
di Stefano Perri – Massimo Razzi è la colonna portante di Repubblica.it. L’anima di un portale di informazione on line che racconta l’Italia giorno per giorno, attimo per attimo, e che ha costruito nel tempo una sua forte credibilità ed autorevolezza.
L’abbiamo incontrato al termine della serata di TabulaRasa dedicata all’Italia del terrorismo. Sul palco, fino a pochi istanti prima, si era divertito a sviscerare il tema del terrorismo balzando dai misteri degli anni ’70 all’attualità più stringente, nel suo colloquio/intervista con il Procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro.
Ma a luci spente, al termine della serata, la situazione si capovolge. Massimo Razzi sveste il suo solito ruolo di intervistatore e assume quello dell’intervistato. Di seguito le dichiarazioni esclusive rilasciate a Strill.it
Dottore Razzi ci dica anzitutto secondo Lei cosa è lo Scandalo?
Lo scandalo è tutto quello che forse oggi non ci colpisce abbastanza. In questa società ci sarebbero tanti elementi di scandalo perché molto di quello che ci succede intorno è scandaloso. Lo scandalo dovrebbe corrispondere ad una reazione. Quello che mi preoccupa che questa reazione in molti casi oggi manca.
Lei ha raccontato a TabulaRasa l’Italia degli anni di piombo? Ma oggi cosa rimane di quel frangente storico? Quale eredità l’Italia si porta dietro?
Gli anni di piombo sono serviti a capire che esisteva all’interno di una parte della società, ed in particolare dei giovani, l’errore di pensare che potessero esistere delle scorciatoie per cambiare il mondo. Fu un errore gravissimo ma soprattutto tragico che portò ad una sorta di carneficina di enormi dimensioni. Io credo che di quegli anni resti soprattutto la capacità di reazione che ebbe sia la Magistratura che il movimento operaio. A quest’ultimo va il merito di aver saputo comprendere che il terrorismo e il brigatismo avevano radici profonde nel movimento e che queste radici andavano estirpate. Quando il movimento operaio è riuscito a fare questa distinzione tra se e i brigatisti, quando si è riusciti ad abbattere quelli che dicevano “né con lo Stato, né con le Brigate Rosse”, li è cambiato tutto ed ha vinto la democrazia.
Nell’era del crollo delle ideologie continuiamo ad assistere ad un quotidiano teatrino della politica. Esistono oggi secondo Lei dei dei rischi di eccessiva estremizzazione e quindi un’ipotesi di ritorno all’uso della violenza per scopi politici?
Io non credo che sia cosi, anche se poi magari verrò smentito dai fatti come spesso accade. Non credo che ci sia questo rischio perché oggi non ci sono radici ideologiche abbastanza forti come durante gli anni in cui sull’ideologia si basava una violenza organizzata che voleva portare un cambiamento della società.
Poi ovviamente l’esasperazione può portare ad ogni tipo di violenza, questo può succedere ed è già successo in piccola parte. Ma non credo ci siano rischi enormi. C’è da augurarsi che a queste situazioni ci siano delle reazioni, come anche quelle che abbiamo visto in giro per l’Europa con gli “Indignados”. Quelli sono ragazzi che hanno deciso di reagire dicendo cosa non va bene e cosa deve essere cambiato. Forse reazioni del genere farebbero bene anche al nostro paese.
E da questo punto di vista quale dovrebbe essere un rapporto sano tra informazione, e mondo intellettuale in generale, e la classe politica di questo Paese?
Il giornalismo nei confronti della politica dovrebbe avere un solo tipo di approccio. Osservare, raccontare e nei limiti della sua legittimità anche giudicare. Effettivamente, come in tutti i Paesi piccoli come il nostro, le commistioni sono tante e spesso troppe. Succede che si è troppo contigui gli uni agli altri e spesso giornalismo e politica si confondono. Ci sono circostanze che in una situazione normale non dovrebbero accadere. Ma in una condizione come questa è giusto che il giornalismo assuma un determinato ruolo. Mi riferisco ad esempio anche al mio giornale Repubblica che ha dovuto tenere un dereminato atteggiamento in questi anni nei confronti della politica. Noi avremmo preferito fermarci al semplice racconto della cronaca. Ma siamo dovuti arrivare anche a intervenire dicendo delle cose e prendendo delle posizioni politiche. Sono cose che normalmente in giornali non dovrebbero fare, ma la situazione è talmente grave che questo si è reso inevitabile
E’ più importante saper raccontare con obiettività tutte le posizioni politiche o è meglio creare una propria posizione indipendente ed autorevole?
Bisogna saper fare entrambe le cose. Si devono saper presentare tutte le posizioni in campo. Però non esiste mai una realtà oggettiva. Esiste solamente una realtà filtrata da determinati punti di vista. I giornali ovviamente hanno un loro punto di osservazione sulle cose. L’importante è che sia dichiarato in maniera aperta e chiara, che non sia mai troppo fazioso, che tenga conto non della propria parte politica ma del proprio pubblico. In quest’ottica dunque per un giornale una posizione politica, non partitica, è assolutamente accettabile.
C’è chi sostiene che l’ultima copia cartacea del New York Times sarà in edicola nel 2013. Quando l’ultima copia di Repubblica? Parliamo di integrazione multimediale, quale il futuro dell’informazione?
Io non credo che ci sarà un’ultima copia del giornale. Ci sarà sicuramente uno sviluppo ancora maggiore di internet. Uno sviluppo in parte basato sugli strumenti che abbiamo gia adesso a disposizione e su tutte le piattaforme disponibili. Vanno però ancora individuati dei modelli di business che corrispondano a questi nuovi strumenti perché quelli che ci sono funzionano solamente in parte. Di sicuro io vedo un grande futuro per operazioni come quella di Strill.it. Voi siete la dimostrazione che si può partire in una città, con un sito internet iniziando praticamente da zero, cosi come hanno fatto in passato i giornali. E che addirittura si possa avere anche un ritorno economico da questo ed in ogni caso riuscire a mettere insieme una redazione di gente che in questo modo trova un’occupazione. Questo è importantissimo perché uno dei campi del futuro di internet è sicuramente il locale. Sul territorio si possono fare cose meravigliose. Si può raccontare la vita di una città in diretta, minuto per minuto, e far vedere le cose pochi istanti dopo che sono accadute. Se un cittadino per strada vede succedere una cosa, quando torna a casa se la ritrova già raccontata sul sito. Questo è davvero importante e voi lo state facendo, quindi i miei complimenti”.