regione siciliana, anni in cui per poter lavorare sei costretto a sederti al tavolino dei corrotti. “Quando a quel tavolino ho visto che la decisione di un appalto significava far fallire qualcuno o addirittura ammazzarlo, ho capito che dovevo trovare un’ alternativa”. E l’alternativa era uscire da quel sistema. Una decisione, per certi versi utopica, che ha dato inizio ad anni di soprusi, ma anche di resistenza e di denunce. Per ricordare la scomparsa del padre e nello stesso tempo affermare l’estraneità a certe dinamiche, Presti decise di donare Bellezza alla sua terra. Nel giro di dieci anni fece costruire dieci opere monumentali dando vita ad un suggestivo itinerario culturale tra Santo Stefano di Camastra e Cefalù. Fiumara d’Arte oggi, oltre ad essere un museo regionale, è simbolo di vittoria. La vittoria di un’ideale per cui vale la pena continuare a lottare.
Quest’anno il tema di Tabularasa è lo scandalo. Cos’è per lei scandalo?
Lo scandalo nasce da una condizione di non appartenenza. Quando io ho realizzato la Fiumara è iniziato subito uno scandalo perché il fatto che un privato, anziché servire la mafia, donasse bellezza alla sua terra indignava la gente. Lo scandalo è sicuramente tutto ciò che fa differenza.
Cos’è per lei la Bellezza?
È la condizione spirituale della nostra essenza che quando viene contattata per stati emozionali si manifesta. Oggi ci siamo dimenticati di avere un’anima e che questa può essere nutrita e curata dalla visione di un tramonto o di una scultura. Una società asservita solo al consumo non trova più nella spiritualità il valore della bellezza. Per questo ritengo che occorra ricontattare gli stati emozionali di ognuno di noi.
Da siciliano che visione ha della Calabria?
Negli anni ’80 i calabresi erano visti tutti come delinquenti, come gente da evitare. Reggio era una città di provincia da guardare con sospetto. Oggi mi pare che la situazione si sia capovolta. I reggini e Reggio si sono costruiti una propria identità e Messina invece è diventata una città corrotta.
Far Tabularasa per smantellare l’esistente o partire da una Tabularasa per inaugurare una nuova stagione?
Adesso è il momento del grande Rinascimento. Bisogna trasmettere ai ragazzi non la paura del futuro ma la percezione della fine di un modello e l’inizio di una nuova stagione a cui attribuire una nuova bellezza. Ognuno di noi deve riprendersi il valore politico della propria esistenza e costituirsi modello per la collettività.
Che forma ha assunto oggi la mafia?
Negli anni ’80 l’essere mafioso era l’identità di Don Peppe, di Don Ciccio, di Totò Riina, di Provenzano . Trent’anni dopo la mafia si è imborghesita. Oggi mi preoccuperei di più se mio figlio giocasse con il figlio del direttore di banca piuttosto che con il figlio di don Peppe. Per non parlare poi della coscienza dei cittadini che non scalpita più di fronte ad un Ministro colluso.
Secondo lei in che modo le istituzioni pubbliche dovrebbero sostenere l’arte? Ancora oggi mi pare di capire che ci sia un rapporto conflittuale.
In questo momento le Istituzioni pubbliche non vogliono sostenere la cultura. C’è un disegno criminoso, una strategia da parte del potere volta a distruggere tutto ciò che è sapere . Si vuole creare un popolo di barbari e ignoranti.
Il nome di un pittore, quello di uno scultore e quello di un fotografo.
Piero Dorazio, Mauro Staccioli, Reza Deghati.




